Gay & Bisex
5. Alessandro e la bevuta tra amici
26.12.2025 |
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"Si avvicina poi a me e mentre parla mi sento toccare la maglietta e poi tirare probabilmente dal bordo dell’imbuto..."
Passano alcuni giorni apparentemente normali e io rientro nella mia routine di sempre. Lui non si è più fatto vivo in chat e ogni volta che sul telefono arriva un messaggio, un brivido mi attraversa sperando che possa essere lui.La sera tardi, quando torno in camera, invece di cercare altri stimoli online, apro l’armadio e tiro fuori il dildo. Continuo ad allenarmi, cercando di migliorare. Trovo una posizione che mi permette di portarlo più in fondo. Ogni volta che riesco a tenerlo dentro più a lungo, però, dopo vari tentativi sembro raggiungere un confine invisibile a pochi centimetri dalla meta: lì il mio corpo si ferma. Lo misuro segnandomi il punto con il dito all’altezza del labbro: 20,5 centimetri. Il mio limite massimo.
L’indomani, mentre sono in aula studio con i colleghi, il telefono vibra e il cuore sobbalza. È lui. Subito mi sale un subbuglio dentro, le mani sudano. Mi chiede dei miei progressi con l’ingoio e io, senza pensarci, gli scrivo i risultati.
Si dice soddisfatto, ma insiste che devo continuare ad allenarmi. Poi aggiunge qualcosa che mi fa balzare lo stomaco: «Sono pronto però per una “bevuta tra amici”». Chiedo spiegazioni, ma la risposta è secca: «Se ci stai, lo scoprirai dopo. Se non ti senti pronto, sarà per un’altra volta».
Appoggio il telefono a schermo in giù e cerco di pensare razionalmente, ma il cuore ha già cominciato a pompare, e nel verso sbagliato. Dopo pochi secondi rispondo di istinto che ci sto. Lui torna gentile e mi dice che mi passerà a prendere in macchina verso le 20:00, aggiungendo di portare dei soldi.
Scendo puntuale sotto casa e lo vedo arrivare con la sua Golf nera. Alessandro è chiacchierone, ma ogni volta che provo a chiedere dettagli sulla serata si blocca. La prima tappa è un supermercato poco distante: accosta con le quattro frecce e mi ordina di prendere una cassa e due confezioni da sei di una birra nota. Conosco il negozio e trovo le birre al primo colpo, anche se – visto il prezzo – sono normalmente una marca fuori budget da studente.
Alla cassa un ragazzo giovane mi sorride: «Immagino partita con amici. Beato te, io lavoro fino a tardi». Annuisco, e un indizio si accende nella mia mente: partita di calcio? Chi gioca? Alessandro vuole davvero vedere la partita con me? Che senso ha tutto questo?
Risalgo in macchina perplesso. So di non poter fare domande, così cala un silenzio denso. È lui a romperlo: «Ora recuperiamo un mio amico. E mi raccomando, non farmi fare brutta figura». Annuisco, confuso.
Si ferma vicino a una fermata dell’autobus e un tipo più o meno della sua età sale in macchina salutando: alto circa un metro e ottanta, carnagione olivastra, capelli castano scuro tagliati corti, occhi nocciola. Indossa una felpa sportiva aderente e pantaloni da jogging neri, sneakers bianche. Fisico atletico, spalle larghe, muscoloso: il tipico maschio etero che si piazza bene vicino ad Alessandro. Tipici amici che avrei sempre voluto avere. Mi presento e lui risponde disinteressato: Daniele.
I due parlano tra loro senza darmi importanza, tra commenti sull’allenamento di tennis e idee su un regalo che Daniele vuole fare alla compagna.
La macchina riparte e arriviamo in una strada in salita, in precollina, tra villette singole. Parcheggiamo davanti a una di queste, ma invece della porta principale Alessandro e Daniele scelgono una porta laterale che conduce a un piccolo edificio separato: un garage con una stanza attigua. All’interno intravedo una macchina sportiva parcheggiata e un passeggino piegato vicino alla porta.
Li seguo nella stanza principale: divani scuri attorno a un tavolino centrale, un proiettore acceso e un calcio balilla. L’atmosfera è familiare, ma nessuno sembra badare a me.
Noto un terzo uomo nella stanza, biondo, capelli corti, vestito in modo casual da casa, con una semplice felpa e pantaloni morbidi, fede al dito. Non si presenta, ma con un gesto della mano mi indica un piccolo frigo laterale: «Metti le birre lì dentro».
Il proiettore proietta le immagini del prepartita, ultima giornata di campionato di una squadra locale. I tre scherzano tra di loro e fatico a cogliere il tema dei loro discorsi. Io resto in disparte e mi isolo.
Mi risveglio dai miei pensieri solo dopo una risata rumorosa. La partita sta per cominciare e vedo che Alessandro chiede qualcosa al padrone di casa. Questi annuisce, sparisce in un ripostiglio e torna con una scatola tra le mani. Allora Alessandro si avvicina e mi tira da parte.
«Lo so,» dice piano, «sei confuso, teso… ma fidati, sarà perfetto. Sarai bravissimo e mi farai fare un figurone».
Appoggia la scatola sul calcio balilla e la apre. Tira fuori per prima cosa una maglietta nuova piegata di una squadra di calcio avversaria, solo che al posto del numero o del nome del calciatore sfoggia dorata la sigla WC. «Ti piace? Fatta per te per stasera. Dai su, spogliati e rimani in mutande».
Poi tira fuori un oggetto nuovo, mai visto ma non difficile da capire. Una volta in mutande e indossata la mia nuova maglietta, mi fa mettere in ginocchio e mi fa indossare quella che appare come una specie di maschera. Sopra una banda scura per coprire gli occhi, sotto un tubo che mi entra allargando la bocca, collegato sul davanti a una specie di imbuto. Il tutto fissato con una cinghia dietro la nuca.
«Lo so che sei bravo, ma qui non possiamo fare casino, dobbiamo fare una cosa pulita». È premuroso: «Ti sta comoda? Riesci a respirare bene?». Il naso resta libero e mi sento a mio agio: annuisco. Compiaciuto, Alessandro mi sposta fino a portarmi su un lato del divano. Sotto le ginocchia stende un asciugamano. Probabilmente pensato per non sporcare, ma rende il contatto col pavimento più piacevole.
Sento rovesciare un liquido davanti a me che mi arriva pochi attimi dopo a gran portata in bocca. È birra, scorre bene nella gola. Ingoio senza problemi.
La partita comincia e i tre si stendono sul divano e aprono alcune birre, o almeno è quello che immagino sentendo solo i suoni. La prima parte scorre tranquilla, qualche commento sul gioco, ma per me, per più di mezz’ora, è solo un’attesa immobile. Poi sento il passaggio di qualcuno poco distante, penso che succeda qualcosa ma passa oltre. Cerco di percepire: intuisco il suono della guarnizione del frigo che si apre non lontano. Una birra viene stappata e lo sento tornare indietro. Rimango in sospeso perché non sono certo che sia passato oltre. Me lo immagino in piedi davanti a me, ma per vari lunghi secondi non sento movimenti e penso di essermi sbagliato, quando invece percepisco il rumore leggero di stoffa, di un elastico di slip. Poi gocce sconnesse e timide cadono sulla plastica dell’imbuto. Inizia con un rivolo lento che mi bagna la bocca secca, poi il getto si fa più potente. Il rumore precede il flusso e mi prepara al ritmo intenso. Il gusto è più dolce e leggero rispetto a quella dell’altra volta e nonostante l’inizio incerto è una pisciata abbondante e duratura, niente però che non riesca a gestire.
Le ultime gocce rintoccano sulla plastica più intense, segnale che sta scrollando il cazzo. Poi, chiunque fosse, lo rimette dentro e torna sul divano. Bere piscio sconosciuto mi ha già terribilmente eccitato, ma non so se mi stiano guardando e non oso toccarmi. Il mio uccello è però sicuramente eretto e mi accarezzo leggermente le cosce con movimenti che non attirino attenzione.
Pochi minuti prima della fine del primo tempo intuisco che il padrone di casa si sposta per aprire la porta: un quarto amico è appena arrivato. Lo chiamano Pier. Dal modo di parlare sembra estroverso e si sistema sul divano con gli altri per guardare gli ultimi minuti prima della pausa. Finito il primo tempo li sento alzarsi e quello che parla come Pier si avvicina al frigo per prendersi una birra.
Si avvicina poi a me e mentre parla mi sento toccare la maglietta e poi tirare probabilmente dal bordo dell’imbuto.
«Ale, ti sei superato, questo è geniale».
«Sì cazzo, ha risolto il problema che non c’è il bagno in questa stanza».
Sento la voce del padrone di casa davanti a me e poi un flusso di urina colpisce l’imbuto.
«Fantastico come scarica».
«Vieni, ci si sta in due».
Poco dopo un secondo getto distinto lo accompagna e, penso Pier, fa un verso di soddisfazione. Il piscio è diluito, dovuto all’alcol, ma la quantità di due vesciche piene mi mette alla prova. Sospetto che l’imbuto sia saturo perché devo continuare a deglutire anche dopo che i getti sono terminati.
Sento che diminuisce la gettata, per fortuna, ma qualcuno strattona di nuovo l’imbuto e un nuovo getto comincia. Il mio stomaco è dilatato e mi brucia la gola. Il getto si affievolisce, gli ultimi sorsi mi fanno quasi soffocare ma anche quello finisce. Questa volta è una zip di pantalone quella che sento davanti a me e mi viene colpito il cazzo con un piede.
Si allontanano tutti per qualche minuto e io rimango da solo fino alla fine della pausa. Tornano che la partita è già ricominciata, li sento recuperare le birre e rimettersi seduti.
In base a quello che sento la partita si fa più dinamica. Imprecano o incentivano questo e quel giocatore. Si alzano più volte a prendere nuove birre e mi arrivano, seppure più corte, altre tre pisciate nello stomaco, che ormai non ha più capacità. L’ultimo che viene si prende tempo, piscia con calma, lo sento distintamente scrollarsi l’uccello lentamente e me lo immagino lì a toccarselo mentre guarda il suo piscio scolare giù per il tubo nella mia gola. Lo sento che lo scrollare diventa troppo lungo e con la scarpa mi sfiora il cazzo.
«Ragazzi, ma avete notato quanto si eccita sto cesso a scolarsi il piscio?».
Mi sento tirare e portare altrove, dove le mie ginocchia non sono più protette dall’asciugamano. Mi sfilano le mutande e rimango con il cazzo scoperto. Delle scarpe e dei piedi mi esplorano il corpo. Mi tengono fermo dalla maschera e sento pressioni su più punti: sulle palle, sul cazzo e sull’ano.
Poi sento la voce di Alessandro che mi viene in difesa: «Hey hey, non si fanno ste cose col pisciatoio o non lo porto più. Deve ancora andare qualcuno a pisciare?».
«No no, ma Ale sei un guastafeste».
La partita è intanto finita e lui mi tira di nuovo in un angolo. Mi apre il cinghietto dietro la nuca e mi toglie la maschera. Ho gli occhi umidi e le labbra arrossate. Mi fa tirare in piedi e mi ridà i miei vestiti. Rimette la maschera nella scatola insieme alla maglietta.
Mi porge la scatola e mi dice: «Andiamo».
Saluta tutti e mi riporta in macchina.
Al terzo semaforo rosso che dura più a lungo si gira verso di me e mi osserva. Mi vede tremante, eccitato, scosso.
Dopo poco accosta in un controviale buio. Il traffico alle nostre spalle è ancora intenso, pieno di gente che, come noi, rientrava dalla partita.
«Perché ci fermiamo?» gli chiedo, guardandomi intorno.
Lui spegne il motore e accenna un sorriso. «Perché ti sei meritato un premio prima di rientrare. Ma dobbiamo fare in fretta».
C’è un attimo di silenzio, poi si tira giù la cerniera dei pantaloni e libera il cazzo dal lato dello slip.
«Fai l’università ma non sei sempre molto sveglio. Ciucciamelo un po’ e sborra. Ma non tirarlo fuori o mi sporchi la macchina. Schizzati nelle mutande».
Mi prende per l’orecchio e mi porta giù verso il suo uccello. Butto subito le labbra sulla cappella che sa ancora un po’ di urina e giornata pesante. Mi stringo il cazzo da sopra i pantaloni, così forte da farmi quasi male. Mi faccio scivolare il suo cazzo in bocca mentre struscio il mio inguine sul palmo della mano. Il suo uccello mi diventa duro in bocca e lui mi blocca la testa. Accenna dei movimenti verso la gola.
È grosso come il dildo, ne riconosco le misure, mi sento soffocare.
«Bravo, si vede che hai fatto pratica. Adesso però non posso concludere, la mia tipa mi aspetta a casa con la figa aperta».
Mi lascia la presa e mi sfilo il cazzo dalla gola, tornando poi ad annusarlo e baciarlo, scivoloso di saliva. Aumento i movimenti della mano sul mio cazzo, teso e intrappolato nelle mutande, fino a schizzare, tante volte, come non venissi da settimane.
Lui fatica a rimetterselo dentro, mentre io mi rimetto seduto, rosso in faccia.
«Con la tua ventosa di bocca me lo hai fatto venire di marmo, cazzo».
Poi, senza dire altro, rimette in moto e riparte.
Osservo sul mio pacco l’estendersi a vista d’occhio di una macchia scura e bagnata. Il mio sperma sta passando attraverso il tessuto. Arriviamo vicini a casa mia, ci salutiamo con un cenno della testa e scendo tenendo la scatola davanti.
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