bdsm
il verginello e la signora vogliosa parte 6
PaoloTrieste89
27.03.2026 |
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"Avevo ancora quel gusto acido e disgustoso in bocca, per cui mi sciacquai la bocca e buttai giù qualche sorso prima di riempire il secchio..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.I giorni seguenti si susseguirono simili tra loro; mi occupavo delle faccende, andavo in piscina, accompagnavo Samanta a fare delle commissioni e, quando ne aveva voglia, le procuravo degli orgasmi con la lingua senza alcun tipo di reciprocazione.
Finché, dopo due settimane d’astinenza ed eccitazione continua, una mattina chiesi se era possibile fare qualcosa di più, dicendo che avevo le palle piene e che avevo bisogno di svuotarmi; insomma, stavo veramente impazzendo.
Samanta, con ben poca empatia, mi disse che delle mie esigenze poco le importava, che io ero al suo completo servizio e che lei mi voleva sempre pronto e voglioso, bello carico per quando lei avesse deciso di concedermi un orgasmo che doveva essere meritato, perché solo i bravi cuccioli ne possono avere uno ogni tanto e solo come premio.
Mi sentivo un cane a cui viene concesso un biscottino quando dà la zampa correttamente; la cosa m’infastidiva parecchio e non ragionavo più in maniera lucida, con un pene che s’induriva e gocciolava per qualsiasi cosa succedesse che fosse anche solo lontanamente eccitante.
La stessa mattina, mentre mi facevo la doccia, insaponandomi lì sotto, lui svettava prepotente in mezzo alla schiuma. Decisi di provare a farmi una sega; nella mia vita me ne ero fatte molte, ma mai senza una stimolazione visiva, essendo però estremamente voglioso, non necessitavo nemmeno della fantasia.
Iniziai a gemere praticamente subito; dopo qualche colpo ero già al limite. Venni di botto dopo una ventina di secondi. Il mio seme venne schizzato con forza contro il vetro del box doccia; era tantissimo e estremamente cremoso. Mi appoggiai contro la parete rivestita di piastrelle, esausto.
Sentivo l’odore acre di sperma permeare tutto il box doccia. Stavo per aprire la valvola dell’acqua quando entrò Samanta in bagno senza nemmeno bussare.
Alla vista di me col pene ancora duro in mano e tutta la mia crema sul vetro, lei si mise a urlarmi contro che ero un piccolo pervertito, disubbidiente, ipocrita e che non potevo essere lasciato da solo neppure per farmi una doccia.
Si avvicinò ed aprì le portelle del box, che passando sopra alle mie abbondanti schizzate le spalmarono tramite le guarnizioni in un'area molto vasta sia del vetro fisso che dell’anta del box.
Samanta continuava a gridarmi contro e a darmi degli schiaffi, in faccia, sul corpo, un paio pure sulle palle. Se coprivo con le mani una zona, lei ne colpiva un’altra.
Mi rannicchiai a terra, coprendo la testa con le braccia e le mani, e singhiozzando chiesi scusa. Samanta smise di colpirmi, prese il soffione della doccia e, puntandomelo addosso, aprì l’acqua, selezionando solo quella fredda. Mi fece andare via tutto il sapone dal corpo e continuò ancora con l’acqua gelida per qualche minuto, poi smise.
Mi disse che forse con la doccia fredda avrei raffreddato i miei bollenti spiriti e che da allora in poi avrebbe fatto in modo di tenermi sotto stretto controllo.
Mi disse di asciugarmi e di seguirla in camera per ricevere la punizione; chiesi se dovevo venire subito o se prima avrei dovuto pulire i vetri del box doccia. Mi rispose che lo avrei fatto solo dopo aver ricevuto la giusta punizione.
Ancora tremante ma abbastanza asciutto, mi diressi con lei in camera da letto; lì lei mi legò a stella sul letto, come aveva già fatto in passato, e mi bendò e imbavagliò.
Non riuscivo a parlare, faticavo a deglutire, non vedevo cosa stava succedendo ed ero immobilizzato.
Poi mi mise dei tappi per le orecchie in entrambi i padiglioni auricolari; oltre alla vista e al gusto, ora mi toglieva anche l’udito.
Mi lasciò lì in quella posizione senza toccarmi per parecchio; in quel lasso di tempo, il mio olfatto e il mio tatto si acutizzarono, o almeno così mi sembrava. Sentivo le corde, il profumo di sapone della mia pelle e delle lenzuola pulite; ma forse era solo una mia impressione.
Non avevo mai provato in vita mia una sensazione mista di disagio, fastidio, preoccupazione e noia mescolate insieme. Provai a liberarmi, ma l’unica cosa che ottenni fu stringere ancora di più le corde, causando un intorpidimento ad entrambe le mani, probabilmente per il poco afflusso di sangue che gli arrivava.
Dopo molto tempo, sentii qualcosa di duro e freddo intorno alle palle e al pene; sembrava un laccio di metallo. Il mio pene incominciò a indurirsi nuovamente; qualcosa di ancora più freddo gli venne posizionato sopra.
Il freddo era troppo intenso, bruciava. Urlai dentro al bavaglio, non so quanto suono sia uscito, ma credo si sentisse. Mi si afflosciò subito e venne circondato da qualcosa di meno freddo ma estremamente duro che lo comprimeva da tutti i lati e al contempo tirava le palle.
Mi venne tolto un tappo dall’orecchio sinistro e Samanta mi sussurrò: “Ora che ti ho ingabbiato, sarai sempre bravo e ubbidiente e non ti ribellerai mai più, altrimenti giuro che te lo stacco a morsi”. Poco dopo mi morse molto forte, prima un capezzolo, poi l’altro. Mi tolse anche l’altro tappo dall’orecchio, il bavaglio dalla bocca, la benda dagli occhi e mi slegò mani e piedi. Mi guardai tra le gambe e vidi una specie di tubo metallico che conteneva il mio pene floscio, legato con un lucchetto a un anello anch’esso di metallo che passava dietro le palle, stringendole.
Provai a toccare lo strano apparecchio, cercai di sfilarlo e mi resi subito conto che l’unico modo era aprire il lucchetto oppure tagliarmi le palle; non sarei riuscito a sfilarlo altrimenti.
Chiesi a Samanta di togliermelo, le dissi che mi pesava e che faceva male. Mi rispose che potevo scordarmelo e che adesso potevo andare a pulire il disastro che avevo fatto in bagno.
Capendo che non era il caso di contrariarla, andai in bagno; l’apparecchio mi pesava a ogni passo, era davvero fastidioso, camminavo a gambe lievemente divaricate per sentire meno fastidio, con un passo del tutto innaturale. In bagno, prima di andare al box doccia, mi guardai allo specchio. Le palle erano tirate dall’anello in avanti e il tubino comprimeva il mio pene. Vedermi così mi fece senso.
Decisi di darmi da fare per farmelo levare il prima possibile, quindi presi lo spruzzino per lavare i vetri con una spugna e incominciai a pulire le macchie ormai secche del mio sperma che era colato fino allo scarico, lasciando un rigolo giallino sulla ceramica del pavimento della doccia.
Pulire l’interno della portella del box fu difficile, in quanto non capivo come smontarla e c'era una porzione di vetro che si sovrapponeva all’altra, ma alla fine riuscii a sfilarla per pulirla.
Tutto soddisfatto, tornai da Samanta per chiederle di liberarmi; la trovai nuda sul divano, con le gambe ben divaricate. Una scossa elettrica mi arrivò diretta al cervello, mi ero eccitato e il pene, non potendosi espandere, mi aveva procurato un dolore intenso.
Dissi a Samanta che avevo pulito tutto e che poteva togliermi la gabbia. Lei, ridendo, mi rispose che quella rimaneva finché non avessi dimostrato di essere un bravo cucciolo ammaestrato.
Mi disse di sedermi a fianco a lei e accese la televisione, facendo partire un film romantico e abbracciandomi.
Io ero eccitato e dolorante, mi sembrava d’impazzire; lei mi carezzava la nuca, abbracciandomi. Io vedevo la scena di noi due nudi sul divano abbracciati e mi eccitavo, per poi costringermi a concentrarmi sul film per sopprimere il dolore.
Quando persino in quel noiosissimo film apparvero delle scene di sesso, non sapevo più cosa fare; la realtà era arrapante, il film pure. Baciai Samanta in bocca e le dissi che ero tutto suo, solo suo e che quell’affare non le serviva. “Ti sbagli, cucciolo, la tua museruola serve eccome e sta già sortendo i primi effetti desiderati… Dimmi, mi ami?” Rimasi un attimo interdetto, poi risposi di sì.
“E se io lo volessi, mi sposeresti? Sposeresti una donna che potrebbe essere tua madre? Sposeresti una donna vecchia e grassa come me?” Dicendo queste parole, lei continuava a carezzarmi; sullo schermo, la scena era degna di un film porno. Io non capivo più nulla, volevo solo che mi togliesse quella gabbia dal pene.
Balbettai un sì decisamente poco convinto e imbarazzato, terrorizzato dal fatto che questa sua idea si concretizzasse. Lei mi baciò in bocca, toccandomi i capezzoli, sfiorando la nuca, passando per ogni zona del mio corpo che non sapevo nemmeno potesse essere erogena. Mi lamentai dicendo che il pene mi faceva davvero tanto male. Lei, noncurante, mi salì sopra; la sua pancia abbondante e le sue tette cascanti si premevano sul mio petto magro. Mi baciava, ero immobilizzato dal suo peso, le mie gambe erano in mezzo alle sue, la sua foresta inglobava la mia gabbietta. Mi baciava voracemente, quasi dovesse aspirarmi via le tonsille; ricambiai il bacio, le carezze, la strinsi forte a me. Sentii il metallo scaldarsi, il suo pelo inumidirsi; si stava eccitando, forse mi avrebbe finalmente liberato.
Si staccò di botto e mi chiese di leccargliela; le dissi che con quel tubo sul pene mi sarei fatto male, e mi disse che me lo meritavo.
Mi misi in ginocchio per terra, lei seduta sul divano con le gambe aperte, incominciai a leccare trattenendo le lacrime (il mio pene faceva male e tirava le palle, anch’esse doloranti).
Lei mi carezzava la nuca, i capelli, mi spingeva forte la testa contro il suo sesso e gemeva. Anche dal film in sottofondo si sentivano gemiti e i tipici rumori di una scopata; probabilmente era davvero un porno, di quelli con una storia che serve solo per portare all’atto sessuale. Incominciai a carezzarle le cosce con le mani, poi passai a tutto il resto del corpo che riuscivo a raggiungere senza spostare la mia faccia dalla sua foresta. Speravo che eccitandola avrebbe avuto voglia di cazzo e mi avrebbe liberato.
Le cosce di Samanta incominciarono a tremare; era vicina all’orgasmo. M’impegnai con più foga e le donai un orgasmo particolarmente copioso, bevendo avidamente i suoi liquidi senza mai fermarmi. Mi diede due colpetti sulla nuca, segno che voleva che ora smettessi; quindi mi staccai e chiesi cosa voleva che facessi.
Lei si alzò e mi disse semplicemente “seguimi” con un tono suadente.
Entrammo in camera sua; lei prese delle candele profumate, un accendino e un olio per massaggi da un cassetto.
Accese le candele e le dispose in vari punti della stanza, poi abbassò la tapparella e chiuse la porta; eravamo a lume di candela.
Si sdraiò sul letto a pancia in giù e mi disse di darmi da fare con il massaggio. Feci del mio meglio; in certi punti mi sembrava di fare il pane più che un massaggio, i rotoli di grasso in quella posizione erano davvero abbondanti.
Il mio pene, però, non voleva saperne di lasciarmi in pace; continuava a premere contro la gabbietta, tirando le palle e causandomi continue fitte di dolore, anche se non troppo forti, per fortuna.
Arrivai alle sue natiche; più che un'arancia, sembravano quasi un terreno dissestato; la cellulite aveva scavato solchi profondi.
Mentre le stavo massaggiando le chiappe, Samanta mi chiese se mi piaceva il suo culo.
Mi disse che le facevo pochi complimenti, che avrei dovuto essere più galante con lei.
Le dissi che trovavo il suo culo stupendo, che trovavo lei splendida in tutte le sue forme.
“Se fosse vero, me lo diresti più spesso; lo stai dicendo solo perché sei un opportunista e vuoi che liberi il tuo cazzetto!” fu il suo commento ai miei complimenti.
Poi aggiunse che era ora di pranzo e che dovevo andare a preparare velocemente da mangiare; nel pomeriggio avevamo un impegno.
Corsi in cucina a preparare qualcosa da mangiare, continuando a domandarmi che impegno avessimo e soprattutto con chi.
Mangiammo assieme, poi sparecchiai la tavola e, mentre stavo per lavare a mano le pentole, Samanta mi disse di andare a vestirmi, che dovevamo uscire. Mi fece guidare in una zona residenziale più ricca rispetto a dove vivevamo noi, villette a schiera con giardino, ma, a differenza di casa sua, anche con piscina.
Mi fece parcheggiare e suonammo a un portone; ci aprì un uomo sulla settantina che salutò Samanta e mi guardò sorridendomi e presentandosi come Alessandro. Io, di rimando, dissi “Massimo, piacere”.
Samanta esordì dicendo: “Come ti accennavo, il mio cucciolo avrebbe bisogno di fare qualche lavoretto per guadagnare qualche soldo e vorrebbe anche iscriversi in palestra per migliorare il suo fisico. Potresti aiutarlo con entrambe le cose, vero? Posso contare sul tuo aiuto?”.
“Cara Samanta, come ti dicevo, non gestisco più io la palestra; ora sono solo il proprietario e, comunque, nemmeno ai miei tempi avrei assunto personale in nero”.
Lei rispose subito, “Esistono forme di contratto flessibili ma perfettamente legali e i tuoi dipendenti non sono affatto contenti di pulire gli attrezzi dalla polvere e i sedili dal sudore di quei bei maschioni a chiusura della palestra; potrebbe occuparsene il mio cucciolo per una paga per te irrisoria e un'iscrizione gratuita.”
Il Sig. Alessandro mi guardò dritto negli occhi come se volesse leggermi nell’anima e acconsentì. Avrei iniziato il giorno seguente; sarei andato a orario di chiusura, mi sarebbe stato mostrato il da farsi, date le chiavi, spiegato come mettere l’allarme e, se il giorno dopo non fosse stato tutto lustro da poter mangiare per terra, non mi avrebbe fatto alcun contratto e non se ne sarebbe fatto nulla.
Saliti in auto, ricordai a Samanta che il giorno dopo era giovedì e che avremmo avuto la piscina. Chiesi se pensava fosse il caso che andassi a stancarmi in piscina il giorno in cui avevo la sera di prova per il nuovo lavoro.
“Il problema è che hai paura di stancarti oppure hai il terrore che oltre il costumino si veda la tua gabbietta?” Aveva centrato il punto; quel costume era praticamente trasparente e aderente, lasciava ben poco all’immaginazione, era impossibile dissimulare quell’infernale aggeggio di metallo e ormai avevo capito che non mi sarebbe certo stato rimosso.
Comunque, azzardai un “Pensavo che per la piscina mi avresti liberato, sinceramente”.
Samanta rise fragorosamente: “Non posso fidarmi di te in casa mia. Pensi davvero che potrei lasciarti tutto solo in spogliatoio?”.
“Ma non sarei solo, ci sarebbero tutti gli altri,” ribattei prontamente, convinto di aver trovato una soluzione.
“Quindi vorresti farti delle seghe assieme ai tuoi amichetti, o farvele a vicenda, o chissà cos’altro, piccolo depravato.”
Risposi immediatamente che non ero attratto dagli altri ragazzi e che le seghe in compagnia le avevo fatte da giovanissimo, coi primi porno, a casa di qualche amico.
Samanta aggiunse, lapidaria: “Quindi mi confermi che il problema è effettivamente la gabbietta, non la paura di stancarti troppo,” sogghignando.
Diventai paonazzo; aveva colpito nel segno, mi conosceva.
“Beh, se non vuoi più andare, io per il momento non posso certo obbligarti. In fondo, ti ho già sfoggiato abbastanza con le mie amiche e, finendo il mese dalla prossima settimana, dovresti pagare tu la piscina. Inoltre, per diventare più massiccio, credo che la palestra sia più indicata e, se sarai bravo a ripulire tutto, sarà pure gratis.”
Pensai che comunque, anche nello spogliatoio della palestra, avrei avuto problemi a cambiarmi, ma in qualche modo avrei nascosto la mia condizione.
Tornati a casa, feci le pulizie, preparai la cena e, la sera, Samanta pretese delle coccole piuttosto spinte a letto. Si mise di schiena e mi fece baciarle il collo, accarezzarla, stringerla forte.
Tremavo sia dall’eccitazione che dal dolore causato dalla stessa. Non mi fermai, anzi continuai più forte; sentivo che anche Samanta si stava eccitando e speravo che magari fosse la volta buona per una sana scopata.
Arrivata al limite, lei mi chiese di leccarle la vagina e di farla venire; anche questa volta non mi avrebbe liberato, evidentemente.
Scesi tra le sue gambe e sentii il suo odore pungente; ultimamente la sua figa era più odorosa, non solo perché si era eccitata con le coccole e quindi si era bagnata, ma anche perché probabilmente lei si lavava con minore frequenza rispetto a prima.
Anche io, dal canto mio, stavo gocciolando dal tubo metallico, non tanto, ma evidentemente ero parecchio eccitato pure io. Continuai a leccare, baciare, succhiare e spingere la faccia, quasi volessi entrarle dentro, fino a quando lei non ebbe il suo copioso orgasmo. Mi disse di abbracciarla forte e io colsi l’occasione per sussurrarle all’orecchio: “Ultimamente facciamo sempre le stesse cose; te la lecco in varie posizioni, non vorresti provare qualcosa di nuovo?”.
Rispose: “Non ti preoccupare, cucciolo, faremo un sacco di giochini nuovi con calma quando sarai pronto e qualcuno di questi coinvolgerà anche il tuo cazzetto, te lo prometto.” Non sapevo se essere contento della cosa; aveva appena definito il mio pene un “cazzetto”, ma in fondo Samanta aveva già in più di un'occasione affermato che mi avrebbe preferito più abbondante. Decisi, tutto sommato, che era una buona notizia e mi addormentai.
Il mattino seguente fui svegliato presto dal dolore dell’erezione mattutina. Visto che non riuscivo a riaddormentarmi, andai in bagno a pulirmi; pisciai da seduto (impossibile pisciare in altro modo con quell’affare), mi lavai con l’acqua come potevo e andai in cucina a preparare una colazione speciale per Samanta e, quando fu il momento, gliela portai con un vassoio a letto.
Samanta apprezzò particolarmente il mio impegno e il gesto; mangiammo assieme a letto e poi, quando fu il momento di portare il vassoio in cucina e caricare la lavastoviglie, mi disse di lasciarlo per terra, che lo avrei fatto dopo.
Tirò fuori la corda da un cassetto del comodino; mi stavo mettendo a stella, ma mi disse: “No, questa volta no, mio piccolo cucciolo, adesso proviamo qualcosa di nuovo, visto che ti annoi facilmente.”
Detto questo, mi legò i polsi insieme e, tirandoli verso il basso, legò anche le caviglie.
Ero sdraiato a pancia in su; non potevo alzare le mani, che erano appoggiate poco sotto la gabbietta, senza alzare anche i piedi (siccome erano legati assieme).
A questo punto, assicurò i piedi al letto, in modo che non potessi alzare nemmeno quelli, e prese sempre dal cassetto un dildo che non avevo mai visto, molto lungo e senza né base né palle.
Ad entrambe le estremità aveva una cappella. Ne infilò una all’interno della sua patata, sempre più in fondo fino a quando non rimase solo la puntina dell’altra estremità.
Poi si mise sopra la mia faccia, il mio naso contro il suo clitoride e il dildo contro le mie labbra. “Apri la bocca”, obbedii e subito il dildo iniziò ad entrarmi in bocca; lo fermai con i denti, mordendolo non troppo forte. Avevo paura che mi soffocasse, ma anche di rovinarlo; non sapevo che punizione mi sarebbe toccata in quel caso.
“Bravo cucciolo, hai capito subito” e così dicendo iniziò a salire e scendere, scopandosi il dildo che io le tenevo fermo. Quando si appoggiava su di me, sentivo che non buttava tutto il suo peso, ma comunque avevo paura che mi rompesse il collo o le costole. Faticavo già normalmente ad avere il suo peso sopra, ma con la forza cinetica aggiunta dalla discesa avrebbe potuto davvero ammazzarmi.
I suoi umori incominciarono a scendere lungo il dildo, posandosi sulle mie labbra e poi colando sulle guance fino a bagnare le lenzuola. Il profumo era inebriante; istintivamente ritrassi le labbra dal fallo, volevo che il suo gusto passasse tra i denti e mi arrivasse in bocca, volevo assaporare la sua ambrosia, il profumo non mi bastava. Sotto i polsi, nella gabbietta, il pene continuava a premere sul metallo e tirare le palle, ma ormai mi ero assuefatto al dolore ed era più un fastidio che altro. Samanta continuava a gemere; ogni tanto si toccava i capezzoli, si sgrillettava il clitoride, mi carezzava i capelli per poi aggrapparsi ad essi, tutto senza mai fermarsi, al limite modificando il ritmo. Faticavo a vedere la scena da quella posizione; tra pelo e ciccia, la mia visuale era ostruita, ma comunque la situazione mi eccitava tantissimo.
Le cosce incominciarono a tremare, sapevo che era vicina all’orgasmo; quello che non mi aspettavo era che, quando effettivamente arrivò, Samanta mi crollò con tutto il suo peso sul petto.
Mi mancò il fiato, sputai l’estremità del dildo per respirare meglio. L’oggetto rimase all’interno della figa di Samanta per poi scivolare fuori, colpendomi una guancia e rotolando a fianco della mia testa.
Samanta, che era ancora a pancia in su sopra di me, si girò rotolando su un fianco alla mia destra, mettendosi a gattoni. Adesso vedevo bene il suo pelo fradicio e arruffato; la pancia cascava sul materasso senza far vedere altro.
Sbucò una mano tra la pancia e il materasso, che afferrò il dildo e se lo rificcò nella figa, continuando a spingerlo dentro e tirarlo fuori fino a rischiare che uscisse.
La scena era sublime; avrei voluto partecipare, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu contrarre collo e addominali per avere una visione migliore.
Samanta se ne accorse e col piede sinistro mi spinse nuovamente contro il materasso, poggiando poi il peso della sua gamba sul mio petto, per impedirmi di riprovarci.
Arrivò un secondo orgasmo e Samanta si rannicchiò sul lato, tenendosi sempre il dildo dentro con la mano sinistra. Dopo essersi ripresa, si mise in ginocchio a fianco della mia faccia e sfilò il lungo fallo, tenendolo ora a penzoloni sopra al mio naso. Sentivo il profumo intenso che mi permeava le narici; dall’estremità che era appena stata tolta da dentro la vagina iniziarono a gocciolare gli umori che per capillarità erano rimasti sull’asta. Senza pensare, tirai fuori la lingua per assaporare quel prezioso nettare.
“Non preoccuparti, piccolo pervertito, ora te lo faccio pulire per bene.” Detto questo, Samanta si sedette sul mio petto a gambe divaricate, il suo pelo umido sfiorava il mio mento; con la mano destra si appoggiò sulla mia fronte, tenendomi ben premuto contro il materasso, e con la sinistra incominciò a inserirmi il fallo in bocca.
Come già fatto precedentemente, lo bloccai coi denti, ma mi venne detto che questa volta avrei dovuto lasciarlo passare oltre.
Dalla bocca incominciò a entrarmi in gola; non respiravo, sentii dei conati di vomito che cercai di reprimere.
Feci dei versi soffocati come se stessi vomitando, al ché Samanta ritrasse il fallo, liberandomi sia la gola che la bocca. Ruttai fragorosamente, poi tossii; sentivo un gusto acido di vomito in gola, in bocca e persino nel naso.
Samanta, continuando ad appoggiare il suo peso alla mia fronte, mi chiese: “Tutto bene, cucciolo?”. Risposi di sì e, appena pronunciai quella parola, mi venne rimesso il dildo in gola, questa volta in maniera più decisa e più profonda. I conati di vomito tornarono istantaneamente, ma questa volta Samanta attese più a lungo prima di liberarmi la gola e la bocca.
Appena lo fece, il vomito incominciò a uscire dalla mia bocca; Samanta, con aria schifata, mi mollò la fronte e velocemente si spostò di fianco, lasciandomi libero anche il petto.
Mi girai e, a pancia in giù, mi rotolai fino ad avere la testa fuori dal letto e vomitai.
Appena finito, Samanta mi liberò dalle corde e mi disse di togliere le lenzuola prima che il materasso si rovinasse e poi di ripulire anche il pavimento.
Misi in ammollo le lenzuola che avevo sporcato e poi presi il mocio per pulire a terra.
Avevo ancora quel gusto acido e disgustoso in bocca, per cui mi sciacquai la bocca e buttai giù qualche sorso prima di riempire il secchio.
Quando ebbi finito di pulire, presi le lenzuola pulite, ma prima che potessi iniziare a fare il letto, Samanta mi fermò in maniera perentoria, porgendomi un lenzuolo con gli angoli lievemente plastificati.
“Servirebbe per i vecchi incontinenti o le donne con ciclo particolarmente abbondante, ma credo che finché il tuo riflesso faringeo non sarà allenato sia meglio metterlo; non vorrai aggiungere anche la sostituzione del materasso ai tuoi debiti!” La mia mente si soffermò un attimo al plurale dei miei debiti; avevo già pagato i tre mesi di anticipo della stanza e il mese corrente. A cosa diamine si riferiva?
Non ebbi però il tempo di chiederlo perché Samanta cambiò velocemente discorso.
“Si è fatto tardi; dopo che avrai finito di sistemare il letto, voglio che tu prepari subito la cena. Credo sia meglio tu vada al lavoro avendo già digerito.” Detto questo, prese il suo accappatoio semitrasparente e andò in salotto a guardare la TV.
In seguito, mentre mangiavamo, non potevo fare a meno di guardarle i grossi capezzoli che si vedevano chiaramente oltre il sottile tessuto.
Anche con la spiacevole esperienza del vomito, ero comunque dannatamente arrapato ed ero intontito dal panorama che l’indumento indossato dalla mia commensale creava. Mentre navigavo nella mia lussuria, venni riportato all’attenzione dalla voce di Samanta, che si era alzata di tono: “… quindi credo dovresti prendere la bicicletta per andare al nuovo lavoro stasera, la sai usare, vero?” Io, ancora un po' sovrappensiero, risposi: “Cosa? Certo che so andare in bicicletta, ma non ne ho una.” Mi venne detto di non preoccuparmi di quello; ne aveva una in garage e avrei potuto usare quella. Secondo lei, ci avrei messo meno di un'ora per arrivare, ma mi conveniva partire alle 21.30 per essere sicuro di essere lì alle 22.30 (orario di chiusura infrasettimanale della palestra). Finito di mangiare, Samanta si mise di nuovo a guardare la TV e mi chiese di mettermi in ginocchio per terra a massaggiarle i piedi, cosa che feci diligentemente fino alle 21, quando le chiesi se potevo farmi una doccia veloce e vestirmi per andare.
Entrambe le cose mi vennero concesse e, prima di uscire di casa, mi resi conto che sarei anche potuto tornare tardi, per cui chiesi se potevo avere le chiavi di casa per non doverla svegliare.
Lei mi rispose che, se fosse andata a dormire, avrebbe spento tutte le luci della casa e mi avrebbe messo la chiave del portone sotto lo zerbino.
Presi la bici (una mountain bike vecchia di almeno vent’anni) e mi diressi alla palestra, arrivando alle 22:15 e aspettando un quarto d’ora fuori. Quando entrai, trovai il sig. Alessandro ad aspettarmi; disse a tutto il personale che poteva uscire prima e che avrei pulito io al posto loro. Ci fu un'ovazione generale. Poi mi accompagnò in uno stanzino con scritto “riservato”, dove mi fece prendere un detergente spray, dei panni e un raccatta polvere a piumino.
Mi fece pulire e disinfettare tutti gli attrezzi della sala al piano terra; finiti quelli, mi portò negli spogliatoi, partendo da quello delle donne, dove in un armadio prese un mocio e altri prodotti per la pulizia. Mi fece pulire le docce delle donne, gli armadietti per gli effetti personali e le panche per sedersi.
Quando ebbi finito, mi portò al piano terra e mi spiegò come inserire l’allarme; mi diede le chiavi e mi salutò con un “ci si vede, ragazzo, impegnati a fondo anche per il resto”.
Appena lui uscì, tornai a pulire gli attrezzi anche del primo e del secondo piano, poi andai nello spogliatoio degli uomini.
Lì, mentre pulivo le docce, notai un problema: come per le donne, le docce erano separate una dall’altra da un muro, ma quelle degli uomini erano esattamente il doppio, disposte su due file con in mezzo un corridoio.
Se avessi iniziato la palestra, chi si fosse messo nelle docce di fronte alla mia avrebbe facilmente notato la gabbietta sul mio pene; per cui, se mi fossi fatto la doccia lì, avrei dovuto andare nelle docce in fondo (in modo da avere solo due docce e non tre che potessero vedermi) e comunque dare la schiena il più possibile.
Decisi che era meglio evitare e fare la doccia a casa. Finito tutto, misi l’allarme, chiusi la palestra e tornai a casa, trovando tutte le luci spente (del resto, erano le due di notte passate). Alzai lo zerbino e trovai le chiavi della porta, con cui entrai; mi lavai i denti e andai in camera di Samanta, senza nemmeno per un istante pensare di dormire nel letto della “mia” stanza; fino ad allora non lo avevo mai ancora fatto.
Fine della sesta parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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