Gay & Bisex
I pomeriggi al muretto, uno
19.10.2026 |
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"L’odore della sua sborra, la scivolosità sulle dita, il ricordo di quanto era grosso e di come mi ha usato senza ricambiare… Bastano pochi secondi..."
Dal rientro a scuola dopo l’estate torno con il bus il martedì più tardi degli altri giorni. Sullo stesso mezzo sale anche Mattia, un ragazzo che non vedo più dalle elementari ma che all’epoca definivo amico; poi le strade, come spesso accade, si sono separate.
Per di più ci siamo sviluppati in modi molto diversi. Io diligente a scuola e lui portato per lo sport.
Proprio il martedì, anche se non conosco i dettagli, era un esempio opportuno della nostra differenza. Io tornavo da un corso di chimica avanzata e lui da qualche attività sportiva.
Io solo, lui circondato di amici, che però lo salutavano davanti alla fermata o poco dopo, mentre lui ed io continuavamo fino all’autobus quasi vuoto poco prima del capolinea.
Anche lui mi aveva riconosciuto, ma ci siamo sempre limitati a saluti sfuggenti e senza parole, solo con un leggero movimento della testa, finché un giorno non si creò una situazione particolare.
Era fine settembre e faceva ancora caldo. Lui portava dei pantaloncini corti da palestra neri, lasciando scoperte le gambe muscolose e pelose il giusto. Una gamba la teneva piegata sul sedile con il calzetto di spugna di marca in bella vista. Stava parlando al telefono, sorrideva mostrando i denti bianchi. Con la mano destra teneva il telefono mentre con la mano sinistra si sistemava il pantaloncino sul davanti. Sembrava dargli fastidio.
Il mio sguardo cade proprio lì e noto un rigonfiamento importante. Se lo tocca con le dita in modo evidente, nascosto davanti dal sedile. Nessuno può vederlo tranne me e di me non sembra preoccuparsi. Anzi si mette di lato, comodo, appoggiandosi al finestrino, e continua la chiamata di cui colgo alcuni dettagli di natura erotica. Le sue dita continuano a marcare la forma del suo cazzo ormai sicuramente duro. Io deglutisco e cerco di non guardare, imbarazzato.
Sposto il mio zaino per coprirmi perché non sono riuscito a rimanere indifferente alla situazione.
Poi arriva la mia fermata e mi sposto verso l’uscita goffamente. Devo avvicinarmi a lui per passare; a quel punto lui mi fissa negli occhi mentre continua a nascondere in parte l’inguine con la mano, ma rimanendo a gambe aperte. Io abbasso lo sguardo imbarazzato e mi proietto fuori dall’autobus.
Guardo in basso per tutto il tragitto fino a casa e, arrivato lì, salgo in camera e mi butto sul letto.
Nascondo la faccia sotto il cuscino mentre non riesco a togliermi l’immagine del suo pacco dalla testa. Il mio cazzo duro mi preme nelle mutande.
Passano i giorni e si ripresenta il martedì successivo. Lo rivedo alla fermata, ma c’è tanta altra gente oltre a noi. Piove e molta più gente prende il bus. Quando tutti i suoi amici sono scesi, lui, facendo passare due signore, scivola di posto vicino a me. Tiene le gambe aperte e il ginocchio spinge sul mio. Ha i capelli bagnati di sudore ed è ancora accaldato dallo sport. Un leggero odore di sudore mi entra nelle narici. Faccio cadere lo sguardo tra le sue gambe, gli guardo il bozzo mentre lui è distratto altrove. Si toglie però la felpa e se la appoggia davanti. Rimango qualche momento deluso, ma poi prende il telefono, lo inclina verso di me per non farlo vedere alle signore accanto e apre una chat di WhatsApp con, probabilmente, dei suoi amici, dove compaiono foto di nudo e gif erotiche.
Lui con una mano scorre le immagini mentre l’altra scende sotto la felpa.
Chiaramente se lo tocca, ma sta molto attento alle signore alla sua sinistra. Non sembra però interessarsi alla mia presenza.
Quando scendono e rimaniamo soli in fondo al bus, lui si sposta la felpa e rimette in mostra la forma del suo cazzone duro dentro i pantaloncini. Sposta anche il telefono verso di me e diventa chiaro che non si sta più nascondendo.
Mi fa chiaramente vedere le foto e cerca complicità mentre si massaggia il pacco di nascosto.
Contemporaneamente io sono molto in imbarazzo ma non riesco a nascondere che mi eccita. Il mio non è evidentemente grosso come il suo, ma si nota comunque che è teso nelle mutande.
Lui se ne accorge. Lo sguardo scivola un secondo verso il mio inguine, poi risale fino ai miei occhi. Non sorride, ma c’è una leggera curva sulle labbra, quasi di soddisfazione. Continua a scorrere le immagini con una mano mentre con l’altra si sistema meglio, tirando un poco il bordo del pantaloncino verso il basso. Per un attimo la testa del cazzo appare definita sotto il tessuto sottile, umido dello slip.
Il bus rallenta. La prossima fermata è la mia. Mattia lo sa. Abbassa il telefono, ma non toglie la mano dall’inguine. Con voce bassa, quasi un sussurro, dice la prima frase che ci scambiamo dopo anni:
«Ti piacerebbe continuare?»
E mentre lo dice, spinge leggermente il ginocchio contro il mio, lasciandolo lì.
L’autobus è quasi fermo. Ho pochi secondi per decidere se scendere come sempre, goffo e in silenzio, o se rispondere in qualche modo.
Annuisco, senza riuscire a dire una parola.
Mattia mi guarda un secondo di più:
«Non scendere», ripete a voce bassa. «Resta.»
Il bus si ferma. La porta si apre, ma non mi muovo. Qualcuno scende davanti, ma noi due rimaniamo seduti. Quando le porte si richiudono e il mezzo riparte, lui si sposta ancora un poco verso di me. Il ginocchio preme più forte contro il mio.
«Vuoi toccarlo?»
Non è un invito vago. È una domanda diretta, detta mentre le sue dita scendono ancora di più e tirano di nuovo il bordo del tessuto verso il basso, facendo spuntare la punta del cazzo intrappolata nelle mutande.
Mattia non aspetta una mia risposta esplicita e con la sua mano libera mi afferra leggermente la mano, stringendo sopra il polso.
Mi guida, lentamente ma con decisione. Le mie dita vengono portate sopra i suoi pantaloncini, proprio sul rigonfiamento caldo e duro. Sento il tessuto sottile, il calore, e sotto la forma piena del suo cazzo. Lui preme leggermente le mie dita, facendomele scorrere su e giù per un paio di secondi, abbastanza perché io senta quanto è teso e quanto è grosso.
Le mie dita prendono poi piano vita attiva: lo accarezzo, scorrono le dita lungo il bastone scendendo dentro il pantaloncino.
Poi, all’improvviso, mi fa lasciare la presa e si sistema in fretta il pantaloncino e la felpa, mi guarda.
«Scendiamo.»
Non è una domanda. Si dirige verso la porta e io, ancora con la mano che trema un poco, lo seguo. Quando le porte si aprono scendiamo insieme. Cammina con passo sicuro e, senza voltarsi, mi dice a voce bassa:
«Seguimi.»
Mentre camminiamo, la testa mi gira. Mi chiedo cosa sto facendo e mi sento un po’ pazzo. È Mattia, quello delle elementari, quello che non vedevo da anni, e adesso ho appena toccato il suo cazzo sul bus. Mi rispondo da solo, cercando di calmarmi: cosa può succedere mai? Una sega tra amici non è niente di sbagliato. È solo… una cosa. Un momento. Devo considerarmi fortunato, non posso perdere l’occasione.
Lui non parla. Svolta in una stradina laterale, poi dietro un edificio un po’ appartato. Si ferma davanti a un muretto basso tra gli alberi, posa la borsa della palestra per terra e si volta verso di me. Si appoggia al muretto e mi fa cenno di avvicinarmi.
«Continua da dove eravamo rimasti.»
Allungo le dita fino a toccarlo e sento il calore che passa attraverso lo slip e i pantaloncini, la forma piena e dura che preme contro il tessuto. Comincio a massaggiarlo con calma, su e giù, senza fretta. L’elastico del pantaloncino scende, esponendo di lato il cazzo teso nello slip, con il tessuto già un po’ umido in punta. Mattia emette un respiro più pesante e allarga leggermente le gambe, lasciandomi più spazio. Non mi spinge a far nulla e sembra lasciarmi prendere confidenza, sentire il peso e la durezza sotto le dita.
Passano alcuni secondi così. Lui tiene gli occhi semi-chiusi, la testa leggermente reclinata all’indietro contro il muretto, e ogni tanto spinge un poco i fianchi incontro alla mia mano.
Quando il mio movimento diventa più sicuro, quando non lo sto solo toccando ma segando goffamente da sopra le mutande, lui abbassa lo sguardo su di me e dice a voce ancora più bassa:
«Ora puoi tirarlo fuori, se vuoi.»
Continuo a massaggiarlo da sopra per qualche secondo ancora in automatico. Poi, con le dita che tremano appena, scendo più in basso e tiro delicatamente il bordo dei pantaloncini e dello slip verso il basso. Lui mi aiuta sollevando il bacino dal muretto.
Il suo cazzo scatta fuori, pesante e già completamente duro. È grosso, venato, la pelle liscia e calda, dritto. Leggermente scuro nonostante la sua carnagione chiara. L’odore di sudore e di eccitazione mi arriva più forte adesso che è scoperto.
Mattia trattiene un respiro e allarga ancora un poco le gambe, appoggiandosi meglio al muretto. Non dice niente. Mi guarda solo, aspettando.
Ci metto un attimo a decidermi, poi chiudo le dita intorno a lui. È caldo, più caldo di quanto immaginassi, e il polso è pieno sotto il mio tocco. Comincio a muovere la mano lentamente, su e giù, senza fretta. Sento la pelle scorrere sotto il palmo. Scendo fino alla base dell’asta e poi risalgo fino alla sua cappella grossa e bagnata. Il precum rende tutto più scivoloso.
Mattia emette un suono basso, quasi un gemito soffocato. Una delle sue mani si posa sulla mia spalla, stringendo appena, mentre l’altra resta appoggiata al muretto. Mi lascia fare, sembra piacergli.
Continuo a masturbarlo con calma, sentendo ogni piccola reazione: come si contrae quando accarezzo sotto il glande, come i fianchi spingono leggermente incontro alla mia mano quando scendo più in basso. Il suo respiro diventa più pesante. I suoi occhi restano semi-chiusi, ma ogni tanto si aprono per guardarmi.
«Un po’ più veloce…», mormora dopo un po’, a voce bassa. «Così…»
Io obbedisco, stringendo un po’ di più e accelerando il movimento. Il suono umido della mia mano sul suo cazzo è l’unica cosa che si sente nella stradina silenziosa, insieme al suo respiro. Io invece sono in apnea.
Mattia emette un gemito basso e rauco. La mano che ha sulla mia spalla stringe di più, i suoi polpastrelli mi premono sulla pelle attraverso la maglietta. I suoi fianchi cominciano a muoversi incontro alla mia presa, spingendo in avanti a ogni passaggio della mia mano. Il muretto dietro di lui scricchiola leggermente quando ci si appoggia con più peso.
«Cazzo… così…», mormora tra i denti, la voce roca. «Non fermarti.»
Io non mi fermo. Continuo a masturbarlo con ritmo deciso, a volte rallentando solo per strofinare il pollice proprio sotto il glande, dove è più sensibile. Ogni volta che lo faccio, lui trattiene il respiro e spinge più forte contro la mia mano. L’odore del suo sudore e del cazzo è forte adesso. Non mi dà fastidio, anzi, mi piace e me ne riempio le narici.
Il suo respiro è diventato irregolare. Le gambe gli tremano leggermente. Mi guarda con gli occhi socchiusi, le labbra semiaperte mostrandomi i suoi denti bianchi.
«Sto per…», riesce a dire, la voce spezzata. «Non togliere la mano…»
Sento il suo cazzo pulsare più forte tra le dita. Continuo a muovermi, più veloce, più stretto, preparandomi a sentirlo venire.
Sento chiaramente ogni contrazione. Mattia getta la testa all’indietro contro il muretto, gli occhi stretti, e un gemito basso e roco gli esce dalla gola.
Poi scatta.
Il primo getto è violento, caldo e denso. Mi colpisce dritto sulla maglietta, proprio al centro del petto, lasciando una macchia scura e vischiosa che si allarga subito. Il secondo e il terzo gli escono con altrettanta forza: mi finiscono sulle dita, sul dorso della mano, tra le pieghe delle nocche. Continuo a pomparlo mentre viene, e ne esce ancora, a ondate, più di quanto pensassi possibile. Il seme cola spesso tra le mie dita. L’odore è forte, acre, mescolato al suo sudore.
Quando le ultime gocce gli escono più lente e gli colano vischiose, alzo gli occhi e lo vedo che mi guarda. Vede lo schizzo sulla mia maglietta e le mie mani completamente lucide e sporche. Un mezzo sorriso divertito gli compare sulle labbra, quasi compiaciuto.
«Ops… scusa», dice divertito, ma non c’è nessuna scusa vera nella voce. «Non ho nemmeno i fazzoletti.»
Si tira su i pantaloncini e lo slip senza fretta, si sistema la felpa e prende la borsa da terra. Mi guarda un’ultima volta, con aria leggera, soddisfatta.
«Beh… è stato bello rincontrarsi», aggiunge.
Poi si allontana, camminando verso la strada principale senza voltarsi. Non mi ha toccato, realizzo. Non mi ha chiesto niente. Non ha nemmeno guardato il mio cazzo, ancora duro e stretto nei pantaloni.
Rimango solo.
Mi guardo le mani ancora umide e lucide del suo seme e sono conscio che non è stata una cosa alla pari. Lui ha preso. Io ho dato. Lui è andato via soddisfatto, sorridente, mentre io sono rimasto qui con le mani sporche e il cazzo ancora dolorosamente duro.
In quel momento mi sembra stranamente giusto così e mi guardo intorno. Mi sbottono i pantaloni in fretta, tiro fuori il cazzo e comincio a toccarmi con le mani ancora appiccicose di lui. L’odore della sua sborra, la scivolosità sulle dita, il ricordo di quanto era grosso e di come mi ha usato senza ricambiare… Bastano pochi secondi. Vengo forte, a denti stretti, a terra.
Il nodo allo stomaco per l’accaduto arriva poi dopo, tornando a casa a piedi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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