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incesto

Che famiglia 4 (regina delle zoccole)


di ScrittoreAcerbo
03.12.2025    |    1.539    |    1 9.8
"Dieci minuti dopo aver premuto invio, un pene, che riconobbi come quello di Amedeo, spuntò dal buco già in stato di piena erezione..."
Che dire, finalmente mi potevo identificare in qualcosa che mi piacesse.
Non ero più la madre iperprotettiva di un figlio segaiolo, non ero più la sorella bacchettona, non ero più la mogliettina che sapeva di avere le corna ma che si girava dall’altra per non destabilizzare la famiglia. Avevo mandato a quel paese tutte queste etichette e me ne ero creata una nuova, una mia.

La Alessia troia aveva deciso di sovvertire tutto.
La madre iperprotettiva era diventata la MILF che aveva ingoiato lo sperma dell’unico amico del figlio.
La sorella bacchettona era tornata a casa con lo sperma fresco del fratello sulla maglietta.
La moglie cornuta era divenuta quella che cornificava.
Mi sentivo bella nei miei quarant’anni. Gli uomini per strada si giravano a guardarmi il culo e io ancheggiavo di più, al supermercato mi cercavano un pretesto per parlarmi ed io ci flirtavo un po’ per poi lasciarli lì, con l’erezione ben visibile.

L’essermi lasciata andare aveva fatto uscire la regina che era in me e, da brava regnante, avevo scelto qual era il mio regno: il mio posto di lavoro.
Avevo accentuato la scollatura nella polo da lavoro. Risultato? Un aumento degli affari e una flotta di uomini, che venivano eccitati, a vedere una seconda soda che gli rimaneva immobile sotto agli occhi.
Era una cosa indescrivibile. L’adrenalina di sapere che, se avessi voluto, sarei stata capace con poche mosse di far andare quei vecchi bavosi a casa con i pantaloni macchiati dai loro liquidi, mi mandava in estasi totale.

Come in tutti i regni però c’erano delle problematiche. La tensione sessuale tra me e Luca era diventata troppo evidente e avevo notato delle occhiate di nostra madre che mi avevano fatto desistere. Spesso eravamo in turno insieme e questo mi sapeva di trappola. Ho quindi preferito far calare un po’ di gelo tra noi, anche se le occhiate che ci scambiamo erano
inequivocabili.

E poi c’era la nube più scura.
La depressione di mio figlio era peggiorata. Avevo avuto una mezza idea su cosa fare ma, anche se in piena modalità troia, mi sembrava troppo.
L’idea era di chiedere a Stefania (una mia amica molto libertina) di fare da finta prostituta ma avrei dovuto raccontare tutta la storia di Matteo e non mi sembrava il caso.

Passai giorni a rimuginare su cosa fare fino a quando non mi arresi e chiesi aiuto a Stefania.
Le raccontai ciò che era successo con Amedeo e di ciò che avevo bisogno per far stare meglio mio figlio.
Stranamente non si scompose, mi disse di avere un’idea e mi scrisse un bigliettino da dare ad Amedeo con dentro una data e un indirizzo.
Ci demmo appuntamento per quel giorno, in quel posto e si raccomandò di vestirmi sportiva.
Non avevo idea di cosa avesse in mente Stefania ma, non avendo alternative, non feci obiezioni. Provai a fare una breve ricerca sull’indirizzo ma nulla.

Arrivò il giorno e, come richiesto dalla mia compagna di avventure, mi ritrovai davanti al cancello che dava su un condominio. Come previsto, mi ero vestito comoda con dei pantaloni elasticizzati, una maglietta larga e sotto dell’intimo sportivo.
Arrivò puntuale anche lei. Indossava jeans larghi e un top che dire scollato era poco (Stefania è la classica donna bassa ma con una quarta abbondante di seno).
“Dai Ale, entriamo che dobbiamo essere lì prima di loro”.
Non feci domande e la seguii.

Entrammo nel cancello e, al posto di entrare nel condominio, attraversammo il cortile fino ad arrivare ad un garage. Stefania estrasse le chiavi e lo aprii.
“Bene, i ragazzi dovranno entrare da qui”.
Annuii e, vedendo che non era entrata, la seguii.
Percorremmo il cortile in larghezza e facemmo il giro arrivando in un corridoio stretto che dava sul retro del muro dei garage. Chiusi il cancello, su richiesta della mia amica, e percorremmo lo stretto corridoio bianco. Ci fermammo dopo una decina di metri.

“Eccoci, ora vediamo che buco scelgono”.
Buco?
Guardai meglio intorno a me. Effettivamente sui muri dei garage c’erano quattro buchi che davano sull’interno del garage.
“Mi stai dicendo che la tua idea è quella di fargli un pompino da dietro al muro?”.
Da fuori sembravo indignata ma dentro stavo andando a fuoco. Fare un pompino, all’aperto, da dietro ad un muro, ad un ragazzo di ventidue anni più piccolo: per la nuova Alessia era come se fosse Natale.
“Non ti devono vedere e Amedeo deve godere per tuo figlio. Direi che è perfetto, no?”.

Ebbi un dubbio. E se Matteo avesse voluto vedere la troia e il suo amico, e non solo lui che gode? Orami era troppo tardi per i ripensamenti.
Mandai il messaggio ad Amedeo e attesi il loro arrivo.

Ci volle poco. Dieci minuti dopo aver premuto invio, un pene, che riconobbi come quello di Amedeo, spuntò dal buco già in stato di piena erezione.

Fu un riflesso. Stefania provò a fare un passo verso quella erezione adolescenziale ma fu anticipata dalla mia fame.
Le mie mani andarono ad appoggiarsi al muro e quel pezzo di carne finì, per tutta la sua interezza, dentro la mia bocca.
“Cazzo, Matte, ha iniziato. Devi sentire come pompa”.
La voce di Amedeo era passata attraverso il muro sottile, dandomi conferma di ciò che immaginavo.

Iniziai con affondi lenti e profondi. Andavo fino a toccare il muro con il naso e poi tornavo indietro fino ad arrivare al glande.
A volte lo facevo uscire dalla mia bocca e passavo la lingua sulla pelle. Partivo dalla base e leccavo fino ad arrivare al filetto.
Stavo ribollendo nell’immaginarmi Amedeo, attaccato al muro che si godeva la sua pompa mentre l’amico era lì a guardarlo.

“Brava troia, continua così”.
Ecco la parola magica. Ormai l’amico di Matteo aveva capito come accendermi e così mi sembrò giusto ricompensarlo.
Feci un ultimo affondo e decisi di fargli sentire il mio gradimento. I miei denti andarono a conficcarsi nella sua cappella facendolo trasalire.
Ripresi il mio trattamento con più decisione e sentii i mugugni di Amedeo aumentare di intensità.

Fui completamente presa dalla missione di farlo impazzire che mi scordai di Matteo e di Stefania. Fu un movimento alla mia sinistra a riportarmeli alla mente.
Quando voltai lo sguardo vidi la sagoma del corpo della mia amica che succhiava un altro cazzo che usciva da uno dei buchi nel muro. Non mi ci volle poco per capire di chi fosse, ma a confermare i miei sospetti ci fu lo sguardo divertito di Stefania.

Che zoccola. Era palese che quel cazzetto non fosse abbastanza grosso per farla divertire.
Si stava spompinando mio figlio e lo faceva per il puro gusto di farlo davanti a me.
Fu quel pensiero che mi fece venir voglia di far capire a tutti chi fosse la più zoccola.

Partii una vera e propria sfida tra noi due per decretare chi fosse la miglior puttana di strada.
Usammo tutte le armi in nostro possesso.
Io presi a segarlo forte e a sincronizzare i movimenti di bocca e mano. A volte lo facevo uscire e mi spalmavo il suo glande pieno di saliva e di liquido sul viso.
Dal canto suo la mia amica aveva fatto sparire il cazzo di mio figlio nella sua quarta.
Da dietro al muro non si sentivano più i commenti di prima ma solo gemiti di piacere da parte di due adolescenti che si trovavano vicini al punto di non ritorno.

Purtroppo, fui sconfitta. Mi accorsi di alcuni schizzi bianchi che uscivano dalla scollatura di Stefania e feci appena in tempo a voltare lo sguardo per vederla mentre prendeva in gola gli ultimi spasmi di mio figlio.

In quel momento sentii dei sussulti dal membro che avevo in bocca.
Mi ricordai in solo allora che la gara non era su chi aveva scelto il più precoce, bensì su chi fosse la più troia.

Non esitai ad andare a prendere ogni singolo centimetro di quel ammasso di carne e, senza sforzo, ingoiai ogni millilitro della sua crema.

Fu discretamente facile, ne Amedeo ne Matteo avevano le dimensioni che avevo provato con Luca e prenderlo tutto fu un gioco da ragazzi.

Quando lo estrassi dalla bocca lanciai uno sguardo di sfida verso la mia rivale.
Lei, divertita, si alzò e mi venne davanti. La sua mano si serrò intorno al mio collo facendomi aprire la bocca.
In quel momento una colata di saliva mista a sperma mi fu sputata in gola.

Che zoccola, mi stava facendo provare il seme di mio figlio.
Non potevo mollare ora, lo scettro della zoccola di strada era mio!
Appena lasciò il mio collo ingoiai tutto, guardandola negli occhi, e, con aria fiera, le mostrai che nella mia bocca non era rimasta neanche una goccia.
“Brava la mia amica troia, andiamo a casa?”.
Risi compiaciuta.

Ero consapevole che questo sarebbe stato solo l’inizio del nostro sodalizio tra troie.

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