Gay & Bisex
La lesbica incazzata
Matertattoo
13.06.2026 |
90 |
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"A un certo punto, lei si girò e mi disse con la massima naturalezza: «Vieni, andiamo di là, c'è la mia ragazza»..."
Chi si ricorda della folle notte sull'attico di Costa Azul sa bene chi sia César: un metro e ottantacinque di teatralità venezuelana, omosessuale dichiarato, amante del buon whisky e sottomesso totale a letto. Per tutti gli altri, vi basti sapere che era il mio primo vero amico a Margarita, un complice perfetto con cui il sesso e l'azzardo erano all'ordine del giorno. Con me non aveva mai avuto atteggiamenti ambigui, eravamo solo amici, ma adorava mettermi alla prova.Era una di quelle sere in cui l'aria tropicale ti si incolla addosso e ti senti addosso una carica elettrica, una spinta ad andare oltre. Eravamo reduci da una sessione al casinò e César, sapendo perfettamente che con me non c'era alcuna possibilità di una storia, mi guardò con quel suo solito sorrisetto di sfida, pensando di mettermi in imbarazzo:
«Papito, stasera andiamo in un locale gay».
Si aspettava un rifiuto, una reazione bigotta. Ma io sono sempre stato assolutamente sicuro della mia sessualità e i pregiudizi non mi sono mai appartenuti. «Va bene, andiamo», risposi tranquillo. Il suo sorriso si trasformò in pura eccitazione.
Ci voltammo e andammo in un locale situato appena fuori Porlamar. Isla Margarita, in quegli anni, era una sorta di oasi felice: molti omosessuali della terraferma venezuelana si trasferivano a vivere lì perché l'ambiente era decisamente più tollerante rispetto al resto del Paese. C'era una comunità enorme, vibrante e libera. E quel locale ne era la dimostrazione.
Appena varcata la soglia, fummo travolti da un muro di calore, musica techno a tutto volume e luci stroboscopiche. Il posto era stracolmo. C’era una marea di gente che ballava a petto nudo, qualche donna sparsa qua e là e, al centro di tutto, un immenso bancone quadrangolare rifornito di ogni tipo di alcolico.
Ci facemmo largo tra la folla fino al bancone e ordinammo quello che per noi era un classico intramontabile: Johnnie Walker Black Label, rigorosamente liscio.
César, muovendosi con i suoi modi teatrali, non perse tempo: mi salutò con un cenno e svanì tra la calca, andando in giro per i fatti suoi a caccia di qualcuno da rimorchiare. Io mi accomodai su uno sgabello, godendomi il mio primo whisky e osservando lo spettacolo.
Quando ordinai il secondo Black Label, l'alcol del casinò unito a quello dei nuovi bicchieri iniziò a fare effetto. Il ritmo della techno mi entrò dentro. Senza curarmi di chi avessi intorno, lasciai lo sgabello e mi lanciai in mezzo alla pista. Iniziai a ballare, muovendomi a tempo, completamente isolato dal resto del mondo, ordinando persino un altro bicchiere. Ormai ero decisamente "bello carico".
Nel locale faceva un caldo pazzesco, quasi soffocante. Senza pensarci due volte, mi sbottonai la camicia, me la sfilai e rimasi a petto nudo, solo con i pantaloni addosso.
In quel periodo avevo 26 anni, ero alto 1,83 per circa 78 chili: ero super allenato, tirato, con gli addominali scolpiti e un fisico perfetto. Ballando sotto le luci, mi resi conto che gli sguardi della pista stavano convergendo su di me. Mi stavano fissando tutti, attratti dall'energia e dal corpo scoperto. E devo essere sincero: anche se erano sguardi maschili, quella sensazione di pura attrazione e desiderio concentrata su di me era maledentemente piacevole ed eccitante...Poco dopo, complici i troppi Black Label e l'alcol del casinò, iniziai a sentire la testa che girava e una leggera nausea. Avevo bisogno di aria. Uscii dal locale a petto nudo, con la camicia in mano, e mi appoggiai alla parete esterna per fumare una sigaretta e riprendermi.
Accanto a me c'era una ragazza, anche lei intenta a fumare. Senza guardarla fisso, le dissi solo: «Fa un caldo pazzesco là dentro».
Lei si voltò e sorrise: «Sì, tanto, tantissimo caldo».
Fu allora che la guardai bene e rimasi a bocca aperta. Era una mulatta mozzafiato, giovane, alta, con un corpo formoso e un fondoschiena immenso che risaltava nei vestiti aderenti. Ma la cosa più incredibile era il viso: aveva dei lineamenti dolci e due occhi magnetici, con un taglio a mandorla quasi orientale che ti ipnotizzava.
Notando che ero visibilmente alterato dall’alcol, mi guardò con complicità: «Ti posso aiutare io a riprenderti».
Tirò fuori dalla borsa una bustina. Con l'unghia del mignolo prese una generosa dose di polvere bianca e me la portò sotto il naso: «Tira su». Feci un tiro profondo. L'effetto fu immediato: una sferzata di adrenalina pura che azzerò la nebbia dell'alcol e mi rimise al mondo. Anche lei si fece un tiro, poi mi tese la mano: «Io mi chiamo Mercy».
«Grazie... io sono Lorenzo», risposi, mentre l'energia ricominciava a scorrermi nelle vene.
Rientrammo insieme nel locale, ma l'atmosfera era cambiata. Con la chimica in corpo e la musica techno che picchiava, iniziammo a ballare vicinissimi. Mercy si strusciava contro di me, muovendo quel suo fondoschiena enorme sul mio bacino. Ero completamente infuocato.
A un certo punto, lei si girò e mi disse con la massima naturalezza: «Vieni, andiamo di là, c'è la mia ragazza».
Ci avvicinammo al bancone e mi presentò Claudia, che se ne stava seduta su uno sgabello. L'impatto fu gelato: Claudia mi guardò malissimo fin dal primo istante. Conosceva perfettamente l'orientamento di Mercy e la sua attrazione per gli uomini, e la mia presenza a petto nudo accanto a lei non le andava giù per niente. Mi squadrò con occhi carichi di risentimento e gelosia nera.
Eppure, nonostante quell'accoglienza tesa, passarono appena cinque minuti e Mercy, ignorando la maretta, andò dritta al punto: «Senti, tu hai la macchina qui? Ci puoi accompagnare a casa? Andiamo nell'appartamento di Claudia che è qui vicino».
Il mio cazzo era già di marmo e il brivido del pericolo rendeva tutto ancora più eccitante. Pensai a César, ma ormai era sparito nei meandri del locale a caccia delle sue prede; non l'avrei più trovato. Così dissi subito di sì, salimmo in auto e ci dirigemmo verso la casa di Claudia. Abitava in un palazzo elegante, in una delle zone migliori e benestanti di Porlamar.
Una volta saliti nell'appartamento, la tensione si tagliava con il coltello. Claudia, nera in volto e visibilmente alterata, andò dritta al bar per affogare la gelosia. Si versò tre whisky uno dietro l'altro, tracannandoli con rabbia. Quel carico micidiale unito alla sbronza della serata la stese del tutto: barcollando e senza dire una parola, andò in camera da letto, si buttò sul materasso a faccia in giù e crollò in un sonno profondo.
Io e Mercy rimanemmo soli in salotto. Ci accomodammo sul divano, mentre sul tavolino di vetro preparavamo un paio di righe per mantenere alta la carica. Chiacchieravamo, bevevamo qualcosa e la vicinanza divenne insostenibile. Le accarezzai il viso e la baciai. Mercy ricambiò subito con una foga pazzesca, infilandomi la lingua in bocca.
La passione esplose sul divano. Le strappai i vestiti, mi sbottonai i pantaloni e la adagiai sotto di me. Proprio nel momento più intenso, mentre eravamo nel pieno dell'atto erotico, sentii un'ombra dietro di me e un urlo disumano che mi fece saltare il cuore in gola.
«Che cazzo stai facendo con la mia ragazza?!»
Claudia si era svegliata di colpo. L'alcol mixato alla gelosia feroce che covava fin dal locale le aveva completamente fatto saltare i circuiti. Era fuori di testa, una furia cieca. Prima ancora che potessi realizzare la situazione, iniziò a tirarmi addosso tutto ciò che le capitava a tiro: portacenere, soprammobili, bottiglie.
Fu il panico. Mercy cercava di mettersi in mezzo per trattenerla, ma Claudia era incontrollabile. L'unica cosa che potei fare fu tirarmi su i pantaloni alla bell'e meglio, afferrare la camicia al volo e correre verso la porta d'ingresso per salvarmi la pelle. Mentre chiudevo la porta di scatto, un bicchiere di vetro pesante si infranse contro il legno, a un millimetro dalla mia testa.
Mi ritrovai nel corridoio del palazzo, con il cuore a mille, l'adrenalina a pezzi e i pantaloni ancora da allacciare. Anche quella notte, a Isla Margarita, l'avevo scampata per un pelo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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