Gay & Bisex
I pomeriggi al muretto, due
19.10.2026 |
499 |
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"Mi avvicina la mano alla testa e la posa sulla nuca, esercitando una pressione leggera ma chiara..."
La settimana di attesa sembra infinita. Non so esattamente cosa aspettarmi e passo il tempo a oscillare emotivamente: dalla vergogna per quello che ho fatto, alla paura di essere preso in giro, fino all’eccitazione nel ricordarlo.
Il martedì successivo finalmente arriva e, al corso di chimica, passo il tempo solo a contare i minuti.
Quando arrivo alla fermata lo vedo in mezzo ai suoi amici. Sta ridendo e si sistema i capelli bagnati di sudore. Ha una leggera barbetta questa settimana. Sento scaldarmi dentro: lo desidero e lo perdono di avermi fatto sentire usato.
Salito sul bus mi metto in un posto dietro, per ricreare la situazione dell’altra volta. Ma quando i suoi amici finalmente scendono, lui non è solo.
Vicino a lui c’è una ragazza: bionda, leggings neri, felpa oversized. Ridono. Lui le tiene una mano sulla schiena bassa mentre parlano. Le mostra qualcosa sul telefono, lei gli fa un sorrisetto malizioso e gli dà un bacio sulla guancia. A un certo punto lui gira la testa verso il retro del bus, dove sono seduto io. I nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo e io alzo leggermente la testa, accennando un saluto. Lui rigira la faccia dall’altra parte, come se non mi avesse visto.
Scendo alla mia fermata da solo e cammino fino a casa a testa bassa. Mi sento stupido.
Mi chiudo in camera e mi butto a letto a pancia in su. Lo odio e rosico a pensare che loro due, in questo momento, sono probabilmente insieme. Chiudo gli occhi e l’eccitazione prende di nuovo il sopravvento. Li immagino insieme, che si baciano, che si toccano. Nei miei pensieri lei lo tocca come avevo fatto io. La mia mano scende nelle mutande e torna la calma.
La settimana scorre meglio di quella precedente e torno a concentrarmi sulle mie cose.
Sono preparato anche a vederlo con la bionda e ho classificato l’episodio tra noi come un incidente.
Il martedì dopo, invece, è di nuovo solo.
Lo vedo già dalla fermata: completamente solo. Nessuna ragazza, nessun amico, nemmeno la borsa della palestra. Vestito di jeans e felpa, ascolta musica nelle cuffie. Il cuore mi batte a mille e mi nascondo dietro un angolo, coperto da un gruppo di altri studenti. Lui ogni tanto gira la testa per guardarsi intorno, come se aspettasse qualcuno. Aspetta me? mi chiedo. Mi avvicino solo quando il bus ha già aperto le porte. Lui mi vede quando ha già preso posto. Io faccio finta di non averlo notato, mi siedo in fondo e mi metto a guardare fuori dal finestrino, con le cuffie nelle orecchie anche se non c’è musica. Il cuore continua a battere nell’attesa dell’ignoto, finché lui non si alza e viene a sedersi al mio fianco. Io non mi muovo. Continuo a fissare il vetro, orgoglioso.
Mattia mi dà un colpetto secco con il gomito.
«Ehi.»
Non rispondo. Lui insiste, più forte.
«Scendiamo alla solita.»
La voce è bassa, quasi annodata. Non c’è il tono di comando di sempre: c’è qualcosa di più impaziente. Stringo i denti. Penso di restare seduto, di farlo scendere da solo, di tornare a casa e chiudere quella porta per sempre. Ma il richiamo è più forte della vergogna. Il corpo ricorda già la perfezione del suo cazzo, l’odore, il modo in cui mi teneva la spalla. La testa dice no. Le gambe, quando il bus rallenta, si alzano lo stesso.
Scendo dietro di lui.
Cammina veloce, senza voltarsi, verso la solita stradina. Io lo seguo a qualche passo di distanza, le mani strette a pugno nelle tasche. Quando arriviamo al muretto lui si volta finalmente. Non sorride. Mi guarda con un’espressione un po’ storta, quasi irritata.
«La settimana scorsa…», comincio, ma lui mi taglia corto.
«Non c’entra niente. Sei venuto qui per chiacchierare?»
Si appoggia al muretto come l’altra volta, si slaccia la cintura e sbottona i jeans. Li allarga con un gesto secco e tira fuori il cazzo già mezzo duro.
Io resto fermo un secondo di troppo. Lui alza un sopracciglio.
«Beh? Resti lì?»
La voce ha un tono impaziente. Non dovrei accettare, penso, ma nonostante la rabbia e la vergogna della settimana prima mi avvicino allungando la mano. Mattia emette un respiro soddisfatto e mi afferra per la maglia, tirandomi in avanti senza troppa delicatezza.
«Bravo», mormora. «Così. Proprio così.»
Gli massaggio il cazzo delicatamente: si indurisce nella mia mano mentre lo avvolgo.
Mi ferma un secondo per togliersi la felpa. Mette in mostra le braccia toniche con le vene in evidenza, poi porta le mani in basso e le appoggia sul muretto ai lati. Il cazzo è duro, dritto e, come già notato la volta precedente, scuro rispetto alla sua carnagione chiara. Comincio a muovere la mano su e giù, lento, stringendo appena sotto il glande grosso e già lucido. Mugugna leggermente, rilassato, a occhi socchiusi.
«Aumenta un po’ il movimento», sussurra.
«Sono scomodo, mi fa male la mano così.»
Mi spinge al suo fianco, addosso al muretto.
«Così meglio? Fai come se fosse il tuo.»
Da quella posizione mi riesce più facile, ma trovo comunque complicato tenere il ritmo che desidera. Lui mi facilita cominciando a muovere leggermente il bacino, scopandomi di fatto la mano.
Emette un respiro basso, poi alza un braccio e lo avvolge attorno al mio collo, avvicinando le labbra al mio orecchio. Sento il suo alito caldo e la barbetta mi fa il solletico.
«Anche la ragazza che hai visto non è riuscita a gestire la bestia con la mano…», sussurra. «Lei però aveva altro da offrire», aggiunge.
Deglutisco e lui continua:
«Giocando con il mio pisello si è tutta bagnata e non ha resistito quando le ho aperto le gambe, eheh.»
Mentre mi racconta i dettagli della sua scopata lo sento gonfiarsi ancora di più tra le mie dita.
«Non ne aveva mai preso uno grosso come il mio, ma era così eccitata che è scivolato bene dentro.»
Con l’altra mano mi accarezza i capelli, quasi gentile. Ma la presa è ferma.
«Non devi essere gelosa, sai… Lei non vive qua, era solo di passaggio.»
Il pollice mi sfiora la tempia. La voce diventa più bassa, quasi confidenziale. Sento l’odore del suo collo: un misto di deodorante e di pelle calda.
«Guarda quanto è duro. Tutto per te. Sei eccitato?», aggiunge.
Il volto mi si scalda. Lui lo nota e sorride, scoprendo di nuovo i denti bianchi.
«Come sei venuto l’altra volta? Ti sei segato pensandomi?» mi chiede malizioso.
Arrossisco ulteriormente, senza rispondere.
«E come ti sei pulito dalla mia sborra, eh?» mi incalza.
Con il braccio sinistro mi tiene fermo al suo fianco; con la mano destra scende sulla mia coscia, allontanando la mia mano dal suo cazzo.
«Vuoi mostrarmi anche tu le tue mutandine?»
Con le dita sbottona il bottone dei miei pantaloni beige. Io resto irrigidito mentre abbassa la cerniera.
«Mi fai fare tutto da solo? Dai, abbassa i pantaloni.»
Mi lascia un po’ più libero di muovermi. Io, tremante, abbasso i pantaloni che mi cadono alle ginocchia.
Sono in piedi in slip davanti a lui. Mi vergogno perché lui è divino, con i jeans aperti e abbassati sulle cosce sportive e pelose, e un cazzo dritto e largo che spunta dalle mutande aderenti di marca. Io invece ho le gambe non allenate e mutande grigie di sottomarca.
Mi prende per i fianchi e mi avvicina a sé, tra le sue gambe. Mi tira le mutande di lato, simulando un perizoma.
«Se avessi la figa me la daresti, vero?»
Mi afferra per le natiche, mi stringe e appoggia il suo uccello sul mio, dentro le mutande.
Sento il peso del suo uccello sfregare contro il mio:
«Si sente la differenza, no? Il tuo non è un vero cazzo, vero.»
Non resisto più. Preso dall’eccitazione, il mio cazzo comincia a tremare e mi schizzo nelle mutande all’improvviso, senza potermi fermare.
«Ma che cavolo? Sei venuto? Così?» dice tra un misto di stupore e divertimento.
«Ti ho fatto veramente bagnare, eheh.»
Mi tiro indietro imbarazzato e mi tiro goffamente su i pantaloni.
«Ma che fai? Così fai un casino.»
Non fa in tempo a finire la frase che mi sono già richiuso i pantaloni e la mia sborra ha già cominciato a passare attraverso il tessuto chiaro.
«Sei un gran pasticcione.»
Abbasso lo sguardo, umiliato.
«Hai almeno dei fazzoletti, questo giro?»
Faccio di no con la testa.
«Devo proprio insegnarti tutto.»
Continua a massaggiarsi il cazzo, che sembra ancora più eccitato dalla situazione. Mi avvicina la mano alla testa e la posa sulla nuca, esercitando una pressione leggera ma chiara.
«Adesso una lezione importante per chi non porta i fazzoletti.»
Non mi forza. Aspetta. Io resto fermo un secondo, il cuore che mi martella in gola. Poi scendo in ginocchio.
Mattia si passa le mani sull’uccello umido e raccoglie il precum dalla punta con le dita. Me le passa sulle labbra e io le dischiudo senza che me lo chieda.
«Ecco… bravo», mormora, la voce già un po’ roca. «Proprio così. Usa anche la lingua… sì.»
Obbedisco. La lingua gli scorre tra le dita bagnate e lui emette un suono basso di approvazione. La presa sui miei capelli si fa più salda. Mi inclina la testa un po’ all’indietro mentre si sega l’uccello davanti al mio viso. L’odore è intenso.
«Adesso apri bene la bocca, che non ho intenzione di sporcarmi», dice tra i denti. «Bravo, così.»
Il ritmo della sua mano aumenta. I muscoli dell’addome si contraggono sotto la maglietta un po’ alzata. Sento il suo respiro diventare più pesante, i muscoli delle cosce tendersi.
«Fermo così… dai… ci sono quasi…»
La mano sui capelli si stringe. Abbassa il cazzo e lo appoggia sul mio labbro inferiore. Il primo getto mi arriva in gola, caldo e denso. Il secondo e il terzo mi riempiono la bocca. Mattia trattiene un gemito basso e rauco, la testa gettata all’indietro, il collo teso, tenendomi fermo finché non ha finito di scaricarsi.
Quando alla fine mi lascia andare resto in ginocchio, la bocca ancora piena, un filo di saliva e seme che mi cola dal mento. Lui se lo pulisce sulla mia guancia, poi se lo sistema nello slip senza fretta e si chiude i jeans, guardandomi dall’alto con un mezzo sorriso soddisfatto. Una leggera arrossatura gli colora gli zigomi.
«Che fai lì ancora? Butta giù e andiamo.»
Ne ha fatto un sacco e ho la bocca piena. Ubbidisco e ingoio, ma mi va un po’ di traverso perché non ero pronto a ingerire una sostanza di quella consistenza.
«Porta dei fazzoletti con te la prossima volta, eheh.»
Mi alzo e torniamo verso la strada principale insieme, con il sapore di lui ancora forte in bocca e il mio cazzo dolorosamente duro di nuovo nei pantaloni, mentre cerco di coprire con la mano la macchia davanti.
Non parliamo e camminiamo a qualche metro di distanza, ma quando devia per casa sua, attraversando la strada aggiunge facendomi l'occhiolino: «Per la cronaca oggi non avevo neppure allenamento, ma sono venuto lo stesso». Mi saluta e si allontana.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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