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il verginello e la signora vogliosa parte 5
PaoloTrieste89
13.03.2026 |
1.681 |
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"Quindi, mi appoggiai sulla sola mano sinistra e con la destra fermai il piede che mi stava massaggiando, che si ritrasse e sparì senza lasciare traccia, così come era venuto..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.Mi svegliai all’improvviso con un senso di panico e oppressione; mi sentivo mancare l’aria, quasi morire. Mi resi conto che Samanta si era seduta sopra la mia faccia e non mi permetteva di muovermi. Le mie mani erano legate alle cosce (dovevo aver avuto un sonno particolarmente pesante per non accorgermi di nulla) e, per prendere respiro, girai il collo il più possibile e gridai: “Aria! Non respiro!”.
A quelle parole, Samanta caricò meno peso sulla mia faccia, permettendomi di prendere una boccata d’ossigeno; poi, immediatamente, si riposò sul mio viso, ordinandomi di leccarla.
Il suo gusto era particolarmente intenso; probabilmente non si era fatta il bidè quella mattina, per cui era rimasto l’aroma generato durante la notte. Anzi, a ben pensare, il giorno precedente io mi ero fatto la doccia da solo, quindi forse era qualcosa di più della sola notte.
Samanta, quando capiva che non ce la facevo più a trattenere il respiro, mi concedeva una boccata d’ossigeno smettendo di poggiarsi completamente su di me per brevi istanti, per poi crollarmi nuovamente in bocca.
In più di un'occasione mi fece male al naso; rischiai quasi una slogatura alla mandibola, ma continuai a leccare intensamente, nella speranza che mi permettesse di respirare, anche se la cosa mi eccitava moltissimo.
Dopo parecchio tempo, Samanta ebbe un intenso orgasmo e crollò sdraiandosi su di me, facendo male alle mie parti basse; in quanto il mio pene duro era rimasto incastrato in una posizione innaturale e avevo paura potesse essersi addirittura rotto.
Le chiesi pertanto la cortesia di alzarsi e mi venne risposto di aspettare, di non rovinarle il momento, che era in estasi e voleva assaporare le sue sensazioni.
Io mi sentivo compresso, il pene dolorante, un peso non indifferente sulla cassa toracica, una sensazione di oppressione costante, ma almeno respiravo.
Samanta, dopo non saprei dire quanto, si girò e mi slegò le mani; mi disse di andare a preparare la colazione. Chiesi se potevo andare in bagno a sciacquarmi la faccia o a fare i bisogni mattutini, ma mi venne detto di preparare prima la colazione; avrei potuto farlo dopo.
Mangiammo insieme, poi andai a pisciare e a lavarmi, mi vestii e mi recai sul mio posto di lavoro, chiedendo di poter parlare con il capo.
Mi venne detto che era impegnato e dovetti attenderlo per più di un'ora; quando mi venne concessa udienza, il capo mi chiese in maniera scocciata cosa volessi. Gli dissi che avevo dei problemi personali e che dovevo licenziarmi, ma che volevo dirlo di persona prima di rassegnare formalmente le dimissioni. Mi guardò con aria interdetta, mi disse che gli dispiaceva avessi una situazione talmente grave da dovermi licenziare, ma che non avrebbero faticato a trovare qualcuno che mi sostituisse; non facevo nulla di indispensabile e anche sul mio contratto di lavoro era previsto un tempo di preavviso minimo. In fondo, lavoravo lì da poco e non occorreva certo che gli facessi perdere tempo per comunicarglielo personalmente.
Dopo aver compilato quanto dovuto all’ufficio del personale, rendendomi ufficialmente un disoccupato volontario, uscì e tornai a casa di Samanta.
Avrei voluto parlare con lei del futuro, di come avrei potuto mantenermi, della piscina, dell’affitto della stanza, della palestra che aveva menzionato, e di alcune mie piccole spese come un cinema o una birra con amici.
Mi venne detto che ne avremmo parlato più tardi e che dovevo piuttosto pulire la casa, con particolare attenzione al salotto, alla cucina e al bagno. Doveva essere tutto lustro prima della piscina. Decisi di pulire prima il salotto e il bagno, lasciando la cucina per ultima, sapendo che avrei sporcato cucinando a pranzo.
Fare tutte queste cose nudo incominciava a sembrarmi addirittura normale. Quando arrivò il momento di andare in piscina, mi vestii e Samanta mi diede le chiavi della sua macchina, dicendomi di guidare io. Ero lievemente in ansia, avevo paura di fare danni al veicolo e guidai con particolare attenzione, soprattutto nelle manovre di parcheggio vicino alla piscina. Mi cambiai, feci la doccia e la lezione di nuoto e, una volta finito, feci una seconda doccia e mi rivestii, dirigendomi da Samanta, che era col suo solito gruppo di amiche a chiacchierare.
Stavano discutendo su dove andare a prendere il loro solito tè, quando Samanta mi prese la mano e disse: “Oggi il tè lo prendiamo a casa mia, anzi a casa nostra,” dandomi un bacio sulla fronte. Le sue amiche erano evidentemente stupite; chiesero da quando mi ero trasferito, dove dormivo, se ci saremmo sposati e una marea di altre domande estremamente imbarazzanti.
Samanta disse che ne avrebbero parlato dopo e chiese se qualcuna delle sue amiche voleva un passaggio nei sedili dietro, visto che era venuta in macchina. Tre amiche accettarono di buon grado, rendendo il viaggio di ritorno ancora più ansiogeno di quello d’andata; io non ero certo un asso al volante e tutta quella responsabilità mi preoccupava. Una volta scesi dalla macchina, Samanta mi disse di occuparmi io di preparare il tè e di portarlo poi con dei biscotti su un vassoio d’argento; di usare la teiera buona, portare i cucchiaini d’argento e le tazze di porcellana.
Appena entrati in casa, mi stavo dirigendo verso la cucina, ma venni fermato. Samanta mi ricordò che le regole della casa non erano cambiate; capii che voleva che mi spogliassi nudo lì in ingresso, davanti alle sue amiche, andassi a posare i miei vestiti in camera mia e, sempre nudo come un verme, servissi il tè a tutte quelle vecchie signore.
Diventai paonazzo, mi sentivo enormemente a disagio, ma non vedevo alternative. Iniziai a spogliarmi, tremavo, le sue amiche mi fissavano bisbigliandosi quelli che immagino fossero commenti su di me.
Portai velocemente i vestiti in camera e andai in cucina; piangevo, ma non sapevo bene nemmeno il perché, mi sentivo umiliato, usato, anzi abusato.
Mi asciugai le lacrime con un canovaccio, misi il bollitore sul fuoco e iniziai a tirare fuori i servizi buoni, che più tardi avrei dovuto lavare a mano.
Mentre stavo preparando, suonarono al campanello. Samanta mi urlò dal salotto: “Cucciolo, le altre ospiti sono arrivate, vai ad aprire!” Rimasi impietrito per un attimo, poi mi decisi ad andare ad aprire, sempre nudo come un verme.
Dissi alle nuove arrivate che Samanta e le altre erano in salotto e che potevano raggiungerle. Feci del mio meglio per non dar peso alle risatine e ai commenti, questa volta più sprezzanti e ad alta voce, che si riferivano principalmente al mio culo e al mio cazzo.
Tornai in cucina e, una volta pronto il tutto, portai il vassoio in salotto, servii il tè e feci da cameriere al meglio delle mie possibilità, cercando di non badare agli sguardi lascivi o addirittura alle palpatine al sedere che mi arrivavano mentre servivo.
Purtroppo, il pene incominciò a ingrossarsi; non era duro, ma almeno barzotto. Samanta probabilmente se ne accorse e mi chiese di avvicinarmi a lei. Seduta al tavolo, con me a fianco, incominciò a carezzarmi il sedere, poi passò alle palle e al pene, segandomi delicatamente mentre mi baciava, leccava e succhiava le palle.
Dopo poco smise di botto e si rimise a sorseggiare il suo tè, mentre il mio pene saltellava all’aria. In quel momento, più che l’umiliazione, era forte la frustrazione per la stimolazione interrotta, anche se ero venuto il giorno precedente.
Dalla punta del mio pene incominciò a fuoriuscire abbondante liquido preseminale, cosa anormale per me, che gocciolava sul pavimento, formando una piccola pozza.
Senza che mi venisse detto nulla, andai immediatamente a prendere uno straccio e pulì il pavimento.
Una delle amiche di Samanta, ridendo, affermò: “Forse al cucciolo servirebbe un assorbente.” Un’altra la corresse: “E dove lo poserebbe se non indossa le mutande, scusa?” La prima aggiunse: “Intendevo quelli interni, direttamente nell’uretra.” Poi, rivolgendosi a me, chiese: “Dimmi cucciolo, ti sei mai fatto mettere qualcosa nell’uretra? Io ero infermiera, potrei…” Samanta l’interruppe dicendo che il suo cucciolo non avrebbe giocato con nessuna delle sue amiche finché il suo addestramento non fosse stato concluso.
Aggiunse che, a tal proposito, era ora che mi mettessi a carponi, andassi sotto al tavolo e la leccassi per bene, visto che sotto la gonna non indossava le mutande.
Immediatamente obbedì; raggiungere la sua vagina con la lingua risultò quasi impossibile. Seduta sulla sedia, la posizione stessa e la sua mole m’impedivano di poterla leccare. Samanta divaricò bene le gambe e spostò il bacino verso la fine della seduta, permettendomi di arrivare dentro la sua foresta profumata.
Mentre la leccavo, loro parlavano, con Samanta che ogni tanto gemeva durante un discorso. A un certo punto sentii distintamente un piede con una calza sottile massaggiarmi il pene duro; non riuscivo a ricordare quale delle ospiti avesse i collant e si fosse tolta una scarpa. Non avevo certo fatto attenzione a come erano vestite quelle mummie incartapecorite. Non sapevo come comportarmi; Samanta aveva espressamente detto che le sue ospiti non potevano giocare con me, quindi avrei dovuto fermarla o chiedere istruzioni su come comportarmi, ma per farlo avrei dovuto interrompere la leccata che mi era stata espressamente richiesta.
Inoltre, quella sega con un piede non era niente male, sinceramente, e io ero ancora parecchio voglioso dopo la sega interrotta di Samanta. A un certo punto, però, mi accorsi che ero al limite; stavo per venire e pensai a cosa sarebbe successo se fossi venuto, a come avrei giustificato la cosa. Quindi, mi appoggiai sulla sola mano sinistra e con la destra fermai il piede che mi stava massaggiando, che si ritrasse e sparì senza lasciare traccia, così come era venuto.
Dopo non saprei quanto, Samanta si sedette nuovamente composta, senza alcun preavviso, e mi disse di uscire da sotto al tavolo e sparecchiare, che avevano finito il loro tè ed era ora che io lavassi il servizio buono appena usato.
Con la faccia ancora umida dei suoi umori, mi misi a mettere le posate, le tazzine, la teiera e il piatto dei biscotti ormai vuoto sul vassoio e mi misi a lavare il tutto nel lavello in cucina, mentre loro continuavano a parlare del più e del meno.
A un certo punto, entrò in cucina l’ex infermiera, magra, piena di rughe, e mi chiese di darle un bicchiere d’acqua, perché aveva sete. Mi sciacquai le mani dal sapone per piatti, le asciugai e presi un bicchiere, servendo l’acqua del frigo dopo aver chiesto se la preferiva liscia o gasata.
In quel momento mi accorsi che indossava una gonna, dei collant e delle scarpe col tacco lucide; era forse lei ad avermi segato sotto al tavolo?
Dopo aver bevuto l’intero bicchiere tutto d’un fiato, si avvicinò e mi bisbigliò: “Non mi hai ancora risposto, piccolo impertinente. Allora, ti sei mai fatto mettere o hai messo qualcosa nell’uretra?” Le risposi con lo sguardo basso di no, che non sapevo neppure si potesse fare. Lei rise e tornò in salotto, evidentemente soddisfatta dalla mia risposta.
Mi rimisi a lavare e, una volta finito, asciugai tutto con cura, rimettendo al loro posto le posate, la teiera e le tazzine. In poco tempo avevo imparato a memoria il corretto posizionamento di tutto in quella cucina.
Non sapevo però come comportarmi, sarei dovuto tornare in sala da pranzo? Dovevo aspettare lì istruzioni?
Decisi di andare da Samanta e le sue amiche e chiedere cosa potevo fare. Quando arrivai nella stanza, loro si alzarono e incominciarono a salutarsi. Samanta mi guardò e mi disse di andare all’ingresso per porgere alle nostre ospiti le giacche.
Aiutare queste cariatidi a mettersi una giacca sopra ai vestiti accentuò in me il disagio per essere completamente nudo, cosa a cui ormai stavo facendo il callo.
Quando fu il momento dell’ex infermiera, lei mi chiese se potevo riaccompagnarla a casa; in fondo ero stato io a darle un passaggio fino a lì.
Non sapevo cosa avrei dovuto rispondere, per cui mi limitai a dire che dovevo chiedere il permesso a Samanta per prendere la sua macchina (in realtà dovevo chiedere il permesso per fare qualsiasi cosa).
Lei, per tutta risposta, a tono di voce alto chiese a Samanta (che era ancora in salotto) se poteva prendermi in prestito come chauffeur, esplicitando poi a me, evidentemente credendomi un troglodita, che significava farle da tassista.
Samanta venne in ingresso e, guardando la donna, disse: “Vanessa, non voglio ripetermi, non ho alcuna intenzione di condividere il mio giocattolo finché non sarà adeguatamente preparato o non mi sarò stufata di lui, per cui ti prego di non insistere oltre!”.
La donna fece una smorfia ed, evidentemente contrariata, mi tirò una sberla dal basso verso l’alto sulle palle; non me l’aspettavo, urlai e mi piegai, tenendomi con entrambe le mani la parte colpita.
Vanessa, rivolgendosi a Samanta come se non fossi neppure lì, disse: “Hai ragione, il tuo cucciolo deve essere ancora ammaestrato; se necessiterai d’aiuto, chiedi pure.” e se ne andò sbattendo la porta.
Samanta si avvicinò a me carezzandomi la testa e mi disse: “Sai, io e queste mie amiche non abbiamo praticamente nulla in comune, a parte una passione per ragazzi giovani e inesperti, ancora da plasmare.” Poi aggiunse: “Vanessa è una delle più rigide e perverse tra di noi; spera che non scopra mai che non hai mai giocato con la tua uretra. È uno dei suoi giochi preferiti e, se scoprisse che non lo hai mai provato, sarebbe davvero incontenibile.”
Alla sua frase, deglutii terrorizzato; non ebbi il coraggio di ammettere che lo aveva già saputo da me, anche perché avevo paura che in qualche modo saltasse fuori la sega col piede che avevo ricevuto e indugiato a fermare.
Le chiesi se adesso era arrivato il momento di parlare finalmente delle mie opzioni di lavoro per il futuro; la risposta fu lapidaria: non avrei potuto fare alcun lavoro che non fosse qualcosa di estremamente saltuario, come le consegne a domicilio, la pulizia di piscine, il giardiniere manutentore, e in ogni caso si sarebbe occupata Samanta di cercare le opzioni a suo parere migliori, prendere accordi con eventuali datori di lavoro in merito a orari, disponibilità e ammontare della “paghetta”.
Ero quindi ufficialmente tornato un adolescente, che deve fare piccoli lavori in nero per pagarsi il cinema o la pizza fuori con amici (solo che io avrei dovuto pagare un affitto di una stanza, la piscina, forse una palestra e chissà cos’altro).
Fine della quinta parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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