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Gay & Bisex

Lo Skipper e i pensionati


di loveolder78
04.11.2026    |    7    |    0 6.0
"Attorno a lui i sei uomini si sedettero o si sdraiarono, sudati, soddisfatti, senza dire nulla..."
Simone aveva vent’anni, introverso, solitario e con la passione del mare.
Alto, magro, le spalle ancora strette di chi non ha finito di crescere, la pelle chiara che il sole di maggio stava appena cominciando a dorare. Capelli neri sempre un poco arruffati dal vento, occhi chiari che preferivano lo sguardo largo dell’orizzonte a quello troppo diretto delle persone. Era single, e vergine. Con le ragazze qualcosa in lui si chiudeva, si faceva goffo, quasi impaurito. Con il mare, invece, tutto si apriva. Preferiva le cime, le vele, il silenzio delle ore di navigazione. Aveva trovato lavoro come skipper freelance, e quella primavera si era offerto per accompagnare un gruppo di pensionati da Livorno fino alle coste orientali della Sardegna. Erano sei. Uomini che avevano lasciato le mogli a casa con scuse precise e un’aria quasi collusa. Appartenevano a un’importante azienda toscana; ora, liberi da orari e da doveri, cercavano sole, vino e compagnia maschile.

I primi giorni furono di luce e di vento leggero. Si mangiava insieme, si beveva, si raccontavano aneddoti di lavoro e di vita. Simone cucinava, puliva, spiegava le vele. Loro lo chiamavano «ragazzo» con un affetto che non chiedeva nulla in cambio. La fiducia crebbe piano, tra risate basse e silenzi comodi, mentre la barca scivolava verso sud e le coste della Toscana si facevano memoria.
Poi arrivò il caldo. Al largo, con la barca in deriva e il mare piatto come una lastra, qualcuno disse soltanto: «Si va a bagno». Carlo si tolse la maglietta, poi i pantaloni. Nudo. Gli altri seguirono senza troppe cerimonie. Corpi vecchi, pance, peli grigi, sessi molli che dondolavano. Simone rimase in costume per un tempo che gli parve infinito, le guance calde. Quando risalirono a bordo, gli anziani non si rivestirono. Decisero, con la naturalezza di chi ha già deciso tutto, di navigare nudi fino a quando non avrebbero raggiunto la costa. Simone, ancora in costume, sentì lo sguardo di sei uomini sulla sua pelle coperta.
Passarono i giorni. La nudità divenne la regola della barca. Si manovrava nudi, si mangiava nudi, si prendeva il sole nudi. Simone resisteva, ma ogni sera il calore del ponte e la vicinanza dei corpi gli rendevano più difficile tenere il costume. Un pomeriggio, mentre orzava per evitare una secca, si fermò. Si tolse la maglietta. Poi, con un gesto improvviso e quasi ostinato, si sfilò anche il costume. Stette in piedi sul pozzetto, nudo, sottile, il cazzo giovane ancora molle, i peli pubici scuri e ordinati. Loro lo guardarono. Non dissero nulla di troppo esplicito, ma gli sguardi erano diventati più lunghi, più lenti.
Da quel momento le cose si allentarono ulteriormente. Si passavano la crema, si toccavano le spalle «per aiutare». Simone sentiva le mani grandi e calde sulla schiena, sulle cosce. All’inizio si irrigidiva. Poi cominciò a non allontanarsi.

Carlo, settantaquattro anni, era stato direttore commerciale. Alto ancora, le spalle larghe che reggevano una pancia morbida e rotonda. Il petto era un bosco grigio e denso che scendeva fino all’ombelico. Le mani grandi, venose, sembravano fatte per comandare. Il suo sesso, a riposo, era spesso e pesante, il glande ampio e scuro, i testicoli bassi in un sacco peloso. I piedi larghi, callosi, con vene bluastre sul dorso. Parlava poco, ma guardava con un’attenzione che non ammetteva distrazioni.
Giorgio, settantadue, ex capo reparto, era tarchiato, il collo corto, la faccia già arrossata dal sole e dal primo vino. Il petto abbondante, i peli grigi e ricci che gli coprivano anche le spalle. La pancia calda e generosa. Il cazzo medio, grosso alla base, il prepuzio lungo che raramente si ritraeva del tutto. I piedi tozzi, sempre un poco umidi, le unghie ingiallite. Rideva facilmente e toccava con naturalezza.
Mario, settantasei, era il più magro, quasi secco, la pelle segnata e abbronzata. Pochi peli sul petto, ma un pube denso e grigio. Il sesso lungo e sottile, venoso, il glande rosato che si scopriva con facilità. I piedi ossuti, le dita lunghe, un callo evidente sotto l’alluce sinistro. Tacito, osservatore, sorriso raro.
Luigi, settantuno, medio di statura, pancia pronunciata, seni maschili morbidi e pelosi. Cazzo tozzo e spesso, sempre un poco gonfio. Piedi larghi, plantari piatti, pelle screpolata ai talloni. Affabile, metteva a suo agio chiunque.
Paolo, settantotto, il più anziano. Spalle curve, pancia bassa, pelle sottile e venosa. Petto rado. Il sesso ancora reattivo, il prepuzio che lasciava intravedere il glande rosso. Piedi sottili, dita lunghe, unghie giallastre. Silenzioso, ma i suoi sguardi pesavano.
Roberto, settantatré, robusto, braccia ancora forti, petto ampio e peloso. Pancia solida. Cazzo grosso e pesante. Piedi grandi, callosi, con l’odore caldo di chi ha camminato molto. Diretto, poco incline ai giri di parole.

La navigazione proseguiva. Capo Carbonara, le calette, il mare verde e trasparente, le rocce, i gabbiani. Simone mostrava i punti, raccontava le correnti. Loro ascoltavano, ma i loro occhi tornavano spesso sul suo corpo magro, sul culo alto e sodo, sul sesso che a volte, senza che lui se ne accorgesse del tutto, si gonfiava un poco.
Il desiderio di Simone crebbe lentamente, come una marea. Prima solo curiosità. Poi un calore basso nella pancia. Poi il bisogno di essere toccato. Una sera, mentre sistemava una cima, Giorgio gli passò dietro e gli appoggiò una mano sulla natica. Simone non si mosse. Giorgio strinse un poco. Simone emise un respiro corto. Da lì in avanti i tocchi divennero più deliberati: una mano sul fianco, un dito che sfiorava l’interno coscia, un cazzo molle che, di passaggio, gli si appoggiava contro la schiena.

Era il terzo giorno di ritorno. La barca navigava verso nord, le coste della Sardegna ormai lontane, un filo azzurro all’orizzonte. Simone era a prua, solo. Carlo lo raggiunse. Nessuna scusa elaborata. Solo un cenno del capo e la voce bassa: «Vieni sotto».
Nella cabina di prua, bassa e calda, Carlo lo fece sedere sul bordo del materasso. Gli accarezzò i capelli, poi le spalle, con una lentezza quasi affettuosa. Gli baciò la fronte, il collo, lo sterno. Le mani grandi scesero lungo il fianco, sfiorarono l’interno coscia, infine chiusero intorno al cazzo già mezzo duro di Simone. Lo masturbò piano, guardandolo negli occhi. Poi lo fece sdraiare e gli aprì le gambe. Sputò sulla mano, poi sul buco. Un dito, poi due, con movimenti circolari e pazienti. Simone tremava, il respiro corto, il corpo che oscillava tra resistenza e abbandono. Carlo si chinò, gli baciò il ventre, poi allineò il suo sesso spesso e pesante e spinse. Lentamente. Simone emise un gemito acuto quando la testa entrò. Carlo continuò, centimetro dopo centimetro, finché fu dentro fino in fondo. La verginità di Simone sparì con un dolore caldo e pieno che si trasformò presto in qualcosa di più ampio, di più oscuro. Carlo scopò con movimenti ampi e pesanti, tenendolo per i fianchi, ma ogni tanto si fermava per accarezzargli il petto o i capelli. Quando venne, lo fece dentro, a getti lunghi e caldi. Simone sentì il liquido riempirlo e scivolargli lungo le cosce quando Carlo si ritirò.
Le voci in barca circolarono presto, senza bisogno di parole.
Giorgio lo cercò la sera stessa, con la scusa di un problema a una cima. Nella cabina di poppa lo prese di lato, una gamba alzata, e entrò con più forza. Il suo cazzo tozzo e spesso stava stretto. Venne anche lui dentro, grugnendo.
Mario lo aspettò il giorno dopo, mentre Simone sistemava le coperte. Fu più lento, più osservatore. Lo fece sdraiare sulla schiena, gli alzò le gambe e lo penetrò guardandolo negli occhi. Il suo sesso lungo e venoso andava a fondo. Quando venne, restò dentro ancora un po’, respirando contro il collo di Simone.
Gli altri tre guardarono, toccarono, si fecero succhiare. Simone, ormai caldo e aperto, accettò tutto. Le bocche, le mani, i cazzi che gli sfregavano sulla faccia, sul petto, sul culo. Non c’erano preservativi. Solo pelle, saliva, sborra e sudore.

L’ultima notte, a poche miglia da Livorno la barca navigava piano, quasi senza rumore, sotto un cielo senza luna. Il mare era nero e piatto, interrotto solo dal leggero scricchiolio dello scafo e dal fruscio dell’acqua contro la chiglia. In pozzetto Simone stava nudo, seduto sul bordo, le gambe leggermente divaricate, il corpo ancora caldo dal sole del giorno. La pelle gli luccicava di sale e di sudore leggero. Non aveva detto nulla. Non ne aveva bisogno.
Carlo fu il primo ad avvicinarsi. Si chinò dietro di lui, gli mise le mani sulle spalle e lo fece alzare. Lo baciò sulla nuca, lento, poi gli fece chinare la testa. Simone si lasciò spingere in ginocchio. Il cazzo spesso di Carlo gli sfiorò le labbra. Simone le aprì. Lo prese in bocca con una certa difficoltà, sentendo il sapore salato della pelle e il peso del glande che gli premeva contro il palato. Carlo gli tenne i capelli con una mano e cominciò a muovere i fianchi, non troppo forte all’inizio, come se volesse dargli tempo. Simone chiuse gli occhi e respirò dal naso, accettando il ritmo.
Giorgio arrivò di lato. Si accovacciò e gli accarezzò il culo, aprendo le natiche con le dita. Sputò due volte, poi infilò un dito, poi due. Simone gemette intorno al cazzo di Carlo. Giorgio allineò il proprio sesso tozzo e spesso e spinse. Entrò con un solo movimento deciso. Simone emise un suono strozzato, le ginocchia che scivolavano sul legno del ponte. Giorgio cominciò a scoparlo con colpi ampi e regolari, tenendolo per i fianchi. Ogni spinta faceva avanzare la testa di Simone sul cazzo di Carlo.
Mario si mise di fronte a loro, in piedi. Prese la mano di Simone e la portò al proprio cazzo lungo e venoso. Simone lo strinse e cominciò a masturbarlo mentre veniva penetrato e succhiava. Luigi e Paolo si avvicinarono ai lati. Uno gli mise il cazzo contro la guancia, l’altro gli sfiorò le labbra ogni volta che Carlo si ritraeva. Roberto, l’ultimo, si mise dietro Giorgio e gli accarezzò la schiena, aspettando il proprio turno con pazienza.
La scena si mosse lentamente, come una macchina antica che prende velocità. Carlo venne per primo, a getti lunghi e caldi in gola a Simone. Si ritirò e gli lasciò scorrere la sborra sulla lingua e sul mento. Giorgio accelerò i colpi e venne poco dopo, dentro, spingendo fino in fondo e tenendolo fermo mentre scaricava. Quando si ritirò, il culo di Simone restò aperto e lucido, una fila di liquido bianco che scendeva lungo la coscia.
Mario lo fece alzare e lo spinse contro la ruota del timone. Lo prese da dietro, in piedi, sollevandogli una gamba. Il suo cazzo lungo andava a fondo, toccando un punto che faceva tremare le ginocchia di Simone. Luigi si mise davanti e gli infilò il cazzo in bocca. Paolo e Roberto si alternarono a masturbarlo e a strofinarsi contro le sue natiche e la schiena. Ogni tanto qualcuno gli veniva sulla pelle: sul petto, sulla schiena, sulle cosce. Simone non resisteva più. Il corpo era caldo, aperto, lucido di saliva e di sborra. Gemiti bassi gli uscivano dalla gola ogni volta che un nuovo cazzo entrava in lui.
A un certo punto lo fecero sdraiare sul pavimento del pozzetto, sulla schiena. Carlo gli si mise a cavalcioni sul petto e gli infilò di nuovo il cazzo in bocca. Giorgio e Mario gli aprirono le gambe e se lo passarono a turno, uno dopo l’altro, senza fermarsi. Luigi e Paolo si strofinavano contro i suoi fianchi e i suoi piedi. Roberto, quando arrivò il suo momento, lo voltò a quattro zampe e lo prese con forza, tenendolo per i capelli mentre gli altri se lo facevano succhiare o masturbare.
La notte avanzava senza che nessuno parlasse. Solo respiri, gemiti, il suono umido della carne che entrava e usciva, lo scricchiolio leggero della barca. Simone venne due volte: la prima mentre Mario lo scopava e gli stringeva il cazzo con la mano; la seconda, più debole, mentre Roberto lo prendeva da dietro e Carlo gli veniva di nuovo in bocca. Il suo corpo era ormai un luogo comune: aperto, pieno, percorso da sei uomini che non avevano più nessuna fretta e nessuna vergogna.
Quando l’ultimo getto di sborra gli scese lungo la schiena, Simone restò sdraiato sul legno, respirando a fatica. Gli occhi aperti sul cielo nero. Le gambe leggermente divaricate. Il culo ancora che pulsava. Attorno a lui i sei uomini si sedettero o si sdraiarono, sudati, soddisfatti, senza dire nulla.
Al mattino, in porto, si vestirono in silenzio. Nessuno parlò troppo. Si strinsero la mano. Carlo gli diede un biglietto con un numero.
«L’anno prossimo. Stessa rotta.»
Simone annuì. Il sorriso che gli venne era stanco, ma vero. Sapeva già che avrebbe risposto di sì.
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