Gay & Bisex
8. Visita notturna di Luca
21.01.2026 |
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"Lo riprendo in mano, stretto, e ricomincio a segarlo con ritmo deciso, la mano che scivola facile grazie alla saliva..."
Mentre lui è ancora in bagno, mi alzo in silenzio e scappo in camera mia.Ho il cuore che martella nel petto, i pensieri confusi. Resto in piedi, immobile e in casa, quando c’è silenzio, si sente tutto.
Sento la porta del bagno che si apre, poi lo scricchiolio del parquet mentre attraversa il salotto. Si ferma davanti alla mia porta. Lo immagino lì, con la mano già alzata per bussare… invece dopo qualche secondo si sposta e se ne va, probabilmente verso la sua stanza.
Prendo dei fazzoletti per pulirmi le mani, ancora viscide di lui.
Ma il corpo è rimasto teso, eccitato, non si calma.
Guardo quella sostanza gelatinosa che mi cola tra le dita e non riesco a decidermi a toglierla.
Con l’altra mano mi sbottono i pantaloni: cadono insieme ai boxer fino alle ginocchia.
Comincio a segarmi con la sinistra, lentamente, mentre la destra la tengo sospesa. Gioco con le dita ancora bagnate del suo sperma. Le strofino tra loro, le apro e le richiudo, sentendo i filamenti che si tendono e si spezzano. Ne prendo un po’ tra indice e medio, lo spalmo piano sulla cappella mia, mescolandolo al mio lubrificante naturale. Diventa tutto più scivoloso, più sporco.
Quando l’eccitazione sale al massimo mi giro verso il cestino di metallo, dove già giaceva il preservativo usato di Pier.
Non resisto: alzo le dita, le appoggio sulle labbra, le socchiudo e assaggio. La lingua esce d’istinto, si appoggia sotto, accoglie il sapore.
Mi sento lurido, mi immagino la sua cappella che gocciola ancora, proprio lì, davanti alla mia bocca.
Accelero il movimento della mano.
Vengo quasi subito, mirando al cestino… ma lo manco in parte, schizzando anche sul pavimento.
Dopo qualche ora il telefono vibra sul comodino. Sono quasi le sette di sera, la luce entra obliqua dalle persiane e io sono sdraiato, solo con i boxer appiccicati alla pelle e coperto con il lenzuolo che sa di sudore vecchio. Guardo lo schermo: Alessandro.
Non leggo completamente il messaggio e non rispondo. Non so nemmeno cosa scrivere. Metto il telefono a faccia in giù e resto a fissare il soffitto. Sento vari rumori in salotto e mi costringo ad alzarmi.
Gli altri si stanno preparando per andare a fare aperitivo fuori. Alcuni amici sono già arrivati a recuperarci.
Stiamo fuori fino a tardi. Luca e io passiamo gran parte della serata a pochi passi l’uno dall’altro, ma ci parliamo pochissimo. Non è che ci evitiamo, è che proprio non capita l’occasione.
Sulla strada del ritorno a piedi, di nuovo un po’ brilli, sembrava il momento perfetto per parlarne, ma poi con noi c’è anche Marco, l’altro coinquilino, che con le sue cazzate da ubriaco ci toglie dall’imbarazzo di dover affrontare l’argomento.
In casa Marco si accende una sigaretta e si butta sul divano. Ho la sensazione che Luca avrebbe voluto un momento solo con me, ma con Marco lì e la stanchezza che pesa, ci saluta con un “notte” e si chiude la porta della sua stanza alle spalle.
Anch’io mi ritiro in camera mia. Chiudo la porta piano, ma la lascio socchiusa. Mi spoglio al buio, illuminato solo dal filo di luce che entra dal salotto. Fa ancora un caldo infernale, resto in boxer.
Poi la luce in salotto si spegne. Cala il buio e il silenzio. Anche Marco è andato a dormire. Peccato, penso, se fosse andato a letto prima… mentre mi passo lentamente le dita sull’uccello.
Passano alcuni minuti e sto per crollare dal sonno, quando sento di nuovo dei passi leggeri sul parquet.
Qualcuno si avvicinano lento e leggero, verso la mia porta. Il cuore mi sale in gola. Vedo la porta aprirsi, piano, senza un cigolio, e nel buio si staglia la sagoma scura di Luca.
Silenzio. Un secondo, due. Poi la sua voce, bassa, quasi un sussurro: «Sei sveglio?»
«Sì», rispondo subito, la gola secca.
Non dice altro. Entra senza chiedere, richiude la porta dietro di sé con un clic metallico. Il buio diventa quasi totale.
Io sono sdraiato, ancora con la mano ferma sull’elastico dei boxer.
I passi si fermano a un metro dal letto. Sento il materasso che si piega leggermente quando Luca si siede sul bordo, proprio accanto a me. Il buio è così fitto che non vedo quasi niente, solo il contorno vago delle sue spalle.
Non parla subito. Respira piano e io resto fermo ad attendere.
Poi, con quella stessa voce bassa di prima: «Prima… in salotto… ho pensato che magari volevi stare da solo con me.»
Non è una domanda, ma nemmeno un’affermazione sicura. È come se stesse buttando lì una porta, lasciando a me decidere se aprirla o chiuderla.
Deglutisco. «Sì», dico, e la parola mi esce rauca. «Volevo.»
Silenzio di nuovo.
Poi sento il suo peso spostarsi: si sdraia piano accanto a me. Il letto è stretto, ci stiamo a malapena e i nostri corpi si toccano.
«Marco ronfa già come un trattore», mormora, come volesse tranquillizzarmi, e sento il sorriso nella sua voce. «Non ci sente.»
La sua gamba sfiora la mia, pelle contro pelle. Non si ritrae e nemmeno io.
Luca si gira leggermente sul fianco, verso di me. Sento il suo fiato alcolico sul collo quando parla di nuovo, vicinissimo:
«Posso adesso…?»
Non finisce la frase. La sua mano libera sale piano, mi sfiora il petto, poi più in basso, lenta.
Io chiudo gli occhi, anche se è già buio. «Sì», sussurro. «Puoi.»
Le sue dita scivolano sotto l’elastico dei miei boxer. Le dita ruvide mi trovano subito, avvolgono il mio cazzo già duro e cominciano a massaggiarlo con movimenti lenti ma sicuri. Tengo gli occhi e lascio che il calore mi salga dal basso.
Lo lascio fare un po’, godendomi il momento, sentendo il suo corpo premuto contro e la sua mano sul cazzo. Poi non resisto più: allungo la mano verso di lui. È ancora con i pantaloncini addosso, leggeri. Gli passo la mano sul davanti, lo sento attraverso la stoffa – barzotto, gonfio, ma non ancora completamente eretto. Lo stringo piano, lo accarezzo su e giù sopra il tessuto, sentendo come reagisce, come si indurisce sotto il mio palmo.
Luca emette un suono basso, quasi un sospiro, e si muove appena per aiutarmi. Con un gesto veloce si abbassa i pantaloncini e gli slip insieme, fin sotto le cosce. Ora è libero, pelle contro pelle. Lo prendo in mano: caldo, spesso, la pelle liscia e tesa. Lo massaggio piano, stesso ritmo che lui sta tenendo su di me – lento, senza fretta, esplorando ogni vena, ogni centimetro.
Restiamo così, sdraiati uno contro l’altro nel buio, le mani che si muovono in contemporanea. Nessuno dei due parla.
Solo il rumore della nostra pelle che scivola, il materasso che cigola leggermente a ogni movimento.
Il suo cazzo mi riempie la mano, caldo e spesso, ma non è duro come me lo ricordavo dal pomeriggio.
Glielo stringo piano, lo accarezzo su e giù con il pollice fino alla base, e sussurro vicinissimo al suo orecchio:
«Ti piace? Non dobbiamo farlo per forza, eh… se non ti va…»
Luca gira appena la testa, il suo respiro mi sfiora la guancia.
«No, mi piace», risponde piano, la voce un po’ impastata. «Mi piace da morire. È solo che… con l’alcol in corpo ci vuole un po’ di più, ci mette di più a partire.»
Capisco. E decido di non aspettare.
Mi abbasso piano, scivolando lungo il suo corpo. Luca si irrigidisce un attimo quando capisce cosa sto per fare, ma non si muove per fermarmi davvero.
Mi fermo con la faccia all’altezza del suo inguine. L’odore mi arriva subito: un misto di sudore della serata, un po’ di birra stantia sulle mani, quel profumo intimo, leggermente salato, di maschio che non si è lavato dalla mattina.
Appoggio le labbra sulla punta, morbida e calda.
Luca sussurra subito, con un filo di voce: «Ehi… non serve, davvero… non ho fatto la doccia, sono sudato…»
Lo ignoro.
Apro la bocca e lo prendo dentro, piano, senza fretta. All’inizio è soffice, riempie lo spazio tra lingua e palato ma non spinge, non preme. Lo avvolgo con la lingua, lo lecco lento intorno alla cappella, sentendo la consistenza vellutata della pelle che si tende man mano. Sa di sale leggero, di pelle calda, con un retrogusto amaro appena accennato.
Il sapore, leggermente acre, un po’ animale, che mi riempie la bocca, mi fa impazzire e mi fa stringere di più le labbra.
Luca emette un gemito basso, strozzato e le sue mani si posano sulla mia testa, non per spingere, ma per tenermi lì e non farmi smettere.
Sento il sangue affluire, il cazzo che si gonfia piano dentro la mia bocca, si indurisce centimetro dopo centimetro. La pelle si tende, le vene si fanno più evidenti sotto la lingua. Ora è pesante e duro nella mia bocca.
Lo tengo così, muovendomi lento su e giù, la lingua che gira intorno, le labbra che scivolano strette.
Ogni tanto lo lascio uscire per leccare e annusare la base e la cappella, dove l’odore è più forte, più concentrato. Sudore, pelle, un accenno di piscio vecchio che rende tutto più sporco e reale.
Luca respira forte ora, il petto che si alza e si abbassa veloce.
La sua mano mi stringe i capelli, non forte, ma abbastanza da farmi capire che sta perdendo il controllo.
«Porca puttana… continua così…»
Io non mi fermo.
Lo riprendo in bocca fino in fondo, lo sento arrivare in gola, duro adesso, teso, vivo.
Sento il suo cazzo pulsare forte contro la lingua, si gonfia ancora di più, la cappella tesa e lucida di saliva e pre-sborra. Luca respira a scatti, la mano nei miei capelli che stringe e rilascia, stringe e rilascia.
«Cazzo… sto per… sto per venire…» sussurra rauco, quasi implorante.
Una parte di me muore dalla voglia di berlo tutto: tenerlo in bocca fino in fondo, sentire i fiotti caldi riempirmi la gola, ingoiare ogni goccia. Ma non voglio fare vedere questo aspetto di me, non ancora.
Mi tiro su piano, lasciandolo uscire dalla bocca con un suono umido.
Torno su al suo fianco, mi sdraio di nuovo affianco a lui. Lo riprendo in mano, stretto, e ricomincio a segarlo con ritmo deciso, la mano che scivola facile grazie alla saliva. Lui fa lo stesso su di me: le dita tornano dentro i miei boxer, mi stringono il cazzo.
Ci muoviamo insieme, sincronizzati.
«Dai… vieni… vieni con me…» sussurra lui, la voce bassa e rotta.
Non resisto più. Sento il calore salire, il nodo che si stringe alla base, e poi esplodo: schizzo forte, caldo, sulla mia pancia nuda. Fiotti densi che mi colano addosso, uno dopo l’altro, bagnandogli la pelle sudata.
Quasi nello stesso istante Luca si tende tutto, e il suo cazzo pulsa nella mia mano e schizza a sua volta: getti caldi e abbondanti che finiscono da qualche parte nel buio, probabilmente sulla sua maglietta. Sento le ultime gocce dense scivolarmi sulla pelle della mano.
Restiamo così, immobili a lungo, sento lo sperma raffreddarsi e seccarsi sulla mia pelle.
Luca gira la testa verso di me, il profilo appena visibile nel buio.
«Cazzo… era tanto che non…» Non finisce la frase.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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