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il verginello e la signora vogliosa parte 7


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloTrieste89
07.04.2026    |    1.475    |    1 9.2
"Abbiamo appena incominciato e non ho intenzione di smettere di documentare la tua evoluzione..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.

Al mattino mi svegliai tardi, mi ero stancato parecchio e, per fortuna, non avevo avuto erezioni notturne o mattutine (o ero talmente stanco da non aver sentito il dolore). Ero da solo nel letto di Samanta, che trovai spaparanzata sul divano a guardare la televisione con un'aria annoiata.
Appena entrai in salotto, lei si rivolse a me facendomi notare che era tardi e che dovevo ancora prepararle la colazione (come se lei non ne fosse capace, come aveva fatto fino al mio trasferimento?) e che dopo voleva un massaggio ai piedi.
Mentre mi stavo dirigendo in cucina, aggiunse con tono acido: “un’ultima cosa, cucciolo, chi ti ha detto che potevi venire a dormire nel mio letto ieri? Ti ho forse dato il permesso?”. Io trasalì; avevo genuinamente dato per scontato che lei volesse che le dormissi a fianco sempre e così risposi. Lei fece una smorfia, mi disse che i suoi voleri erano solo suoi e non dovevo permettermi d’interpretarli, solo limitarmi a eseguirli pedissequamente.
Questo mi confuse ancora di più; come potevo sapere come comportarmi? Avrei dovuto continuamente chiedere cosa potevo e non potevo fare? Decisi di limitarmi a dire che avevo capito (anche se ero ancora più confuso di prima) e andai a preparare la colazione.
Questa sensazione di sbagliare qualsiasi cosa facessi m’infastidiva; sentivo che sarei stato redarguito indipendentemente da cosa avessi fatto. Anche se fossi andato a dormire in camera “mia”, ero certo che Samanta avrebbe avuto da ridire.
Le portai la colazione sul divano, mangiammo assieme e, dopo aver riportato vassoio e stoviglie in cucina, tornai in salotto a massaggiarle i piedi come aveva chiesto.
Stava guardando un programma estremamente noioso, di quelli dove le famiglie vanno a lavare i panni sporchi in TV e si urlano addosso, con un pubblico in sala che applaude una volta per uno e una volta per l’altro. Questo, sommato alla mia poca attrazione per i piedi, mi aiutava a non essere troppo eccitato, dando un po' di pace lì in basso.
Quando Samanta si stufò delle mie attenzioni, mi scacciò col piede e mi disse di caricare la lavastoviglie e rassettare un po' la casa finché lei era impegnata. In seguito avremmo chiamato il suo amico Alessandro per sapere come me l’ero cavata con le pulizie e se i problemi di lavoro e palestra erano stati risolti in un solo colpo.
Dopo poco spense lo schermo e mi raggiunse in bagno, mentre pulivo lo specchio. Col cellulare chiamò il suo amico, ma non mise in vivavoce; sentivo solo quello che diceva lei.
“Pronto Alessandro? Qui Samanta, tutto bene?” “Volevo sapere come se l’era cavata il mio cucciolo, sei soddisfatto del servizio?” “Certo, hai ragione, sarà fatto.” “Non sarà necessario, tranquillo.” “È un cucciolo abbastanza ubbidiente, non credo ti darà problemi e se dovesse, basta avvisarmi, prenderò provvedimenti.” “Va bene, siamo d’accordo su tutto!” e chiuse la telefonata.
Senza darmi alcuna spiegazione, mi disse di finire con le faccende; primo pomeriggio avrei avuto l’incontro col personal trainer in palestra.
Dopo aver pulito quasi tutte le stanze della casa, cucinai e mangiammo assieme; poi sparecchiai, sistemai la cucina e mi preparai per la palestra. Non avevo molte cose, Samanta mi aveva fatto buttare quasi tutto, per cui, come tuta, dovetti mettere nello zaino dei pantaloncini, una maglietta e delle scarpe da tennis che avevo già usato in strada, pulendo però la suola.
Chiesi a Samanta se potevo prendere l’auto; la risposta fu: “Pedala, pedala che ti fa bene.”
Avrei dovuto andare avanti e indietro dalla palestra in bici per due volte; incominciava a essere pesante.
Entrato in palestra, alla reception una ragazza mi sorrise, dicendomi: “Tu sei quello che ieri ha pulito al posto nostro, vero?” Io annuì col capo; era una ragazza prosperosa e la scollatura mi aveva fatto eccitare, il dolore mi rendeva difficile risponderle.
“Vatti a cambiare, avviso Matteo che sei arrivato.”
In spogliatoio, pur non togliendomi le mutande, feci in modo di dare la schiena agli altri mentre cambiavo i pantaloni. Avevo paura che la gabbietta si notasse, ma non sembrò che nessuno badasse a me; anzi, nessuno si parlava, eravamo tutti come automi che si cambiavano in silenzio.
Entrato in sala pesi, mi si avvicinò un ragazzo giovane ma estremamente pompato; sembrava un armadio. “Sei tu quello che devo allenare?” Per risposta, mi presentai: “Sì, piacere Massimo.” Lui rise alla mia affermazione e mi schernì dicendo: “Più che Massimo, mi sembri minimo, ma non preoccuparti, ci lavoreremo e diventerai un ragazzo vero, non una specie di burattino fatto con stuzzicadenti.”
Colsi la citazione di Pinocchio; ero indeciso se far notare che Collodi aveva sbagliato tra marionetta e burattino, ma mi autocensurai. I saccenti non piacciono a nessuno e Matteo (che non si era presentato) era tre volte me e probabilmente con un colpo mi avrebbe steso. Era decisamente meglio non rispondere alle sue provocazioni.
Mi fece fare un riscaldamento senza sosta; sembrava un sergente militare che allena truppe d’élite (con il dettaglio non insignificante che io non ero particolarmente addestrato o atletico; la piscina mi aveva aiutato, ma ero comunque sotto tono).
Poi iniziammo a fare una a una molte delle macchine per la parte alta del corpo, spiegando movimenti e aumentando gradualmente i pesi, spremendomi come un limone fino allo sfinimento con ogni ripetizione.
Arrivato sulla panca piana, ero imbarazzato; avevo paura si notasse la gabbietta e continuavo a guardarmi in mezzo alle gambe, cercando di capire se lo strato di mutande e di pantaloncini dissimulasse la presenza di quell’ingombrante oggetto.
Alla terza serie, Matteo mi porse un bibitone da lui appena scosso, dicendomi di berlo tutto, anche se il gusto mi avesse fatto schifo.
Sapeva di fragola chimica, assieme ad altri gusti che non centravano niente e non riuscivo bene a identificare. Quando ebbi finito, chiesi cos’era.
Matteo nuovamente rise fragorosamente: “Questo avresti dovuto chiederlo prima, non ti pare? Tranquillo, non c’era GHB se era quello che ti preoccupava!” continuando a ridere.
Non mi aveva di fatto dato alcuna risposta, ma decisi di non insistere oltre; era sicuramente un misto di proteine e sali minerali, o almeno il gusto quello suggeriva.
Finito l’allenamento, andai in spogliatoio; puzzavo come un montone sudato, per cui decisi di rischiare e farmi la doccia, con tutte le precauzioni possibili.
Mi misi l’asciugamano intorno alla vita e solo dopo mi tolsi pantaloncini e mutande, andai nelle docce in fondo e mi lavai, dando tutto il tempo alla schiena e accucciandomi per lavare le gambe.
Poi mi asciugai, sempre dando la schiena, e mi misi nuovamente l’asciugamano intorno alla vita.
Quando mi voltai, mi accorsi che nella doccia di fronte c’era un signore sulla cinquantina estremamente peloso che mi sorrise. Affrettai il passo verso lo spogliatoio; perché mi aveva sorriso? Aveva visto la gabbietta e mi derideva? Era dell’altra sponda e ci stava provando con me? Voleva solo essere gentile con un ragazzo che magari gli ricordava il figlio?
Stavo diventando paranoico.
Tornato a casa, trovai Samanta nuovamente svaccata sul divano davanti allo schermo televisivo (faceva altro nella vita?), ma questa volta era nuda.
Non riuscivo a togliere lo sguardo da quel triangolo d’Amazzonia che le copriva la patata; il mio pene scalpitava rinchiuso dentro quelle strette mura. Senza ricevere alcun ordine o richiesta, mi precipitai a leccargliela, la penetrai con due dita, la portai fino all’orgasmo e la accompagnai dolcemente anche oltre. Le dissi che stavo esplodendo, volevo venire e mi sembrava davvero di impazzire. Quando mi venne detto che non sarei ancora stato liberato, mi misi a piangere; ero sconvolto, sentivo un’ondata di rabbia irrazionale pervadermi, non ero in me, ero fuori controllo.
Samanta mi lasciò piangere, ancora in ginocchio per terra, poi mi disse di seguirla in camera. Avevo alzato la voce e avuto una reazione inaccettabile; dovevo essere punito.
Mi fece sdraiare, mi legò come un salame, prese il dildo del giorno precedente e incominciò a ficcarmelo in gola, in profondità, aspettando il mio riflesso faringeo per toglierlo. Continuò così per parecchio; ogni tanto, nello sfilarlo, scivolava saliva mista a succhi gastrici lungo le mie guance, ma riuscii a non vomitare, forse anche perché non c’era niente da vomitare, avevo già digerito. A un certo punto mi disse di tenere il dildo coi denti; la punta stuzzicava proprio il palato molle, stimolando il vomito.
In questo, lei si mise a cavalcare l’altra estremità del dildo; improvvisamente, il mio cervello si concentrò sul dolore in basso e non dovetti più concentrarmi sul trattenere i conati, quanto sul non urlare dal dolore.
Continuava a salire e scendere con forza, i suoi umori mi gocciolavano sulla faccia, cadendo dai peli bagnati, oltre che scendendo lungo l’asta.
L’odore era intenso, sia di ormoni di donna che di urina; le sue cosce incominciarono a vibrare lievemente, poi a tremare sempre più forte. Era vicina all’orgasmo (ormai la conoscevo bene) e poi finalmente venne.
Venne abbondantemente; mi arrivò una piccola spruzzata d’umori sulla fronte.
Come ormai consuetudine, Samanta si abbandonò con tutto il suo peso sopra di me, rilassandosi fino a che non si riprese. Mi tolse il dildo e continuò a fottermi la gola con l’estremità che era stata dentro di lei, per pulirla dai suoi umori (o per sporcarla con i miei succhi gastrici, in realtà).
Dopo un po' smise, mi disse che ero stato un bravo cucciolo e che mi ero fatto perdonare, e mi slegò dicendo di andare a farmi una doccia.
Mentre mi lavavo, Samanta entrò in bagno, ancora nuda, e poi subito in doccia con me.
Tastò l’acqua e scosse la testa. “Ti avevo detto che avresti sempre dovuto fare docce fredde per abbassare i tuoi bollenti spiriti, ma mi ascolti quando parlo?” Sgranai gli occhi e balbettai che, avendo la gabbietta, pensavo non servisse.
Lei sogghignò: “Piccolo masochista, ti piace sentire il dolore quando il tuo piccolo cazzetto cerca di diventare duro, vero?” Non risposi; non amavo il dolore, non avevo pensato che fare docce fredde avrebbe aiutato a non eccitarmi e, soprattutto, non amavo si riferisse al mio pene come “piccolo cazzetto”, ma non osavo ribattere a nessuna delle sue affermazioni.
Samanta si fece lavare (con acqua calda, ovviamente) e mi fece sfregare con la spugna ogni centimetro del corpo, ad eccezione della vagina, che mi fece lavare solo con le mani insaponate.
Sentire le sue grandi labbra, la sua foresta, vederla nuda di fronte a me nudo, il mio cazzetto era nuovamente dolorante.
Un pensiero mi colpì come un fulmine; avevo appena pensato al mio cazzo come al mio cazzetto. Io stesso lo avevo sminuito. Il lavaggio del cervello di Samanta stava davvero funzionando.
Ormai ero una sua marionetta; lei non doveva far altro che tirare i fili e io mi muovevo e pensavo a suo piacimento. D’impulso la baciai in bocca, prima dolcemente, poi sempre più audacemente; la stringevo forte tra le mie braccia.
Lei ricambiò il bacio per un po', poi si staccò e mi disse: “Ehi campione, tieni un po' d’energie per pulire la palestra stasera.” “Anche stasera? Non potremmo farci le coccole?” chiesi. “Ogni sera, senza ferie né assenze giustificate, nemmeno per le coccole alla tua Dea,” rispose.
Si era appena paragonata a una dea; alla faccia della modestia, si era veramente montata un po' troppo la testa. Il mio atteggiamento succube le aveva dato troppa sicurezza. Avrei dovuto limitare la cosa? Dovevo incominciare a mettere dei limiti? Ormai era troppo tardi o troppo presto; avrei potuto metterne solo una volta liberato da quella gabbia infame.
Cenammo presto, sistemai la cucina e andai a pulire la palestra. L’allenamento mi aveva distrutto, ma feci del mio meglio per pulire tutto bene e tornare a casa prima possibile; ero davvero esausto.
Tornato a casa, trovai la luce della camera di Samanta ancora accesa.
Era sveglia, quindi suonai il campanello. Lei mi aprì con la sua vestaglia semitrasparente; il dolore fu immediato. Mi spogliai, misi i vestiti in camera mia e la raggiunsi in camera sua.
Lei si sdraiò a letto, con le gambe divaricate e le ginocchia piegate, incominciò a toccarsi la passera e, con uno sguardo perverso, mi disse: “Prima in doccia sembrava avessi voglia di farmi le coccole, mi hai fatto venire voglia di un altro orgasmo e quindi non riuscivo ad addormentarmi, per cui ora mi farai venire per bene!”.
Mi misi a leccargliela con foga, ero eccitato e dolorante e non solo lì sotto; l’acido lattico mi percorreva tutti i muscoli (il susseguirsi di pulizie, palestra, bici, pulizie, bici aveva messo a dura prova il mio fisico).
Provai ad aiutarmi con la mano, ma non riuscivo a muovermi bene, per cui mi limitai a usare la lingua e le labbra: baciare, leccare, succhiare. Il suo gusto era estremamente deciso; da quando ci conoscevamo, la sua virtù si era fatta sempre più profumata di ormoni femminili e sempre meno di sapone. Samanta gemeva, mi carezzava la testa, me la premeva forte contro il suo sesso.
A un certo punto strinse le cosce intorno alla mia faccia; ero praticamente inglobato dal suo grasso, non respiravo se non in brevi istanti in cui l’aria passava da qualche spiraglio che veniva aperto dal mio mento. Continuai con foga crescente fino al raggiungimento dell’agoniato orgasmo (di Samanta, non certo il mio, che ormai ero rassegnato a non avere).
Poi, stremato, mi misi a fianco a lei e l’abbracciai, addormentandomi immediatamente. I giorni seguenti continuarono a susseguirsi in maniera monotona; Samanta aveva almeno due orgasmi ogni giorno, io nessuno, e facevo le faccende domestiche, la palestra e le relative pulizie. Il mio riflesso faringeo sparì quasi del tutto, i miei muscoli incominciarono a tonificarsi e ingrossarsi.
Il mio pene era quasi sempre duro e dolorante dentro la gabbietta, tanto che Samanta dovette togliermela (dopo avermi immobilizzato) per verificare che non ci fossero danni al mio cazzetto, ma senza ovviamente concedermi un orgasmo e nemmeno alcuna stimolazione. Incominciarono a venirmi parecchi brufoli in faccia, proprio come quando ero un adolescente, e mi sentivo irritabile costantemente, sicuramente dovuto a questa continua astinenza e eccitazione.
Finalmente mi decisi a farmi coraggio e affrontare Samanta, dicendole che doveva scegliere se concedermi un orgasmo oppure perdermi per sempre; io me ne sarei andato per la mia strada.
Samanta a quelle mie affermazioni non rispose, si limitò a dire: “Quindi sei arrivato al punto di rottura, in effetti mi aspettavo prima o poi crollassi”.
Mi disse di seguirla in camera da letto, mi legò le mani dietro la schiena; la mia mano destra toccava il gomito sinistro e viceversa, con legature molto strette.
Mi fece mettere in ginocchio sopra al letto, mi legò le caviglie a un'asta forata in modo fossero lievemente divaricate, stessa cosa per le ginocchia.
Uscì dalla stanza; ero terrorizzato che mi lasciasse lì immobile per punizione, invece tornò con in mano la chiave del lucchetto e mi liberò finalmente il mio uccello.
Si mise dietro di me, il suo seno contro la mia schiena, poco sopra alle mie braccia legate, e con la mano destra incominciò a segarmi dolcemente, mentre mi baciava il collo e la schiena da dietro.
Il tocco della mano sulla mia asta era leggero, appena percettibile, ma io già grondavo liquido pre-eiaculatorio.
Samanta smise di botto e mi spinse la testa giù dicendomi di piegarmi. Appoggiai la fronte sul materasso, facendo il possibile per inarcare la schiena; vedevo il mio pene tremare e saltellare contro la mia pancia. Lei mi accarezzò le palle, le raccolse e mi tirò lo scroto verso fuori.
Poi sentii una specie di bastone sotto le natiche, una morsa che stingeva le palle. Mi aveva incastrato i testicoli in una morsa che premeva sotto i glutei, impedendomi di rialzarmi; dovevo rimanere piegato.
Non potendo muovere braccia, ginocchia e caviglie, l’unica cosa che potevo fare era inarcare la schiena e fare pressione sul collo.
Samanta mise una ciotola di metallo, tipo quella dei cani, sul materasso, sotto al mio pene.
Incominciò a sculacciarmi forte sulle natiche; faceva male e non potevo nemmeno muovermi. Per la sorpresa avevo provato a farlo e mi ero tirato le palle. Le chiesi di smettere, ma lei mi disse: “Scordatelo, hai osato sfidarmi e dirmi che mi abbandoneresti per un tuo capriccio; ora ne pagherai le conseguenze!” e continuò a colpirmi.
Nella sua rabbia, mi colpì di striscio anche le palle, che erano tirate indietro ed esposte da quella specie di gogna in legno. Urlai dal dolore; quello era veramente molto forte. Lei non smise, ma credo stesse più attenta a non colpire le palle.
Piano incominciò a rallentare; credo fosse stanca. Sentivo le mie chiappe bollire, quasi prendessero fuoco.
Samanta incominciò a spargermi una crema sulle natiche (ma dove diavolo prendeva tutte queste cose?) che mi diede una sensazione lenitiva immediata.
Mentre la spalmava tra le chiappe, premette con decisione un dito sul mio buco del culo, entrandovi a forza. Il bruciore fu indescrivibile; urlai “TI PREGO TOGLILO, BRUCIA! BRUCIA!!!”.
Lei incominciò a sfilare il dito, ma, arrivata quasi all’uscita, mise altra crema e rientrò prepotentemente. Il dolore fu intenso, ma meno del precedente; anche il bruciore era attenuato dalla sensazione di freschezza data dalla crema.
Le dissi, questa volta in modo più calmo: “Ti prego, Samanta, smettila, non mi piace per niente, ho capito la lezione, non ti mancherò più di rispetto.” Lei non mi rispose, incominciò invece a muovere il suo dito dentro di me.
Sentii una sempre più piacevole sensazione crescere in me; prima che me ne potessi accorgere, ansimavo dal piacere, una sensazione di benessere mai provata prima.
Non era intensa come un orgasmo, ma ci si avvicinava e, a differenza di quest’ultimo, stava durando parecchio.
Tra un gemito e l’altro, chiesi a Samanta di continuare; le dissi che mi ero sbagliato, che quello che mi stava facendo era bellissimo.
Dal mio pene incominciò a gocciolare liquido pre-spermatico, che tintinnava cadendo nella ciotola metallica. Non si trattava di poche gocce, era un rigolo quasi costante. Continuavo ad ansimare, non riuscivo a capire se volessi che continuasse all’infinito o se volevo che arrivasse finalmente il tanto atteso orgasmo.
Il mio pene, nonostante l’eccitazione e le sensazioni, senza un'adeguata stimolazione si era rammollito, ma continuava a emettere liquido nella ciotola.
Samanta continuò diligentemente fino a quando dal mio pene continuarono a cadere le ultime goccioline, poi tolse delicatamente il dito.
Fu solo in quel momento che mi resi conto che sentivo le palle più leggere, come dopo un orgasmo.
Anche l’odore che emanava dalla ciotola era quello dello sperma, anzi era particolarmente intenso e acre. Capì che quello era stato il mio orgasmo; ero venuto senza venire, una bellissima sensazione, ma neanche lontanamente soddisfacente quanto un orgasmo, quanto l’orgasmo che aspettavo da più di un mese.
Samanta mi mise un cuscino piegato sotto ai pettorali; finalmente il mio collo aveva un po' di tregua dallo sforzo di tenere il mio peso. Poi spostò la ciotola proprio sotto la mia faccia e m’intimò di ripulire il pasticcio che avevo fatto.
In quel momento ebbi la conferma, nella ciotola c’era il mio sperma, più liquido del solito, ma sicuramente era sperma.
Ovviamente mi rifiutai; per nessuna ragione al mondo avrei leccato il mio sperma, figuriamoci poi da una ciotola per cani.
Le mie palle vennero colpite con forza da una manata, il dolore mi fece vedere le galassie, non solo le stelle.
Urlai come non avevo mai urlato in vita mia, le lacrime mi gocciolarono lungo le guance e caddero nella ciotola assieme al mio seme rancido.
Samanta, con voce perentoria, m’intimò nuovamente di ripulire; per un istante mi fermai a pensare, ero immobilizzato, con la mia parte più fragile esposta alla mercé di Samanta. Capì che non avevo alcuna scelta, tirai fuori la lingua e incominciai a leccare il contenuto della ciotola. Il gusto era acido, disgustoso, peggio di un limone, ma ero in trappola; DOVEVO obbedire.
Continuavo a piangere mentre svuotavo la ciotola a fatica (data non solo dal disgusto, ma anche dalla difficoltà di movimento che rendeva ancora più umiliante il tutto). Quando ebbi finito, Samanta mi disse, in tono serio e con una vena di disprezzo, che se mai me ne fossi andato da quella casa, poteva essere in due modi: in una bara da morto oppure con la sua benedizione.
Se avessi provato a scappare, a rompere il patto d’obbedienza che le avevo fatto, lei sarebbe stata libera di farmela pagare come meglio credeva, ad esempio mandando i nostri video ai miei parenti.
In quel momento ricordai che in camera da letto c’erano delle telecamere nascoste; probabilmente in quel momento stavo venendo filmato e, per quanto certi momenti potessero anche essere considerati come uno stupro, io stesso avevo chiesto di continuare il massaggio con il suo dito. Io mi ero lasciato legare; io avevo opposto resistenza solo dopo esser stato legato.
L’idea che parenti e amici mi vedessero leccare il mio stesso sperma da una ciotola per cani poi mi terrorizzava.
“Scacco matto,” dissi a Samanta, “non ti darò più problemi, ma non voglio che tu raccolga altri video imbarazzanti su di me; devi promettermi che non mi filmerai mai più.” “Questo, mio caro cucciolo, te lo puoi scordare. Abbiamo appena incominciato e non ho intenzione di smettere di documentare la tua evoluzione. Ma ti ho già promesso che i video non usciranno da questa casa e manterrò la promessa, solo se tu manterrai le tue, ovviamente; sia quelle che mi hai già fatto, che quelle che mi farai in futuro…” Non avevo via d’uscita, ormai dovevo solo obbedire.


Fine della settima parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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