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Lui & Lei

Che famiglia 1 (madre iperprotettiva)


di ScrittoreAcerbo
23.10.2025    |    5.717    |    4 9.8
"La mia mano destra andò alla base e seguì ogni movimento in su e in giù che facevo con la bocca..."
Ciao a tutti, sono Alessia e quella che sto per raccontarvi è la storia di come l’amore di una madre si possa fondere con l’essere donna passionale.

Parto con il dirvi che mio figlio, Matteo, è un ragazzo di 16 anni che viene bullizzato a scuola a causa della sua timidezza ed io, in quanto madre, ho sviluppato verso di lui un senso di protezione che spesso supera il limite (come in questo caso).

Era una normale giornata di maggio e mio figlio tornò a casa con il volto cupo e poca voglia di parlare. Sapevo già cos’aveva, quando aveva quella faccia voleva dire che era stato preso in giro a scuola.
“Cos’è successo questa volta?”.
“Niente mamma, questa volta non è successo nulla”.
Feci diversi tentativi per capire l’accaduto ma nulla.
Decisi di passare al piano B.

Chiamai Amedeo, il suo unico amico, e mi feci spiegare cosa fosse successo.
“Salve signora Alessia, si so cosa succede ma penso che sia meglio che gliene parli suo figlio. L’unica cosa che posso dirle è che questa volta non ha a che fare con i compagni di classe”.
Il mistero si infittiva. Cosa poteva avere Matteo che non fosse collegato al bullismo?

Passarono diversi giorni e il malcontento di mio figlio non si placava. Le provai tutte per farlo aprire, ma nulla portò al risultato sperato.
Sapevo di dover aspettare, ma fu più forte di me: il mio essere iperprotettiva prese il sopravvento.
Aspettai Amedeo fuori dal corso di inglese che frequentava dopo scuola e, facendo finta di incontrarlo per caso, andai da lui.
“Ciao, che bello vederti qui!”.
Notai il suo solito squadrarmi da testa a piedi.
“ Salve, come mai da queste parti?”.
“Niente di che, facevo delle commissioni”.
Iniziammo con i soliti convenevoli e parlammo del più e del meno per una decina di minuti senza mai andare sull’argomento Matteo. I suoi occhi continuavano a spostarsi dalle mie labbra alle mie gambe (lasciate volutamente scoperte da una gonna che arrivava poco più su del ginocchio) ed io, con fare da civettuola, lo lasciavo fare ed, anzi, facevo in modo che ne volesse ancora di più. In quel momento non me ne resi conto, ma la madre e la donna vogliosa che era in me, stavano collaborando in modo da ottenere ciò che volevano.

“Alessia possiamo arrivare al punto?”.
Le sue parole mi riportarono alla realtà.
“In che senso?”.
“La conosco da anni ed è la prima volta che fa più di tre frasi senza mettere in mezzo suo figlio. So per certo che lui non le ha rivelato nulla. Lei è qui per sapere cosa ha. Sbaglio?”.
Colta sul fatto non potei fare altro se non abbassare lo sguardo in segno di resa.
“Mi dispiace ma non posso dirle nulla”.
Amedeo fece per andarsene.
Avevo fallito. Non mi restava che tornare a casa e cercare un altro modo.

“Ho visto come mi guardi”. Le parole partirono da sole e non riuscivo a capire cosa stavo cercando di fare.
“Sono disposta a tutto pur di poter aiutare mio figlio; e quando dico tutto, intendo tutto”.
Nonostante fuori sembrassi in pieno controllo della situazione, dentro di me non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Il mio cervello aveva deciso di andarsene, ma la mia bocca mi aveva appena offerta ad un ragazzo appena maggiorenne.
Lui rimase attonito.
Presi coraggio e capii che, dato ormai il danno era fatto, tanto valeva andare fino in fondo.
“Immagino che sarei la prima quarantenne che te lo prende in bocca”.
Amedeo non riusciva a parlare. Sudava e i suoi occhi non sapevano più su che parte del mio corpo posarsi. Era il momento di dargli il colpo di grazia.
Mi avvicinai con fare sexy e avvicinai la mia bocca al suo orecchio: “Prendi lo scooter, ci vediamo tra 10 minuti a lavoro da me”.
Mentre lo dicevo, grazie all’avvicinarsi dei nostri corpi, passai la mia mano sul cavallo dei suoi pantaloni e la premetti sulla sua erezione: “Vedi tu se vale di più la tua amicizia con mio figlio o la mia bocca”.
Me ne andai verso la macchina senza dargli il tempo di rispondere.

Durante il breve tragitto pensai e ripensai a ciò che era appena successo. Convenni di aver avuto abbastanza lucidità da scegliere il posto migliore.
Il magazzino della piccola azienda di famiglia era il posto perfetto. Incastonato tra casa mia e quella dei miei. Mio figlio spesso era a casa loro per fare i compiti ed, essendo al secondo piano, difficilmente avrebbe avuto ragione o modo di guardare in magazzino. Mio fratello Luca sapevo che aveva delle consegne da fare e quindi non sarebbe stato in casa sua ( il piano terra della casa dei miei genitori) e, se fosse tornato, avremmo avuto il modo di separarci in fretta. Io sarei tornata a casa mia, e Amedeo avrebbe potuto far finta di essere lì per andare a trovare il suo amico .

Arrivai e mi fiondai nel magazzino lasciando la porta socchiusa. Mi accorsi solo allora di avere le mutande che grondavano dei miei umori. Decisi di toglierle e di metterle in borsa.
Dopo 15 minuti pensai che Amedeo avesse scelto di proteggere il segreto di mio figlio, ma una voce flebile tra le corsie mi contraddisse “Alessia sei qui?”.
Lo presi dalle spalle e lo feci sbattere contro il muro. La mia mano andò a saggiare la sua erezione.
“Parla. Cos’ha Matteo?”.
Lui esitò. Le mie unghie si piantarono nella forma del suo pene facendolo gemere di dolore.
“Scegli, o te lo stacco o te lo svuoto”.
Non avevo mai parlato in modo così diretto ad un uomo. Questa parte di me mi stava piacendo e iniziai a sentire le prime gocce colarmi dalle gambe.
“Quindi?”.
Strinsi ancora.
“Vuole me”.

Mi fermai, incapace di cogliere ciò che avevo appena sentito.
“Spiegati”. Il mio tono era tutto fuorché amichevole.
“Suo figlio era dipendente dalla pornografia. A scuola le battute che subiva erano dovute al fatto che si masturbava in continuazione, sia negli spogliatoi che in bagno durante le lezioni”.
Mollai la presa e presi ad aprirgli la patta.
“Il problema che ha adesso è che si è stufato dei porno e vuole qualcosa di diverso”
Calai i suoi pantaloni e le mutande e mi inginocchiai.
“Cosa intendi per diverso?”.
Glielo presi in mano e me lo puntai verso il viso.
“Vuole che qualcuno scopi davanti a lui”.

Lo presi in bocca. La conversazione ebbe una battuta d’arresto.
In men che non si dica Amedeo raggiunse l’erezione massima e il suo racconto diventò presto un insieme di mugugni e di gemiti. Nell’intero magazzino risuonava il suono della mia bocca che ingollava ogni centimetro di quel cazzo di medie dimensioni.
Mi infoiai e per un attimo mi scordai il perché di tutto ciò che stavo facendo. Il mio essere donna stava prevalendo sull’essere madre.
Lo imboccai fino al fondo. La mia mano destra andò alla base e seguì ogni movimento in su e in giù che facevo con la bocca. Il mondo intorno a me si dissolse e nella mia mente ci fu un solo e unico obiettivo: far godere quel ragazzo. Andai avanti con quel trattamento fino a quando iniziai a sentire i suoi primi spasmi.
Solo allora mi ricordai del mio fine ultimo e lo feci uscire dalla bocca.

Le mie dita andarono sullo scroto.
“Vai avanti. Non hai finito di dirmi qual è il problema di Matteo”.
“Alessia ti prego fammi venire ci sono quasi”.
Strinsi forte le palle facendolo quasi urlare dal dolore.
“Ti prego, chi mi dice che mi farai venire dopo che ho finito di raccontare?”.
La sua voce era rotta dal dolore e mi accorsi che effettivamente non avevo nulla da perdere. Nessuno avrebbe mai creduto che un ragazzo così si stava facendo succhiare da una donna sposata.

Decisi di venirgli incontro. Sbottonai un po’ la camicetta e feci uscire il mio seno, che per l’occasione era sorretto da un reggiseno bianco di pizzo. Presi la sua mani e la misi dentro alle coppe. Ho solo una seconda ma mio marito, e chi le ha toccate prima di lui, mi ha sempre detto che erano molto sode.
Lui prese a massaggiarle con inesperienza ed io feci finta di eccitarmi in modo da fargli credere di avere la situazione in pugno.
Lessi nei suoi occhi la sua eccitazione.
“Va bene, le dirò tutto. Mi ha chiesto di andare a troie e di scoparne una davanti a lui”.
“No è pericoloso, ci sono le malattie”.
“Lo so, infatti mi sono rifiutato e lui è entrato in questo stato depressivo per questo motivo. Sono il suo unico amico e non sa a chi altro chiederlo”.
“Troveremo un modo. Per ora prendi tempo”.

Un sorrisetto beffardo comparì sul suo volto e riprese a massaggiarmi il seno.
“Va bene. Io il mio l’ho fatto, ora lei sarà di parola?”.
Non risposi neanche, mi avvicinai a lui e ripresi a pomparlo con foga.
Ora che sapevo cosa passasse per la testa di mio figlio mi sentivo molto più leggera. La mia bocca scivolava con più velocità e la sensazione di poter far venire un giovane uomo nonostante i miei dodici anni in più mi stava mandando la vagina in brodo di giuggiole.
La faccia di Matteo era il ritratto dell’estasi. Iniziava a gemere sempre più forte e a dire frasi sconnesse.
“O sì, continui. Sì, così. Non ci credo, quel coglione di Matteo cerca una troia da vedere scopare quando ne ha una così in casa”.

Quelle parole mi mandarono in stand-by il cervello. Mi staccai e, come un automa, presi le mie mutande dalla borsa e gliele misi in bocca.
Senza rendermene conto tornai a succhiarlo e aumentai il ritmo delle pompate. Presi le mani di Amedeo e le posai sulla mia testa, facendogli capire che mi doveva scopare la bocca. Lui non se lo fece ripetere due volte.
Non sentivo altro nella mia testa, “Ha una troia così in casa”. Non riuscivo a pensare ad altro e più lo facevo e più mi disconnettevo dalla realtà.

Più lo pensavo e più succhiavo forte.
Più lo pensavo e meno mi accorgevo che il cazzo di Amedeo, l’unico amico di mio figlio, pulsava più forte.
Più lo pensavo e meno mi accorgevo che quel ragazzo mi era venuto in bocca.
Più lo pensavo e più lo ingoiavo.

Facemmo appena in tempo a ricomporci che il rumore del furgone ci avvisava che mio fratello Luca era rientrato.
Non ci salutammo nemmeno. Lui andò verso casa dei miei genitori per vedere Matteo ed io andai da mio marito, che quella sera si sarebbe goduto la mia figa madida di umori.

CONTINUA..
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