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Gay & Bisex

Incontro in ostello a Lisbona


di Marco88bi
22.02.2026    |    5.024    |    6 9.6
"Oso piano, la lingua che sfiora la pelle tesa, calda, e poi arriva all’ano, stretto, umido di sudore..."
Atterro all’aeroporto di Lisbona in mattinata, inizio agosto. Sarei dovuto partire con la mia ragazza ma alla fine l’evolversi degli ultimi eventi a portato alla fine della relazione. Il volo era ormai prenotato così parto lo stesso, da solo. Il posto vuote al mio fianco in aereo mi ricordano lei. Ma l’ho superata: era giusto cosi.
Sono riuscito però a modificare la prenotazione della stanza, da una doppia ad una camerata.

Arrivo in centro con la metro poco prima di mezzogiorno. L’ostello è nella Baixa, un palazzo stretto con scale di legno che scricchiolano e l’odore di caffè bruciato che sale dal piano terra.

La reception è semideserta. Una ragazza con gli auricolari mi fa firmare un foglio e mi consegna una chiave con un portachiavi di legno con il numero della stanza.
“Check-in alle 16, ma puoi lasciare la valigia.”

Lascio tutto e esco subito. Non ho voglia di stare fermo. Lisbona mi accoglie con una luce accecante: sampietrini che brillano, turisti ovunque. Cammino senza meta tra le vie del centro, poi Praça do Comércio e lungo il fiume. Fa un caldo assurdo, il sudore mi cola lungo la schiena, la maglietta si appiccica alla pelle.
Torno in ostello poco dopo le sedici. Porto la valigia in camera e poi mi butto sotto una doccia fresca lunghissima nei bagni comuni, deserti a quell’ora. Peccato, penso.

Mi avvolgo l’asciugamano intorno alla vita e salgo sul letto superiore della camerata da sei, il mio è il terzo a sinistra. La finestra è spalancata, entra una corrente tiepida che sa di mare e asfalto caldo. Resto solo con l’asciugamano addosso, prendo il libro e mi sdraio, godendomi il fresco sulla pelle nuda.
Poi entra lui.

Alto, spalle larghe, capelli color miele un po’ spettinati. Occhi azzurri chiari, lentiggini sul naso e sugli zigomi. Cammina con quella sicurezza rilassata di chi sa di piacere. Scarpe da ginnastica consumate, zaino rosso buttato a terra. Si sistema nel letto sotto il mio. Solo un “Hi” rapido quando i nostri sguardi si incrociano. Rispondo allo stesso modo.
Cerco di rimanere concentrato sul libro.

È belga, lo scopro la sera. Si chiama Luis. Ventitré anni, viaggia da solo da due mesi, prossima meta: Algarve per surfare. Single da inizio estate.
Mi vesto solo poco prima della cena comune dell’ostello. Tavolate lunghe, sangria fatta in casa, cibo a pochi euro. Ci sediamo vicini per caso. Parliamo poco, ridiamo molto. Il gruppo è simpatico: Sarah ungherese con i capelli rossi, due argentini che sparano barzellette in un inglese disastroso.

Dopo cena usciamo. Bar con musica alta, tante birre e shottini economici, corpi che si sfiorano. Sarah mi balla vicino, mi sfiora il braccio, ride troppo forte, è già ubriaca. Potrei baciarla. Invece resto neutrale. Mi sono ripromesso di starmene tranquillo per un po’.
Il gruppo si sfalda nel casino del Bairro Alto. Impossibile ritrovarsi. Sono quasi le due, ho bevuto abbastanza per la prima sera e decido di rientrare.
In camera russano già tre persone. Prendo il libro e mi sposto nella sala comune. Mi sdraio sul divanetto unico vicino alla finestra aperta.

Passano vari ospiti barcollanti in cerca d’acqua.
Poi arriva lui.
Luis va al frigo, tira fuori la sua bottiglia con il nome scritto col pennarello. Si guarda intorno, vede lo spazio enorme, eppure sceglie proprio il mio divanetto. Si sfila le ciabatte, allunga le gambe. Le sue ginocchia sfiorano le mie. Maglietta gialla oversize da surf, pantaloncini kaki cortissimi, braccialetti al polso. Collo sudato, pomo d’Adamo che sale e scende.
Le nostre gambe si toccano. Peli che si intrecciano. Rimaniamo così qualche secondo di troppo. Lui ritira la gamba, poi la riappoggia “per sbaglio”. Mi chiede se mi dà fastidio. Dico di no, che capisco: la finestra è l’unico punto fresco.
Parliamo un po’ di noi. Da dove veniamo, perché siamo soli, quanto durerà il viaggio. Silenzi comodi. Poi di nuovo il contatto. Le sue dita dei piedi mi sfiorano l’interno coscia. Lente. Deliberate.
Non è più casuale.
Non sono più timido per queste cose e non ho nulla da perdere. Il mio piede risponde. Scivola sotto l’orlo dei pantaloncini, risale lungo la pelle calda. Lui sussulta appena, ma non si sposta. Vedo il suo pantaloncino gonfiarsi, l’erezione evidente che preme contro il tessuto. Il mio alluce arriva al bordo del boxer, lo sfiora.
Un rumore dalla porta.
Si tira su di scatto, sistema il cazzo di lato, imbarazzato. Qualcun altro è rientrato rumorosamente dalla serata.

Si alza. “Buonanotte” biascicato.
Ci rimango male. Lo seguo nel corridoio semibuio. Lo blocco.
“Si stava bene lì sul divano,” dico piano.
Sorride storto, nervoso.
“Anche per me. But it was too risky.”
Annuisco.

Poi, vicinissimo al suo orecchio:
“If you change your mind… I’m in the bed above yours.”
Non risponde. Entra in camera.
Torno dal bagno dopo essermi sciacquato. La stanza è buia. Intravedo la sua sagoma sul letto di sotto: mi sembra rimasto solo in mutande, ma non capisco se dorme o è solo immobile. Salgo piano la scaletta, mi tolgo i vestiti e resto in mutande pure io. Mi sdraio e guardo il soffitto. Aspetto, ma non succede nulla. La delusione cresce ogni secondo.
Poi il cigolio.
Si alza. Sale la scaletta. Si sdraia accanto a me. Tira la tenda.
Rimaniamo stretti in silenzio. Solo respiri pesanti e i nostri fianchi sudati a contatto. I piedi si cercano, ma nessuno dei due prende l’iniziativa.
Poi lui mi sussurra nell’orecchio, alito da alcol:
“I’m here now. What do you feel like doing?”
Non rispondo a parole. Mi giro sul fianco. Le nostre labbra a poca distanza. Gli tocco il petto nudo, mi godo il contatto sui muscoli e scendo piano verso l’inguine. Entro con le dita sotto l’elastico, trovo il suo cazzo già duro. Lo libero. Lo avvolgo e sego piano, immaginandomelo al buio. Gli abbasso il prepuzio. È umido. L’odore forte di uccello e sudore riempie l’aria.

Gli sussurro nell’orecchio in inglese se posso prenderlo in bocca. Lui deglutisce e mi dice di sì, ma che non ha fatto la doccia e che non è fresco là sotto.
“I haven’t showered,” sussurra rauco, un po’ imbarazzato. “It’s not fresh down there.”
Non sto lì a spiegargli che la cosa mi piace ancora di più – quell’odore crudo, non lavato, mi fa impazzire. Rispondo con un semplice “That’s okay.” Scendo verso il basso, lui si tira un po’ su per facilitarmi la posizione, le ginocchia piegate, il corpo che si apre a me nel buio della tenda. Lo lecco sulla cappella e sul prepuzio bagnato. Odore intenso di sudore e piscio, muschiato, che mi riempie le narici e mi fa girare la testa. Lo lecco piano, assaporando ogni piega, poi lo prendo in bocca, lo ciuccio lento, sentendolo pulsare contro la lingua. È bello grosso e duro nonostante l’alcol, le vene gonfie che sento sotto le labbra.
Continuo a scendere: alla base, dove i peli sono appiccicati dal sudore, poi sulle palle pesanti, le succhio una alla volta, la lingua che gira intorno, che preme. Lui fa un verso basso, un gemito soffocato, le dita che mi stringono i capelli per un attimo. Lo sego con la mano mentre scendo ancora più giù, sotto le palle, verso il perineo. Oso piano, la lingua che sfiora la pelle tesa, calda, e poi arriva all’ano, stretto, umido di sudore. Spingo appena, un leccata leggera, esplorativa.
Lui sussulta, inarca la schiena un po’, emette un “Ahh…” di piacere, rauco e sorpreso. Si irrigidisce per un secondo, ma non mi ferma. “You can keep going,” mormora piano, la voce tremula. “Yeah… that feels good.”
Incoraggiato, continuo: lecco intorno all’ano, la lingua che gira lenta, che preme contro l’apertura, assaporando il sapore salato, amaro, terroso, acre – sudore di giornata accumulato, caldo e non lavato, misto a quel retrogusto intimo che mi eccita da morire. Lui fa versi più intensi ora, gemiti trattenuti, “Mmm… fuck…” biascicati tra i denti, il corpo che si rilassa e si apre di più, le gambe che tremano leggermente. Lo sego più forte mentre la lingua affonda un po’ di più, spingendo nel buco, sentendolo contrarsi intorno.
Poi lo riprendo in bocca, succhio deciso, la mano che stringe la base, la lingua che gira sulla cappella.
Lui mi avverte con dei colpetti sulla testa: “Fuck.. I’m coming!” Io non lo lascio andare e succhio più forte. Lui si inarca e viene sul mio palato: schizzi caldi, densi, salati. Mi riempe la bocca, mi godo la sensazione e poi ingoio tutto. Lui respira profondamente per riprendersi e io mi rimetto sdraiato al suo fianco.
Tocca a me. La sua mano entra nelle mie mutande, mi avvolge il cazzo già duro, inizia a segarmi lento, poi deciso. Stringe alla base, sfrega la cappella con il pollice, accelera il ritmo. Mentre mi eccito sempre di più, il respiro corto, lui si china vicino al mio orecchio e comincia un dirty talk basso, sussurrato, con quella voce belga un po’ accentata che mi fa impazzire.
“Did you like my tastes?” chiede, la mano che rallenta apposta per torturarmi. “The sweat, the piss… all that dirty flavor on my cock?”
Annuisco, gemendo piano, il corpo che si inarca verso la sua mano.
“Would you like to taste it better? Deeper?” continua, accelerando di nuovo, stringendo di più. “Really? You’d go for more?”
Poi, a voce bassissima, quasi un soffio contro il mio collo: “What did my asshole taste like? Tell me.”
“Salty… bitter… earthy,” biascico tra i denti, la voce strozzata dall’eccitazione. “Like sweat and man… so fucking good.”
Mi chiede se proverei di più, “Would you try more?” e io, con un “Yes” strozzato, comincio a sborrare, schizzi caldi sulla pancia, tra gli addominali, e sulle sue dita.

Lui spalma piano il mio sperma sulla pelle, mi dà un bacio sul collo, si tira su le mutande e scende.
“Good night.”
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