Gay & Bisex
10. La strada del ritorno e rabbia
25.01.2026 |
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"I pantaloni ora sono osceni, con la macchia bagnata di sborra davanti ormai troppo evidente..."
Torno a casa a piedi. Ogni passo sembra un coltello piantato nel culo gonfio e bruciante. I crampi mi stringono lo stomaco e per un secondo mi fermo sotto un lampione spento, piegato in due. Evito le luci, cammino a testa bassa tenendo la mano aggrappata al bordo dei pantaloni che scivolano giù da soli. Se cadessero non ci sarebbe più il bordo dei boxer, ma il perizoma, evidente e osceno sul fianco. L’umiliazione mi brucia la gola, ma sotto c’è ancora quel calore traditore: l’uccello si indurisce a ogni sfregamento del tessuto bagnato. Mi sento sporco, usato, rotto… eppure disperatamente eccitato.Penso ad Alessandro, a come all’inizio sembrava quasi non volermi toccare davvero e invece stasera mi ha scopato pure lui. Chissà come se lo è giustificato: il perizoma? Il farlo con gli amici? Non lo so, forse glielo chiederò un giorno. Io comunque l’ho lasciato fare, di nuovo. Un po’ mi odio per questo, ma il corpo non ascolta: il cazzo pulsa nei pantaloni, cerca sfogo, implora. Io non ho sborrato, ho ancora bisogno.
Mi ricordo del parchetto vicino al cimitero di cui si parlava nei forum online. Non ci ero mai andato. Troppa paura, troppa vergogna. Stasera invece devo: le gambe mi portano lì quasi da sole. Almeno per guardare. È quasi di strada tornando da casa di Daniele. Arrivato al cimitero, seguo il muro perimetrale fino a una piccola zona verde poco illuminata. Attraverso il prato buio con il cuore che mi spacca il petto. Sono sul posto giusto: vedo ombre che si muovono lente, si fermano, mi guardano. Attraverso veloce senza guardarli, arrivo al marciapiede e torno indietro. Al secondo passaggio prendo un altro sentiero e li vedo distintamente: due figure sotto un albero che fanno sesso. Mi fermo a guardare e un uomo cerca di approcciarmi. Non lo vedo bene, ma non sembra il mio genere e torno verso il marciapiede.
Riprendo fiato sotto il lampione, anche se illumina le macchie sui miei vestiti. Poi, tra due macchine parcheggiate, lui: ragazzo giovane, tuta nera, carnagione scura. Si appoggia a una delle macchine e accende una sigaretta. Rallento e lui mi fissa. Mi appoggio a un’altra macchina, a pochi metri. Lui continua a fumare ma ogni tanto punta gli occhi verso di me. Lascio andare i pantaloni, che scivolano da soli giù quel tanto che basta a far vedere il laccio del perizoma sul fianco. Lui lo vede. Si massaggia il pacco e butta la sigaretta, fa un cenno verso il parchetto e cammina. Io lo seguo con il cuore in gola.
Cammina deciso verso una panchina seminascosta. Si siede a gambe larghe. Io mi metto accanto e la mia mano scende subito tra le sue gambe. Lo tocco: moscio all’inizio, poi duro in fretta, grosso, dritto. Lo sego lentamente prima da sopra i pantaloni della tuta, poi lui se li abbassa quel tanto che basta. Mi lascia fare mentre si guarda in giro. Al tatto è di marmo ma la pelle calda e delicata. Belle dimensioni, solido, ma nel buio non ne percepisco tutti i dettagli. Scendo con la faccia. Circonciso, cappella un po’ storta ma grande. Cazzo venoso, due palle grosse che pendolano in uno scroto morbido ricoperto di peli ricci e ruvidi. Appoggio le labbra sulla punta e l’assaggio: gusto forte, diverso ma buono. Lo succhio piano, fino a scendere fino alla base. La mia gola allenata lo trattiene tutto. Lui infila le mani nei miei pantaloni, gioca col filo del perizoma, sfiora il buco. Brucia da morire, mi sfugge un gemito strozzato. Lui forse capisce, torna sul filo, lo tira leggero. Mi accarezza i capelli mentre io succhio più forte, avvolgendo le labbra strette attorno al suo uccello e con la mano gli massaggio le palle.
«Aspetta… vengo…» sussurra. Non mi fermo però. La mia mano scorre sul mio cazzo intrappolato nei pantaloni, al massimo dell’eccitazione, sfinito.
Il suo uccello si gonfia, lui inerme sotto l’azione della mia bocca. Divarica ulteriormente le gambe, si rassegna. Io lo immagino pensare ad altro per trattenersi, mentre gemiti lievi quasi sofferti gli sfuggono dalle labbra. I muscoli delle gambe tesi, il bacino che comincia a muoversi con l’istinto di scoparmi la gola. Sono però gli attimi finali. Poi si ferma.
Al primo schizzo caldo in gola vengo anch’io: fiotti violenti, incontrollabili, nelle mutande. Un orgasmo che mi spacca in due, mi fa tremare tutto il corpo. Lo tengo dentro finché non finisce. Poi mi alzo, sputo sull’erba oltre lo schienale della panchina. Lui mi guarda, sorride piano mentre se lo pulisce con un fazzoletto preso dalla tasca e se lo rimette nei pantaloni.
Si alza e mi porge la mano, una stretta forte.
«Karim, grazie» dice. «Scambiamo il numero?»
Io prendo il suo, promettendogli di scrivergli. Non penso che lo farò, ma lo accetto lo stesso. Ci salutiamo e ci allontaniamo poco dopo prendendo direzioni opposte.
Allungo la strada procedendo verso il fiume, per evitare passanti nella via diretta. I pantaloni ora sono osceni, con la macchia bagnata di sborra davanti ormai troppo evidente. La vergogna mi travolge come un’onda gelida. Dopo il piacere resta solo nausea, disgusto, vuoto. Cosa cazzo sto facendo? Chi sono diventato?
Arrivo a casa che sono quasi le due. Buio ovunque, tranne una luce debole dalla camera di Luca. Mi avvicino alla porta, avrei bisogno di lui. Mi giungono però chiari gemiti femminili, un letto che cigola, sospiri. L’amica con cui è uscito stasera. Stanno scopando. Mi fermo qualche secondo ad origliare, poi vado in bagno e mi chiudo dentro.
Sotto la doccia l’acqua che cola tra le natiche trafigge il buco irritato. Con la spugna cerco di cancellare le lettere incise sulla mia coscia, che non vogliono andare via. Vuoto. Nausea che si trasforma in rabbia che sale dal petto. Contro Luca che gode con un’altra mentre io mi faccio riempire da sconosciuti. Contro Alessandro che mi ha usato e lasciato lì. Contro me stesso, per aver voluto tutto questo, per averne ancora voglia nonostante il male.
Torno in camera e prima ancora di rivestirmi prendo uno zaino e ci butto dentro alcuni vestiti a caso, il computer e degli appunti per l’esame. Non dormo quasi e alle sei sono già in piedi. Nascondo le varie prove delle mie perversioni dietro l’armadio, aggiungendo il nuovo arrivo, ed esco di casa. Lascio un biglietto sul tavolo.
Mi dirigo in stazione per andare da parenti fuori città.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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