GIULIETTO
«Professo’, ormai solo te me chiami ancora Giulietto»
«E tu invece sei l’unico che mi chiama professore; te l’ho detto mille volte: non sono un professore! Sono Sandro e basta… però per me tu sarai sempre Giulietto, il meraviglioso "angioletto" che ho incontrato in quel cinema quattro anni fa»
«Sì ma poi è passato ‘n sacco de tempo prima che avemo fatto quarcosa… me credevo che nun t’ero piaciuto… »
«Già, ho lasciato passare un anno, non potevo, eri ancora troppo giovane, rischiavo la galera»
«Però dopo ce semo rifatti, stavamo sempre appiccicati… finché nun sei sparito ‘n’artra vorta… t’ero venuto a cerca’ all'artra casa e la vicina tua m’ha detto ch’eri partito… poi ce siamo rivisti a Villa Borghese ma nun era più come prima…. Che te credi? L’ho capito subito che te n’eri trovato ‘n artro... – si guarda attorno – nun voi accenne la luce?»
Sandro prende una grossa torcia elettrica a pile che stava appoggiata ai piedi del letto.
«No, si è rifulminata la lampadina… Raffaele ha detto che stasera me ne porta una che va bene per la corrente a 220; se devo cercare qualcosa uso questa!»
«Che t’avevo detto? Lo sapevo io... allora se chiama Raffaele quello novo!»
«Ma no, Raffaele mi fa da autista, mi aiuta con la mia attività di commercio d’arte, è il mio segretario»
«Se, se… er segretario! Lassamo sta’ va».
Giulietto gli si avvicina e si fa passare la torcia, l’accende e comincia a puntarla in faccia a Sandro che cerca di schernirsi; poi dopo aver scherzato un po’ butta la torcia sul letto e abbraccia Sandro, dapprima affettuosamente, poi con un intenzione più esplicita, sensuale. Cominciano a spogliarsi a vicenda lasciando cadere a terra i propri indumenti fino a restare completamente nudi.
I due si abbracciano e si accarezzano; Giulietto si inginocchia davanti a Sandro, tenta di iniziare un rapporto orale ma Sandro non riesce ad eccitarsi.
«Professo’, com’è?... Hai insistito tanto pe’ rivedemme e mo nun te va più?»
Chiede il ragazzo guardando Sandro dal basso.
«È come se tu non fossi più lo stesso di prima, ora che sei quasi un uomo fatto, faccio fatica a ritrovare il ragazzo che ho amato tanto»
Giulietto si alza in piedi.
«Vordì che mo nun me voi più bene? Guarda che io so’ sempre er Giulietto de prima» dice mentre abbraccia l’altro teneramente.
«Ma certo che ti voglio ancora bene! Solo che adesso mi sembri… diverso! Il tuo corpo non è più dolce come una volta, ti sono cresciuti tutti questi peli… e anche il carattere mi sembra cambiato, sei più serio, forse più triste… quasi preoccupato, senza più l’entusiasmo di una volta».
Giulietto si stacca.
«Pe’ fforza! Mo me tocca anna’ a lavora’, faccio er manovale, è pe’ questo che ho fatto i muscoli… devo porta’ i sordi a casa senno’ ce sfrattano come l'artra vorta… però nun è stata corpa mia. Er principale de prima se lo so' bevuto, faceva ‘n sacco de ‘mpicci e po’ erano puro tre mesi che nun pagava nessun operaio, ce dava giusto quattro sordi pe tenecce bboni e facce continua’ a lavora’; così dopo ce la semo pijata tutti ‘n der culo… Poi adesso c’ho pure ‘n’artra spesa: me so fidanzato! Se chiama Anna, è ‘na brava ragazza, de brava famija… così mo giù alla marana l’hanno smessa de cojonamme perché c’ho er pisello corto; intramente loro stanno ancora lì a fasse le pippe!… poi vabbè, puro se so’ fidanzato, ogni tanto me piace de anna’ co’ l’ommini… comme co’ te, ma mica so frocio io!… o come dite voi studiosi: “omminosessuale”… e poi ogni tanto se scaja puro quarche lira».
Sandro finisce d’indossare una vestaglia appoggiata alla spalliera del letto mentre dice: «Beh, con me ti andrebbe male!... Io sono “quello che dà du’ lire”… è così che sono famoso giù al fiume, dove vado a incontrare i ragazzi. Però anche quando in giro c’è qualcuno che paga molto bene, come Pierpaolo per esempio, loro continuano a preferire di venire con me. Lo sanno che io gli voglio bene, lo sentono; l’amore che provo per loro vince su ogni cosa e così mi hanno preso tutti in simpatia. Si comportano sempre bene con me, pure i più delinquentelli»
Giulietto si dirige dalla parte della stanza dove sul comodino c’è l’abat-jour accesa che lascia scorgere un giradischi poggiato su una sedia con alcuni dischi “long playing” appoggiati sulle gambe di essa.
«Vedo che c’hai un giradischi… Perché nun sentiamo ‘n po’ de musica?... ‘ndov’è che dischi c’hai… Mozarte, Straviski… nun li conosco. Morandi ce l’hai?»
«Ho venduto un suo quadro proprio la settimana scorsa, si vende bene, ci ho guadagnato un bel po’»
«Davero?... ma che Morandi fa pure i quadri?»
«Certo, è un pittore… cos’altro dovrebbe fare?»
«Ma che dici?... pe’ me Gianni Morandi è er più forte cantante italiano, pe’ te no?... già, tu sei un matusa, me sa che a te te piace Claudio Villa»
«Ma no, io intendevo Giorgio Morandi: è un importante pittore italiano»
«Ah ecco, nun è lo stesso Morandi, mo ho capito!… vabbè, allora accendo un po’ la radio».
Ce n’è una che si trova su un’altra sedia vicino a quella del giradischi.
L’apparecchio trasmette uno dei successi del momento: “Piccolo ragazzo” di Milva (“…piccolo ragazzo, tu corri sul mio prato, piccolo ragazzo, tu piangi e ti ho sentito…”).
Giulietto comincia ad accarezzarsi, si tocca il membro mimando una masturbazione, accenna una danza per sedurre Sandro che sembra voler stare al gioco. Questi prende la torcia rimasta sul letto e la usa per illuminare il ragazzo come fosse un riflettore.
Appena la canzone sta per finire, Sandro va a spegnere la radio, butta di nuovo la torcia sul letto e recita l'inizio di una sua poesia: «Traversare un paese… e lì vedere cheti fanciulli ridestarsi a un soffio di musica e danzare…».
«A Sa’, me scappa de fa la pipì, dove sta er bagno? »
«Fuori, sul balcone»
«Cheeee?... e mo me devo rivestì? Nun ce l’hai un ‘rinale? »
L’uomo lo tira fuori da sotto il letto, dentro c’è già dell’urina bluastra.
«Professo’, ma che fai la piscia blu?»
«È a causa delle medicine che prendo… a quanto pare tutte le malattie del mondo hanno deciso di riunirsi dentro al mio corpo… ho forti dolori alla schiena, poi c’è l’insonnia che è insopportabile e tanti altri disturbi… qualcuno mi ha detto che tutti questi mali mi rendono un personaggio strano, forse un po’ magico… sai che consolazione! Ne farei volentieri a meno».
Giulietto inizia a urinare; Sandro prende la torcia per illuminarlo meglio, poi racconta: «Mi ricordo quando io e mio fratello, che da bambini dormivamo nella stessa stanza dei nostri genitori, la notte ci svegliavamo se papà accendeva l’abat-jour del suo comodino appena si alzava per pisciare… riuscivamo a vedere chiaramente il suo pisello e così il giorno dopo commentavamo su quanto avevamo visto: mi ricordo che eravamo tutt’e due d’accordo sul fatto che ce l’avesse proprio grosso e ci chiedevamo se anche i nostri sarebbero diventati così»
«Eh già, allora è da tu’ padre che hai preso te. Io chissà da chi?... hai visto? Pure dopo la cura che m’ha fatto fa quer dottore ‘ndove m’avevi portato tu – indicandosi il fallo – è rimasto corto, tale e quale… tutte quelle inizioni, che tu quanno me le facevi te divertivi a famme soffri’, nun so servite a un cazzo!»
Finito di urinare, Giulietto si stende sul letto e Sandro gli si mette a fianco: «Ma non è vero che ce l’hai corto… però sì, ammetto che era divertente per me farti le iniezioni… mi dicevi di aspettare, ché non eri mai pronto, e allora io: zac! Te la facevo ugualmente e tu strillavi, ah ah ah… forse volevo rifarmi con te di quella volta che da ragazzo mio padre, dopo aver disinfettato il punto in cui mi aveva fatto un’iniezione, mi buttò un po’ di alcool nell’ano e ci strofinò il dito provando a infilarlo… si fermò subito perchè gemetti dal dolore: mi fece male! Però allora non diedi importanza alla cosa e cancellai sùbito dalla mia memoria quest’episodio. Anche mio padre non disse nulla, neanche mi chiese di non dire niente a nessuno… chissà, forse anche lui pensò che era una cosa da niente e l’avrei presto dimenticato del tutto. Invece non molto tempo fa questo fatto mi è tornato in mente… ho pensato che forse anche in lui c’era la mia stessa diversità, si potrebbe spiegare così quel gesto: quasi una voglia improvvisa per un ragazzo appena adolescente, lui che invece era un adulto ormai, benché ancora giovane, non aveva neanche quarant’anni… che fosse una specie d’invidia per la mia giovanissima età?... forse è così che si può spiegare il mio amore per i ragazzi che però è sempre mischiato a un po’ di sadismo. Quando sto con loro me li immagino come l’alternativa alle donne, che per la verità non mi sono mai piaciute, anche se ci sono pure andato a letto… e allora devono sottomettersi, perché deve essere chiaro chi è l’uomo e chi la donna, e questo un po’ sadico lo è, come pure il mio esibizionismo, su cui ho scritto delle bellissime poesie ma di cui nessun critico ha mai parlato… o forse m’illudo che siano belle… ad ogni modo le ho scritte perché penso che nessun poeta è mai stato capace di scrivere delle belle poesie oscene, neanche Baudelaire ci è riuscito… forse in piccola parte Verlaine».
Nel frattempo Giulietto si è addormentato; Sandro se ne avvede appena il ragazzo comincia a russare leggermente. Però anziché svegliarlo comincia ad illuminarne il corpo con la torcia elettrica e pensa tra sé: "Mi sa che quella cura di ormoni l’unica cosa che gli ha fatto crescere sono… i peli! Guarda qua che schifo! anche sulla schiena! Ha acquisito un aspetto quasi bestiale… dov’è finito il ragazzo che desideravo così tanto da dovermi proibire di vederlo? Se non fosse per i suoi occhi ancora scintillanti e quel suo sguardo un po’ infantile mi sembrerebbe di essermi portato a letto un’altra persona".
Con la mano libera inizia ad accarezzarlo per tutto il corpo, come a voler ritrovare il desiderio di un tempo; dopo un po’ Giulietto si ridesta.
«Bene professo’, vedo che t’è tornata la voja»
«A te invece è passata subito! Ti sei addormentato senza ritegno! Mi hai lasciato a parlare da solo come uno scemo»
«A Sa’, io stamattina me so svejato alle cinque pe’ anna’ a lavorà, so stato tutto er giorno a ‘ncollamme la cofana… mica faccio er poeta io»
«Eppure c’è stato un tempo in cui lo sei stato un poeta, senza che tu lo sapessi… tutto il tuo essere era pura poesia»
«Boh, sarà come dici te ma perché nun ripijamo da ‘ndov’erimo rimasti? »
Così dicendo allunga una mano in mezzo alle gambe di Sandro per iniziare a masturbarlo. All’inizio lui lo lascia fare ma dopo un po’ gli afferra il braccio per bloccarlo.
«Ho capito, stasera nun è aria… vabbè, allora già che me ce trovo, faccio da me! ».
Restando sul letto, Giulietto si mette in ginocchio e inizia a masturbarsi mentre Sandro lo illumina con la sua torcia elettrica, gliela punta in faccia, lo costringe così a chiudere gli occhi, quindi passa ad illuminare da vicino il sesso del ragazzo, che sentendosi quasi il protagonista di una sorta di spettacolino, voluttuosamente si esibisce per l’amico.
Quando sta per eiaculare, afferra un asciugamano appeso alla spalliera del letto per raccogliere il seme che fuoriesce.
Sandro non dice niente, smette di illuminare il ragazzo e si ridistende sul letto. Non gli rivolge più neanche uno sguardo. Giulietto si riveste in silenzio, e quando è sulla porta della stanza pronto ad uscire, saluta con un cenno della mano e dice: «Ciao Sa’, ce vediamo ‘n artra vorta» e va via. Assorto nei suoi pensieri, Sandro neanche gli risponde.
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