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Gay & Bisex

Il “duro” prezzo del successo


di Membro VIP di Annunci69.it ToroRm2020
09.10.2025    |    7.029    |    10 9.7
"«Assolutamente no» risposi secco senza perdere il ritmo della sega, aggiungendo l’avverbio nel tentativo di rendere la frase lapidaria invece che patetica..."
Il lavoro nel privato è una giungla, una continua lotta per la sopravvivenza, a meno che non ci si rassegni a un’esistenza grigia e quasi priva di soddisfazioni professionali, trasformandosi in un elemento d’arredo dell’ufficio fino alla pensione.
Per fare carriera occorre giocare duro, colpire senza pietà sotto la cintura ed essere disposti scendere a compromessi di ogni tipo.
Quando quella mattina il mio boss mi convocò nel suo ufficio la temperatura del mio sangue scese a meno 273º in due secondi netti. Essere chiamati dal capo era una brutta notizia nel 99,999% dei casi, che poteva concludersi tranquillamente con una scatola in cui mettere le proprie cose dopo aver sgombrato la scrivania, com’era successo al suo braccio destro solo due giorni prima. Alemanni era un leccaculo di categoria olimpica, disposto a vendersi la madre per una promozione, ma si diceva in giro che avesse fatto una cazzata clamorosa, anche se sulla natura dell’errore non c’erano certezze. Si rincorrevano le ipotesi più disparate, una meno plausibile dell’altra.
«Lei è con noi da oltre tre anni» esordì il capo. Aveva una voce da basso profondo che ricordava il suono di un oboe.
“Tre anni, quattro mesi e 12 giorni” pensai, limitandomi però ad annuire.
«L’ho osservata, ho visto come si muove, sia nel lavoro che fuori» osservò, facendo scendere la mia temperatura interna di un ulteriore decimo di grado. Le uniche occasioni in cui l’avevo frequentato fuori dal lavoro erano state le tre feste aziendali cui avevo partecipato insieme a mia moglie Barbara. Cercai di ricordare se avessi fatto cose imbarazzanti o fuori luogo, ma non mi venne in mente nulla.
«Lei ovviamente sa che Alemanni non è più con noi» riprese, con un’espressione di lieve disappunto che sperai fosse riferita al pensiero dell’ex collega e non a me.
«Sì, lo so, mi dispiace che sia andato via» mentii. Lo odiavo senza riserve, soprattutto quando ostentava senza ritegno i benefit legati alla sua posizione.
«Non serve mentire con me, Rivelli» mi bloccò lui con un gesto della mano. «Uno, perché me ne accorgo sempre; due, perché so perfettamente cosa tutti pensavano di lui.»
«No, davvero, io…» borbottai, ma un ulteriore cenno del boss mi chiuse la bocca come se l’avesse serrata fisicamente.
«Non siamo qui per parlare di lui, ma di lei.» Fece una pausa e mi osservò attentamente. Sentivo i suoi occhi penetrarmi, e il fatto che avessi pensato proprio a quel termine mi provocò un brivido lungo la schiena.
Temperatura interna: -273,13º.
«Gliela faccio breve: mi serve un nuovo braccio destro» disse con calma olimpica, come se stesse parlando del tempo e non di una rivoluzione copernicana che avrebbe rovesciato come un guanto la mia vita.
«Accetto» dissi talmente in fretta da rendere la parola appena intellegibile.
«Al tempo» rispose, serissimo. «Immagino lei stia pensando all’auto aziendale, ai benefit e all’aumento consistente dello stipendio…»
«Io…» balbettai, mentre contemplavo già la mia nuova BMW X6 nera parcheggiata nel posto riservato vicino all’ingresso.
«Ma questa posizione prevede anche oneri pesanti, lealtà assoluta, impegno costante e totale disponibilità da parte sua, sia in termini di tempo che di altro.»
Di altro? Pensai. Qualsiasi cosa, farò qualsiasi cosa sia necessaria.
«Ne sono consapevole» ribattei, convinto.
«Davvero?»
«Assolutamente sì.»
«Quello che diremo ora rimane qui dentro, per quanto strano possa sembrarle. Se non se la sente, torni pure di là alla sua scrivania.»
«Me la sento» confermai.
«Bene, andiamo avanti, allora. Io sono destrimane» affermò. Annuii, leggermente confuso. «E lei si candida a diventare il mio braccio destro.»
Annuii di nuovo. Non capivo dove volesse andare a parare.
«Ora lei mi tirerà fuori il pene e, come mio braccio destro, mi masturberà» aggiunse, in tono assolutamente serio.
La mia temperatura interna, con uno scatto perfettamente avvertibile, arrivò a -273,15º gradi.
Gocce di sudore ghiacciato cominciarono a scorrermi lungo la schiena.
«Dice sul serio?» chiesi con voce strozzata.
«Sì.» Nessun avverbio come “assolutamente” a rafforzare l’affermazione. Al potere vero non servivano tante parole. «Venga. Metta su questa cappa da barbiere, non vorrei che sporcasse il completo.»
Per un attimo pensai di ringraziare e tornare al mio grigiore quotidiano, poi il riflesso del sole sulla carrozzeria della mia futura BMW mi accecò e mi alzai per fare quello che chiedeva.
Girò la poltrona di 90º gradi per consentirmi di arrivare agevolmente alla patta del suo vestito di alta sartoria. I bottoni di madreperla si aprirono senza sforzo, come un meccanismo perfettamente oliato, fino a esporre i boxer di seta nera che indossava sotto. Alzò il sedere dalla sedia per permettermi di tirarglieli giù e liberare il cazzo.
Era di dimensioni leggermente superiori alla media, anche se non ero un grande esperto in materia, e ancora a riposo.
«Le piace il mio pene, Rivelli?» mi chiese.
«Non sono abituato a questo tipo di cose» risposi sinceramente.
«Risposta intelligente» approvò. «Se avesse detto sì avrei capito che stava mentendo e la cosa mi avrebbe irritato. Lei lo sta facendo perché io gliel’ho ordinato. Ha più a che fare con il potere che io ho su di lei che con il sesso, e imparerà ad apprezzare questo aspetto della cosa quando ne avrà a sua volta. Però sarà sempre il mio potere che lei userà, per interposta persona, lo tenga bene a mente. E ora si dia da fare.»
Glielo presi in mano e cominciai a segarlo. I movimenti mi vennero subito naturali, dopotutto me ne ero fatte tante nella vita.
A poco a poco lo sentii diventare duro e mi accorsi che stava guadagnando molto in dimensioni. Dopo tre minuti tenevo nel pugno almeno venti centimetri di cazzo.
«Le piace?» chiesi con una piaggeria che trovai umiliante ma che lui parve apprezzare.
«È bravo a masturbare» mormorò, tenendo gli occhi chiusi. «L’aveva mai fatto a un altro uomo?» aggiunse dopo un attimo.
«Assolutamente no» risposi secco senza perdere il ritmo della sega, aggiungendo l’avverbio nel tentativo di rendere la frase lapidaria invece che patetica.
«Mi piace l’idea di essere io il primo.»
La verità era che mi ero inchinato al suo potere per averne un po’ per me: mi stavo vendendo come una troia.
Andai su e giù per parecchi minuti, mantenendo un ritmo costante e facendo scivolare la mani dolcemente lungo l’asta mentre lui emetteva dei mugolii soddisfatti.
«Ci sono quasi» mi avvertì. «Si avvicini. Voglio eiacularle in faccia.»
Mi accostai a quella cappella turgida e liscia, avvertendo l’odore del sesso nelle narici mentre lo scappellavo a ogni movimento. Stavo respirando l’odore del cazzo di un altro uomo, il quale tra poco mi avrebbe coperto la faccia di sperma in cambio di soldi e potere.
“Ci sono quasi» disse in un soffio. Trattenni il respiro. «Siiii, ti sborro in faccia, puttanella…»
La maschera di formalità che aveva indossato fino a quel momento cadde mentre mi schizzava in faccia tutto il suo piacere.
Ero la sua puttana.
Dopo l’ultimo schizzo rallentai il ritmo fino a fermarmi del tutto.
Restammo in silenzio per un minuto buono, il boss a gambe aperte sulla poltrona executive in pelle nera, io in ginocchio davanti al suo cazzo che stava tornando molle, mentre la sborra gocciolava dal mento alla cappa di plastica che indossavo. Sapevo istintivamente che doveva essere lui a interrompere quel momento.
«Per stavolta pulisca il pene con i fazzoletti umidificati che trova sulla scrivania, stando attendo a non macchiare tutto di sperma» mi ordinò quando riaprì gli occhi, di nuovo duri come quarzo. La puttanella in cui mi ero trasformato obbedì senza esitazioni. Prima il cazzo del capo, poi la mia faccia. Mi chiesi cosa avesse inteso dire con “per stavolta”, ma scacciai il pensiero.
«È stato bravo e ubbidiente. Una combinazione che spero sia in grado di conservare nel tempo. Intanto, congratulazioni. Vada nel mio bagno privato e si dia una sistemata. Sta colando sperma sul pavimento.»
Quando uscii dal bagno mi costrinsi a pensare alla BMW aziendale e non a quanto era appena successo. Nell’aria ultrafiltrata dell’ufficio aleggiava ancora l’odore di sborra del capo, o forse ero io che ne avevo le narici sature, nonostante mi fossi lavato almeno dieci volte.
«Per oggi può bastare» mi avvertì. «La nomina sarà ufficiale dalla prossima settimana. Le farò avere un memorandum con le sue nuove linee di attività. Quelle pubbliche.»
Feci un cenno affermativo con la testa. Non mi fidavo della mia voce.
«Ci vediamo domani» mi congedò. «E mi raccomando, non manchi di salutarmi la sua bella moglie.»
Sembrava una frase innocua, ma mi colpì come una mazzata per due motivi. Il primo era legato a quello che avevo appena fatto. Tenere tutto segreto alla lunga mi avrebbe distrutto, mi conoscevo. Barbara mi aveva sempre spinto a competere con ogni mezzo per migliorare la nostra posizione sociale, ma non avevo idea di come avrebbe preso quella storia. Probabilmente non bene.
La seconda era che il capo aveva notato mia moglie, e prima o poi avrebbe potuto chiedermi qualcosa che non ero pronto ad accettare.
Lasciai l’ufficio con tanta confusione in testa e un forte senso di nausea
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