Gay & Bisex
7. L’erezione di Luca
18.01.2026 |
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"Il primo colpisce la maglietta, proprio sotto lo sterno, una striscia bianca e bagnata che si allarga sul tessuto..."
Torno a casa con le gambe che tremano ancora un po’, l’ano che mi ricorda ogni passo quello che è appena successo sotto la doccia. Ho la bocca ancora piena del sapore di Ale e di Pier, il preservativo gonfio che tengo stretto tra lingua e palato. Salgo le scale piano, apro la porta e vengo investito da un muro di voci, risate, odore di aglio soffritto e birra appena stappata.Il salotto è pieno. Luca è stravaccato sul divano, maglietta larga, pantaloncini da casa, una bottiglia di birra in mano. Intorno a lui ci sono altri quattro o cinque, tutti già un po’ brilli, piatti di pasta al pomodoro sparsi sul tavolino basso, posate di plastica, pacchetti di patatine aperti. Musica bassa, tutti ridono e si raccontano cazzate.
Luca mi vede per primo.
«Eccolo il mio coinquilino più misterioso, dove sei stato?»
Io tiro dritto verso la mia stanza.
Lui mi richiama.
«Aspè, vieni qua un secondo. Non ti unisci a noi?»
Mi fermo. Li guardo: alcuni son ben noti altre facce conosciute di sfuggita, compagni di calcetto di Luca, un paio di amici del paese che ogni tanto spuntano. Tutti maschi, tutti un po’ sudati che mi salutano con cenno o alzando una bottiglia in un brindisi muto.
Luca mi fissa meglio, strizza gli occhi.
«Ma che cazzo hai in faccia? Sembri… non so, ti hanno picchiato?»
Entro in camera e mi appoggio alla porta appena chiusa per un secondo, respiro profondamente.
Poi mi avvicino al cestino vicino alla scrivania, quello piccolo di metallo che uso per le carte e i fazzoletti. Mi chino un po’, apro la bocca lentamente e lo lascio cadere dentro. Plop. Atterra tra un paio di fazzoletti appallottolati e una confezione vuota di chewing-gum. Lo guardo lì, srotolato, il serbatoio ancora teso e biancastro, con qualche pelo attaccato e il liquido che si muove piano quando il cestino oscilla.
Per un attimo resto fermo a fissarlo. È strano: mi sembra quasi un trofeo, ma allo stesso tempo qualcosa di sporco, che non dovrei tenere in giro. Eppure non lo copro, non lo schiaccio sotto altri rifiuti. Lo lascio lì, visibile, come se volessi ricordarmelo ogni volta che apro il cestino nei prossimi giorni.
Mi sciacquo la bocca con una bottiglietta d’acqua rimasta vicino al letto e decido di tornare di la dagli altri per distrarmi.
Non ho fame. Ho lo stomaco ancora pieno di piscio e sborra, ma non posso dirlo. Mi siedo sul bracciolo del divano, prendo una forchettata di pasta fredda che mi passa uno dei ragazzi. Mangio meccanicamente, più per non dare nell’occhio che per altro. Mentre loro parlano di partite, di una tipa che ha lasciato uno di loro, di quanto costa il treno per Genova, io penso solo a una cosa: Alessandro e Pier.
Mi arriva un messaggio. Mi ha mandato la foto, fatta mentre ero in macchina con lui poco prima, quella con la bocca piena, aggiungendo un messaggio:
“Bravo cazzo. I 19 di Pier al primo colpo, senza piangere, senza tirarti indietro. Hai preso tutto come un professionista. Sono fiero di te, davvero. Hai il potenziale per diventare il migliore che abbia mai avuto.” Nascondo il telefono velocemente.
Quelle parole mi girano in testa come un disco rotto. “Fiero di te”. “Il migliore che abbia mai avuto”. Mi sento strano. Umiliato ed esaltato allo stesso tempo. Vorrei rispondergli ora, ma non so cosa e non con tutta questa gente intorno.
Luca passa vicino a me mi dà una pacca sulla spalla, forse un po’ troppo decisa..
«Oh, ma ci sei o no? Sembri in un altro pianeta.»
Sorrido a denti stretti.
«Sto qua, tranquillo.»
Uno dei suoi amici, un tipo grosso con la barba incolta, mi guarda e ride.
«Ma guarda che faccia che c’ha oggi. Ma che hai fatto stamattina? Tu ci nascondi qualcosa»
Ridono tutti. Io rido con loro, ma dentro sento il cuore che batte forte. Non sanno niente. Non sanno che poche ore fa mi hanno sverginato il culo in una cabina doccia, che ho ingoiato litri di piscio e sborra, che il mio ano sta ancora imparando a chiudersi dopo 19 centimetri di uccello sconosciuto.
Io sorrido quando serve, annuisco, ma dentro sono altrove. Il corpo mi fa male in posti che non sapevo potessero fare male: l’ano ancora gonfio e sensibile, la gola irritata, le ginocchia rosse per il tempo passato sulle chinato sulle piastrelle. E lo spirito… lo spirito è stanco. Non è rimorso, non è paura. È solo una stanchezza intensa, come se avessi corso troppo veloce e troppo a lungo senza mai fermarmi a respirare.
Non rispondo ad Alessandro. Non oggi e non domani, forse non per un paio di giorni.
Il mio corpo ha bisogno di riposare e la mia testa ha bisogno di silenzio … o di altro.
Accetto le birre che mi vengono messe in mano e mi rilasso pure io.
L’appartamento verso sera si svuota con il programma di rivedersi in giro sul tardi e il salotto rimane mezzo vuoto, bottiglie sparse, luce arancione che muore piano.
Restiamo solo io e Luca, io per terra contro il divano, lui stravaccato sopra con gli occhi socchiusi.
Parla per primo, voce bassa e un po’ impastata.
«Oggi eri strano. Tipo… assente. È successo qualcosa con la tua ragazza? Vi siete lasciati?»
Lo guardo un secondo, poi abbasso gli occhi sulla bottiglia vuota che tengo in mano.
«No no. Stabile con lei.»
Silenzio breve. Lui annuisce lento, come se stesse mettendo insieme pezzi.
«Ah. Ok.»
Pausa. Poi, con un mezzo sorriso stanco:
«Beh… io sì. Io e Sara abbiamo chiuso due settimane fa. Non te l’ho detto perché… boh, sembrava una stronzata da poco, ma mi ha lasciato un po’ a pezzi.»
Mi guarda, aspetta una reazione. Io annuisco piano.
«Mi dispiace»
Lui scrolla le spalle, ma si vede che pesa.
«Capita. Però… se anche tu stai passando un momento di merda, dimmelo. Non devi fare il duro da solo.»
Ricade il silenzio.
Luca sospira, si passa una mano sulla nuca, guarda il soffitto come se lì ci fosse scritto qualcosa di utile.
«Sai che è la parte più stronza? Non è tanto che mi manca lei… è che sono settimane che non scopo. E non ho proprio voglia di uscire a rimorchiare, a fare il solito teatrino, le chat, i “vediamoci per un caffè”. Mi sembra tutto faticoso da morire.»
Fa una risata breve, amara, poi mi guarda di sbieco.
«Tu invece? Da quanto non… boh, non fai qualcosa? Lei non la vedi spesso»
Io esito un secondo, poi scrollo le spalle, tenendo la voce bassa. Le birre e la stanchezza mi fanno parlare troppo.
«Non da molto, ma è una cosa complicata.»
Lui annuisce piano, senza insistere, come se avesse capito che non è il momento di scavare.
Luca sospira, si lascia scivolare più in basso sul divano. La mano destra scende piano, quasi distratta, e si appoggia sul davanti dei pantaloncini. Comincia a massaggiarsi il cazzo con movimenti lenti, leggeri, come per grattarselo o se stesse solo controllando che sia ancora lì.
Lo noto subito. È evidente, anche nella penombra.
Lui alza gli occhi su di me, voce bassa e impastata dall’alcol.
«Tre settimane che non scopo… sto impazzendo. Mi sego pure due volte al giorno.»
Pausa. La mano continua quel movimento pigro.
«E tu? Lo fai spesso?»
Io lo guardo un secondo, poi abbasso gli occhi sulla mia bottiglia vuota.
«Abbastanza» dico piano, imbarazzato
Luca sospira piano, il corpo che si affloscia ancora di più sul divano.
La mano destra scivola lenta verso il basso, si posa sul davanti dei pantaloncini grigi, dita che premono appena.
Si vede l’ombra dell’erezione. Il respiro gli diventa un filo più profondo, il petto che si alza e abbassa con calma.
Io mi alzo un attimo non sapendo come gestire la situazione surreale. Raccolgo un po’ di bottiglie vuote e le porto in cucina.
Torno sul divano, ma stavolta non mi siedo più per terra.
Mi siedo sul divano accanto a lui, a livello della sua spalla. Luca è stravaccato, testa reclinata di lato verso lo schienale, occhi semichiusi.
La mano destra è ancora lì, appoggiata sul rigonfiamento dei pantaloncini grigi, dita immobili adesso, ma il cotone tradisce tutto: è teso, gonfio, evidente.
Respira piano, profondo, il petto che si alza e abbassa con un ritmo un po’ irregolare. Lui sente sicuramente che sono vicino a lui ma continua come non fosse niente o come fosse assolutamente normale.
Io sto zitto.
Non mi muovo.
Guardo dritto davanti a me.
Dentro la mia testa mille pensieri che si accavallano, veloci e disordinati.
Non so cosa significhi. Forse è solo l’alcol che gli ha tolto i freni, forse è la solitudine delle ultime settimane che però arriva in un momento particolare per me, forse è solo un momento che domani non ricorderà neanche.
Ancora silenzio, la sua mano si muove di nuovo, lentissima ad afferrarsi l’uccello nascosto dal sottile strato di tessuto.
Vorrei dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma le parole mi si bloccano in gola.
Vorrei spostarmi, ma non riesco a muovere un muscolo.
Luca sospira piano, un suono lungo e stanco, poi toglie la mano dal davanti dei pantaloncini come se si fosse appena accorto di quello che stava facendo.
Non dice niente.
Si tira su lentamente, il corpo pesante per le birre. Si passa una mano sulla faccia, si sfrega gli occhi, poi senza guardarti direttamente si sposta.
Si lascia cadere di nuovo sul divano, ma stavolta non stravaccato in mezzo. Si sistema proprio affianco a te.
Vicino. Troppo vicino, forse, per essere casuale.
Il divano è vecchio, sfondato da anni, e quando si siede il cuscino centrale cede sotto il suo peso, facendoci scivolare entrambi verso il centro. Le nostre spalle si toccano. Non è un contatto deciso, ma è lì, costante. Il calore del suo braccio contro il mio, la stoffa della maglietta che sfiora la mia, il profumo di birra, sudore e sigarette.
Le gambe si sfiorano appena all’altezza delle cosce. Lui ha le ginocchia larghe, come al solito, e il ginocchio destro preme leggermente contro la mia gamba. Non si sposta e tiene gli occhi fissi davanti a sé.
La mia testa è ancora piena di Alessandro e Pier, dei loro metodi bruschi.
E ora qui la strana situazione con Luca.
Il braccio destro di Luca si appoggia mollemente sullo schienale dietro di me. Non mi cinge le spalle, non fa nulla di esplicito. Solo il gomito piegato, la mano che penzola dietro la tua nuca, le dita che sfiorano appena i miei capelli, quando lui si muove impercettibilmente.
Non è una carezza, ma comunque percepibile come un’insolita intimità.
Io non mi muovo e nemmeno lui.
Il mio sguardo, inevitabilmente, scivola in basso.
Non lo voglio fare apposta, solo che in quella posizione, incastrati uno contro l’altro, con le gambe aperte nello spazio ristretto del cuscino centrale, i miei occhi finiscono lì, tra le sue gambe.
Il rigonfiamento nei pantaloncini estivi è evidente, pesante, teso. Il cotone sottile non nasconde più niente: la forma dell’uccello eretto si disegna netta, la cappella che preme contro la stoffa, gonfio, duro, e ogni piccolo movimento del suo respiro lo fa pulsare appena.
Non c’è modo di fingere di non vederlo. Io non dico una parola.
Il mio silenzio è pesante. Non è imbarazzo, non è rifiuto. È solo che non so cosa dire, e forse non c’è niente da dire. La cosa è lì, sotto i miei occhi, impossibile da ignorare, e il fatto che io non mi sposti, che non mi alzi, che non faccia una battuta per smontare tutto… è già una risposta.
Luca lo sa. Non si muove neanche lui.
La mano che teneva sullo schienale resta lì, immobile. L’altra è posata sulla sua coscia, dita aperte, a pochi centimetri dal bordo dei pantaloncini. Potrebbe scendere. Potrebbe afferrarsi. Potrebbe sfiorarmi la gamba.
Ma non lo fa. Siamo bloccati tutti e due.
Io sento il mio corpo ancora dolorante, l’ano che tira a ogni piccolo spostamento, la gola che brucia, la stanchezza che mi pesa sulle ossa. Eppure c’è qualcosa che mi tiene inchiodato lì: una curiosità muta, un’attrazione inconfessabile, il bisogno di vedere cosa succede quando nessuno dei due ha il coraggio di fare il primo passo vero.
Non è un gesto deciso. È solo… pressione. Presenza.
Io non mi sposto e lui non si sposta.
Sembra che entrambi stiamo ad aspettare chi dei due ceda per primo.
Luca fa un respiro profondo ed è la sua mano sinistra che si muove per prima.
Le dita si posano di nuovo sopra i pantaloncini, lente, seguendo la forma dura che spinge contro il cotone.
Poi, dopo un tempo che sembra infinito, le dita scivolano sotto l’elastico. Non lo tira giù di colpo.
Prima abbassa piano i pantaloncini, solo di qualche centimetro.
La vita scende quel tanto che basta a far comparire la mutanda scura sotto, tesa, deformata.
L’erezione preme fortissimo contro il tessuto più sottile, la forma netta, la cappella gonfia che spinge in avanti, delineandosi perfettamente. E già si vede la macchia umida in cima, scura.
Non mi guarda.
Tiene gli occhi semichiusi, fissi da qualche parte davanti a sé. Deglutisco forte, la gola secca.
Il cuore mi martella nelle orecchie, nel petto, ovunque.
Lui lascia la mano sotto l’elastico, immobile per un attimo, come se stesse decidendo.
Poi, lentissimo, tira giù anche la mutanda, quel tanto che serve.
L’uccello esce fuori, eretto, pesante, la cappella lucida, una goccia trasparente che scivola piano lungo la fessura.
Resta lì, esposto, pulsante, cosi vicina.
Non lo afferra. Lo lascia semplicemente respirare all’aria, io ancora non mi muovo. La mia mano resta ferma.
Mi chiedo perché. Perché con Alessandro e Pier, e con gli altri, ho lasciato che mi aprissero, che mi riempissero, che mi usassero la bocca e il culo come volevano, senza quasi fiatare. Ho ingoiato tutto, ho preso 19 centimetri senza tirarmi indietro, ho lasciato che mi pisciassero in gola.
E invece ora, con Luca, il mio coinquilino simpatico, con l’uccello duro e nudo a pochi centimetri dalla mia mano, che mi sta chiedendo forse solo un aiuto in un momento di solitudine… mi blocco.
Un po’ è paura di rovinare tutto, un po’ di essere scoperto. Con Luca è diverso, la situazione è diversa.
In questo modo sono io che devo fare la prossima mossa, attivamente e se lo tocco ora, se vado oltre, non è più un gioco nascosto. È reale.
E se poi cambia tutto? Se domani mattina ci guardiamo e non sappiamo più cosa dirci? Se diventa imbarazzo, silenzio, distanza? Se lo racconta in giro?
Deglutisco di nuovo, forte. Luca non si muove. Non insiste. Respira piano, profondo.
Il suo cazzo pulsa una volta, due, un fremito che parte dalla base e sale fino alla cappella, facendola gonfiare ancora di più. Una nuova goccia trasparente si forma in cima, scivola piano lungo la fessura e cola giù sui peli della pancia.
Luca fa un verso basso, strozzato, tipo un “mmh” che gli esce dal fondo della gola. Poi si irrigidisce tutto.
Le mani si appoggiano sui cuscini del divano, come per darsi la spinta.
Sussurra, voce rauca e incerta:
«…forse è meglio che vado, no?»
Fa per tirarsi su, il corpo che si solleva piano, i muscoli delle cosce che si tendono.
Io non penso. La mano sinistra gli si pianta sul petto, aperta, dita spalancate contro la maglietta morbida.
Lo rispingo giù, deciso ma non brusco.
Il suo peso ricade indietro sul divano con un piccolo tonfo soffocato.
Silenzio. Ora tocca a me.
Sposto la mano dal petto, lenta, e la lascio scendere.
Le dita sfiorano prima la stoffa della maglietta, poi la pelle nuda e tesa della pancia, dei suoi addominali ricoperti di peluria scura. Poi arrivano lì. Lo prendono.
Prima le dita sfiorano il bastone, leggere. È caldo, durissimo, non enorme come quello di Ale ma un bell’uccello proporzionato.
Luca sussulta forte, un ansito gli esce di colpo dal naso, contento, sorpreso.
La testa gli cade indietro sullo schienale, gli occhi chiusi, la bocca socchiusa.
Comincio a muovermi lentamente. Prima solo su e giù, con la mano che lo avvolge, dal basso fino alla cappella.
Il pollice passa piano sulla punta a ogni salita, raccoglie la goccia che continua a uscire e la spalma lungo l’asta, rendendola lucida, scivolosa. Stringo un po’ di più, ma non forte. Ogni discesa fa tendere la pelle, ogni risalita fa uscire un piccolo suono umido, della pella che scorre.
Luca respira sempre più affannoso.
Il petto si alza e scende veloce, i fianchi si muovono appena, piccoli scatti involontari che spingono il cazzo nella mia mano.
Accelero piano. La mano scivola più fluida ora e il pollice che gira intorno alla cappella gonfia.
Lui geme piano. «Cazzo…» sussurra tra sé.
Sento i muscoli delle sue cosce contrarsi sotto di me.
Il suo cazzo si tende al massimo, la cappella si allarga ancora, diventa viola scuro. Poi viene.
Prima un fremito forte che gli attraversa tutto il corpo, poi schizzi caldi e densi che partono dal basso.
Il primo colpisce la maglietta, proprio sotto lo sterno, una striscia bianca e bagnata che si allarga sul tessuto.
Il secondo sulla pancia nuda, caldo, appiccicoso.
Il terzo e il quarto finiscono sulla mia mano, colano tra le dita, mi sporcano il palmo e il polso.
Continua a pulsare nella mia stretta, svuotandosi piano, ogni schizzo più debole del precedente, finché resta solo un ultimo gocciolio che mi cola sul dorso della mano.
Luca resta lì, ansimante, occhi chiusi, bocca aperta.
Poi ride piano, una risata stanca, incredula, quasi imbarazzata.
«Che casino…» mormora, scuotendo la testa.
Apre gli occhi, mi guarda per la prima volta da un po’.
Allunga la mano verso di me, piano, verso la patta dei miei jeans dove il rigonfiamento è evidente, doloroso.
Le dita sfiorano appena la zip. Io mi tiro indietro di scatto, non brusco, ma deciso.
«No… aspetta.»
La voce mi esce più bassa di quanto vorrei.
«Sono… stanco. È stata una giornata lunga.»
Non è una bugia vera, ma non è tutta la verità.
Lui annuisce piano, ritira la mano senza insistere: «Ok. Tranquillo.»
Con un po' di imbarazzo si alza e va in bagno a pulirsi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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