Gay & Bisex
2. Alessandro - Il risveglio
24.12.2025 |
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"Sposto la sostanza gelatinosa in mostra sulla punta e scatto una foto che gli inoltro..."
Mi sveglio di soprassalto, che la stanza è già illuminata da una luce fastidiosa. Allungo il braccio verso il telefono, ma questo è spento. Mi tiro su dal letto di colpo, ancora intontito, e mi ricordo di avere un orologio al polso: 9:15. Le prime due ore di lezioni sono andate. Addosso ho solo le mutande, i vestiti della sera prima, sporchi di fango e chissà cos’altro sono abbandonati sul pavimento ma non sono più indossabili.In appartamento non sembra esserci nessuno e attraverso il soggiorno così come sono per farmi una doccia rapida.
L’acqua fresca mi risveglia ed esco di casa in tempi record. Il tram arriva quasi subito; salgo e mi lascio cadere su un sedile. A quel punto ho il primo flashback dell’incontro con Ale. Lui che mi spinge in ginocchio nel fango del lungo fiume nella semi oscurità. Il ragazzo di fronte e uno in piedi hanno entrambi un bel bozzo in prima vista. Non riesco a non fissarli e a fantasticare. Metto le cuffie e faccio partire la musica, scegliendo una canzone che conosco a memoria. Alzo il volume, cercando di soffocare i pensieri che premono, di creare uno spazio vuoto in cui non trovare indizi per collegare i miei pensieri a ieri sera.
A un tratto qualcuno mi tocca leggermente la spalla. Tolgo una cuffia: è un ragazzo che va a lezione con me. Pensava che stessi dormendo e mi fa cenno che è la nostra fermata. Fortuna o sarebbe stata un’altra ora persa.
Arrivo in aula per le dieci, preciso. Mi siedo in un posto in disparte nelle retrofile e recupero il quaderno degli appunti. La mente torna continuamente però alla notte precedente. Al suo pacco premuto sul viso, alle sue dita grosse che mi spinge in gola e che mi costringe a succhiare.
La mia mano sinistra scende involontariamente sul mio cazzo che diventato duro necessita una sistemata. Entro nello slip e lo sposto verso sinistra passano le dita sull’asta rigida fino alla cappella già umida.
Dopo un po’ non resisto più. Mi alzo e vado in bagno. Davanti allo specchio, mentre mi sciacquo il viso, i flashback diventano più insistenti. Chiudo gli occhi e non sono più lì, ora è buio ed umido. Sono in ginocchio, sento la pelle delle gambe inumidirsi. Apro gli occhi e sono in ginocchio ma non è buio ma giorno, nel bagno dell’università. Sto succhiando le dita della mia mano destra come fossero le sue e con la sinistra mi meno l’uccello, dritto e rigido. Prendo il telefono e apro la chat di ieri sera con lui. Lui è offline dal nostro incontro ma rileggere i punti più salienti mi bastano per farmi aumentare lo stimolo e schizzo sulle piastrelle del muro del bagno davanti.
Abbasso gli occhi sulla chat per chiuderla quando lo vedo improvvisamente online.
Un “ciao che fai” che arriva nel momento sbagliato e io che subito confesso di aver appena schizzato sul muro del bagno pensando a lui.
Di risposta la richiesta di una foto e poi un ordine. Devo leccarla. Nonostante sia venuto da pochissimo mi prendo il cazzo ancora duro in mano e appoggio le labbra su uno degli schizzi più grossi, con quello inferiori lo risucchio sulla lingua. Sposto la sostanza gelatinosa in mostra sulla punta e scatto una foto che gli inoltro.
- Ingoia -
Gli mandi un breve video di io che lo faccio senza che mi fosse stato richiesto.
Mi risponde semplicemente con una posizione sulla mappa e l’ora: 13:30. Poi si mette offline.
Il posto è una fermata del bus in periferia nord vicino ad una nota fabbrica. Calcolo che per arrivare in tempo devo partire a metà della lezione di mezzogiorno decidendo di prendermi un pò di anticipo per non arrivare in ritardo. Il bus purtroppo non passa e vedo con la poca batteria sul telefono, avendolo caricato solo pochi minuti mentre ero in doccia, che prendevo una coincidenza arrivo giusto comunque. Resto in piedi nel fronte del bus come potessi guidarlo io e accelerarlo. Il telefono nel frattempo continuando a guardarlo si spegne e arrivo alla fermata di ritrovo alle 13:35.
Mi guardo intorno nervoso e non lo vedo. Alla fermata c’è parecchia gente ma non lui e comincio a camminare avanti e indietro guardando ogni tanto il telefono spento.
Si fanno le 13:50 e mi dispero per il mio ritardo di cinque minuti. Non avendo il telefono non posso nemmeno scusarmi e tempo di tornare in appartamento sarebbe tardissimo. Mi siedo sulla panchina della fermata e lascio passare un altro bus speranzoso che il tentativo non sia fallito così. Numerosi lavoratori salgono sul bus e appena riparte un tipo si è seduto vicino a me. Ha dei chino blu ma le sneakers mi tornano familiari. È lui.
Mi sfiora il ginocchio e con un cenno del capo mi dice di seguirlo, che ha delle cose per me. Il tono è tranquillo, sicuro, noto che ha uno zaino sulle spalle. Mi alzo senza fare domande.
Cammina qualche passo avanti e io lo osservo da dietro. Noto meglio alcuni dettagli, è castano, con i capelli corti ma non troppo, leggermente spettinati. La nuca è pulita, forte.
Le spalle sono larghe sotto la giacca leggera, lo zaino vi si appoggia come se facesse parte di lui. C’è qualcosa di profondamente maschile nel modo in cui avanza. Quando si gira un attimo per controllare che io lo stia seguendo, incrocio di nuovo i suoi occhi chiari e guardo il suo pomo d’Adamo, che avevo già notato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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