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IL RITORNO DELLA DEA SCARLATTA


di Natasha56
10.04.2026    |    41    |    0 6.0
"Si inchinano al cospetto di Anya, corpi esausti tremanti nel riverbero del piacere divino, immersi in pozzanghere di sborra e fluidi caldi..."
Capitolo I – L’Eredità

Anya vive a Torino, in un appartamento essenziale, quasi anonimo, incastonato in un quartiere elegante ma privo di eccessi. Lavora in uno studio legale, dove ogni gesto è misura e controllo, ogni parola calibrata. Si veste con sobrietà: tailleur grigi, camicie bianche, un trucco leggero, quanto basta per apparire presente ma invisibile. La sua figura passa inosservata nel ritmo urbano, ma qualcosa in lei inizia a sussurrarle un’altra verità.

Ogni mattina, appena sveglia, Anya celebra un piccolo rito segreto: la scelta della lingerie. Lo considera il suo momento di potere, la sola cosa che non condivide con nessuno. Sotto i tessuti composti, indossa provocazioni in raso, pizzo e seta.

Mutandine di pizzo nero trasparente, tagliate in modo da sfiorare appena le grandi labbra, offrendo l’immagine della loro perfetta rasatura.

Il reggicalze color cremisi, con nastri in raso che scendono a legare calze in seta color perla, aderenti, con una riga verticale che corre lungo il retro delle gambe.

Il reggiseno abbinato, lavorato in tulle leggerissimo, lascia intravedere i capezzoli già eretti, sensibili, come se aspettassero un richiamo. Nessuno può vedere quella parte di lei. È un’offerta privata, una promessa a sé stessa: sotto il controllo, vibra una “troia”.

La sua ossessione per la lingerie si consuma durante la vestizione, davanti a uno specchio grande, posizionato sul lato sinistro della camera da letto. Inizia guardando la propria figura nuda riflessa, accarezzando le curve che sottolineano la propria femminilità, poi prende il reggicalze, agganciandolo alla vita, prosegue nell’infilare le calze, con un ritmo lento e inebriante. La seta scivola lungo le gambe e in quel silenzio assordante si può quasi immaginare il fruscio che accarezza la pelle.

A quel punto torna a guardarsi allo specchio, compiacendosi in religioso silenzio, ammirando il potere di seduzione che cresce in lei, osservando minuziosamente la pelle vellutata come i petali di una rosa, indugiando con lo sguardo sulla fessura della propria intimità, leggermente socchiusa, che lascia scorgere le grandi labbra scolpite attorno al clitoride, come una conchiglia che ne racchiude il centro.

Anya si gira di profilo, mettendo in evidenza i glutei marmorei. Il rito continua con la scelta delle mutandine: le infila lentamente, osserva il contorno di pizzo che incornicia la sua vulva, completando la composizione con il reggiseno, dal cui tessuto si scorgono i capezzoli inturgiditi dall’eccitazione che monta a poco a poco dentro di lei, per la contemplazione del proprio corpo.

Un giorno, nella cassetta della posta, trova una lettera che avrebbe cambiato tutto: un invito dallo studio notarile Ravelli e Associati. Un’eredità inaspettata, una villa misteriosa, situata sulle colline di Biella. Una proprietà rimasta dimenticata, di cui Anya conserva solo un ricordo vago, frammenti sbiaditi dell’infanzia. Non ci mette molto a decidere: la curiosità è troppo forte.

Capitolo II – La villa e i segreti nascosti

Giunta alla villa, rimane subito colpita dall’aura di mistero che emana. L’edificio è imponente, abbandonato ma integro, come se la polvere non avesse osato deturparlo. Porte che sembrano aprirsi da sole, passaggi nascosti, una biblioteca segreta piena di testi antichi. I libri, consunti dal tempo, parlano di un ordine arcano: un culto esoterico, il culto della “Dea Scarlatta”. Rituali, formule, descrizioni di cerimonie votate alla carne e alla trasfigurazione del piacere. Lei, anziché essere turbata, ne è estasiata.

Insieme ai libri, alcuni scritti in latino, altri in lingue a lei sconosciute, Anya trova statuine falliche in pietra e alabastro di varie dimensioni, oggetti rituali con forme provocanti e simboliche. Desiderosa di capire di più, porta alcuni testi ad un antiquario di Torino, avendo sentito parlare molto bene di lui.

L’uomo, di nome Minir, uno studioso eccentrico ma estremamente colto, rimane immobile, poi osservandola con grande attenzione esclama: “Ti stavo aspettando”, subito dopo le rivela di essere l’ultimo custode dell’Ordine. Ha atteso il ritorno della Dea, e riconosce in Anya l’aura di quella predestinata. I segni erano tutti lì: la villa, la predisposizione carnale, l’istinto nascosto.

“Tu sei la Dea scarlatta” le dice con tono solenne. “Noi serviamo il tuo piacere, perché dal piacere nasce il potere. La carne è la tua veste, il desiderio la tua lingua. La villa è il tuo tempio, e noi i tuoi strumenti”.

Anya è incredula alle sue parole, ma al tempo stesso, mentre ascolta, piccoli ricordi riaffiorano in lei: fugaci visioni, arazzi, corridoi e stanze buie, come se avesse già vissuto parte di quell’esperienza. Il tutto condito da una strana eccitazione e da una voglia di conoscere i segreti dell’Ordine e il rituale d’iniziazione.

Capitolo III – L’iniziazione, il risveglio della Dea

Anya sta prendendo sempre più coscienza che qualcosa sta cambiando in lei. Le parole dell’antiquario erano cariche di promesse; vuole andare fino in fondo, provare nuove emozioni, sentirsi desiderata, vivere esperienze cariche d’eccitazione che non avrebbe mai vissuto nella vita di tutti i giorni.

La villa, all’improvviso, riprende vita. I saloni bui e pieni della polvere del tempo tornano nel loro antico splendore. Le persone che fanno parte dell’Ordine, risvegliate dal ritorno della Dea, tornano alle loro mansioni quotidiane.

Tutto è pronto per accogliere Anya e, quando solca la soglia, un mormorio sommesso e rispettoso l’accompagna nello scandire dei propri passi all’interno della villa.

Minir le fa strada e la porta nella parte più a sud, dove si celano stanze che trasudano antiche leggende, finché arrivano ad una segreta, la stessa in cui Anya aveva trovato le statuine falliche. Lì l’attendono tre ancelle, giovani donne che hanno immolato la propria verginità in nome della Dea Scarlatta. Le ancelle sono le primogenite dei custodi dell’Ordine: quando raggiungono i venticinque anni, l’età massima per essere al servizio della Dea, possono ritirarsi a vita privata. Così ogni primogenita deve preservare la propria verginità per servire colei che indica la via del piacere. Le ancelle, pur sacrificando il corpo per preservarne la purezza, possono interagire tra di loro o con la stessa Dea, attraverso il piacere saffico, l’unico concesso dall’Ordine nei loro confronti.

Al centro della stanza, su un rialzo formato da tre gradini, si trova un letto rivestito da un tessuto pregiato di colore scarlatto, dove Anya prenderà il proprio posto per essere inizializzata.

Le ancelle, di nome Ira, Mael e Sinae, si prendono subito cura della loro futura Dea. Non appena ricevono il segno da Minir, iniziano a spogliarla degli abiti convenzionali per prepararla al rito. Il corpo di Anya si staglia in tutta la sua bellezza, attraverso la sinuosità delle forme, come un simbolo di maestosa femminilità.

Mael, con molta riverenza, l’accompagna verso il letto. Ora il compito delle ancelle è usare gli oli sacri per favorire la penetrazione. In semicerchio davanti a lei, iniziano questa lenta unzione, con movimenti circolari, cospargendo l’unguento in ogni intimo anfratto, mentre il ritmo delle mani alimenta l’eccitazione della Dea, sottoposta alle attenzioni scrupolose delle proprie adepte. Questo è il momento in cui possono iniziare un devoto approccio saffico, e lei, sopraffatta dall’eccitazione, le incoraggia a proseguire, omaggiandole con carezze e baci.

Anya è pronta ad accogliere i simboli del piacere, lubrificata dai fluidi preparati in suo onore.

Minir entra nella stanza con grande solennità, portando in mano l’antica scatola che custodisce le statuine falliche, fulcro dell’inizializzazione.

Le ancelle, nel preciso istante in cui compare il custode, allargano le gambe di Anya, posizionandola nel modo più propizio per accogliere i falli all’interno della propria intimità. Loro stesse rimangono estasiate al dischiudersi della fessura del piacere.

La scatola intarsiata si apre e allora compare Kera, la più esperta delle ancelle, colei che dovrà introdurre i falli, uno ad uno, per compiere il rito. Dispone le sei statuine vicino al letto, su un piccolo altare, in ordine di grandezza.

Minir, nel frattempo, cosparge la stanza di incenso profumato, che dona un tono alquanto sacro a ciò che si sta per compiere.

Kera prende il primo fallo, il più piccolo, lo posiziona vicino all’apertura vaginale e con un movimento deciso lo introduce. Anya reagisce con un piccolissimo sussulto, più di sorpresa che di piacere. Poi è la volta del secondo, che, pur salendo di grandezza, viene accolto allo stesso modo. Con il terzo, Anya emette un gemito ed il corpo ha un improvviso sussulto, mentre le ancelle, poste dietro di lei, sussurrano parole sacre e le loro mani accarezzano seni e capezzoli ormai turgidi.

Kera ha già tra le mani il quarto fallo, lo avvicina con cautela, sfiorando la punta all’imbocco dell’anfratto, indugiando nell’attesa, osservando attentamente la reazione della Dea, prima di procedere con estrema lentezza. Anya emette un lungo e profondo gemito quando il fallo la penetra completamente: la schiena si inarca, il corpo freme all’unisono.

Il quinto provoca una serie di gemiti e sospiri profondi, le membra si scuotono, i sussulti pervadono il corpo. Dalla sua bocca escono parole che hanno il sapore dell’eccitazione crescente:
“Sì, ancora, lo voglio, così, ti prego… non smettere, ho la figa completamente bagnata, vai su e giù… fammelo sentire tutto dentro… Sì, è grosso… pompami… non smettere… fammi sentire troia… Continua a scoparmi… cazzo, se mi piace… così che mi fai godere… non smettere, ti prego… sono nata per prendere tanti cazzi… Sì, tantissimi cazzi… tutti per me… anche il culo vuole il cazzo… bello duro… voglio essere riempita in ogni buco”.

L’esperta ancella, approfittando della goduria di Anya, si prepara ad introdurre la sesta e ultima statuina, molto più grande e dalla forma diversa delle precedenti, con un corpo principale lungo e grosso, dal quale emerge una seconda protuberanza più piccola, in proporzione, ma pur sempre grande da accogliere. Quest’ultima, una volta introdotto il simbolo fallico nella vulva, si farà strada dentro l’orifizio secondario, per procurare alla Dea anche il piacere anale.

Kera, con la sapienza di chi sa che potrebbe procurare dolore e non solo piacere, inizia la penetrazione. Anya, ancora una volta, dimostra di essere la prescelta: perché, nel momento di totale introduzione, allargando spasmodicamente la propria figa, inarca il bacino per riceverlo tutto, iniziando un canto di gemiti. Il corpo sobbalza, i sospiri diventano suoni gutturali sempre più forti, si muove in modo ritmico per non perdere nemmeno un centimetro, mentre il secondo anfratto si dischiude per accogliere la seconda protuberanza della statuina. Lei lo riceve con una smorfia di dolore, frutto della sua verginità, che si trasforma subito dopo in vero e proprio oblio, una musica per le orecchie delle ancelle, che iniziano a toccarsi tra loro, baciarsi, leccarsi, leccando le fighe bagnate, colme di eccitazione per il godimento della loro Dea.

Anya, pervasa dai simboli del godimento, sentendosi completamente riempita, inizia una litania di frasi sconnesse, che sottolineano inequivocabilmente un piacere crescente che si sta impadronendo completamente di lei, mentre gli ansimi si intensificano. Alla fine, esplode in un canto di turpiloquio:

“Lo voglio tutto… scopami… sono la grande troia che aspettavate… io sono la Dea Scarlatta… la mia carne sarà vostra, la mia figa si sazierà di enormi cazzi… il mio culo sarà la vostra alcova… voi sborrerete in mio onore ed io sazierò la mia sete gustando ogni singola goccia del frutto del godimento… Sì, scopa la tua puttana… Sì, spaccami il culo da troia… Sì, scopa la Dea rinata, voglio godere, voglio essere saziata, cazzi venite a me… continuate… così… Sì, ancora… spingi i falli dentro il mio corpo… la mia figa sta per esplodere… ancora… di più… li voglio… Sì, che sto… sto… sto… venendo!”

Alla fine, Anya, con spasmi del bacino, frutto della goduria, si lascia cadere esausta sul letto, il corpo tremante a causa delle forti contrazioni provocate dall’orgasmo, come una foglia che freme al soffio della brezza. Dopo qualche minuto, riceve le cure delle sue adepte, che le dispensano tenere carezze, baci lungo tutto il corpo e canti che inneggiano alla rinascita della Dea Scarlatta. Poi, sempre con estrema devozione, prendono una ciotola contenente un unguento lenitivo, che spargono negli anfratti dell’intimità provata, per portarle il sollievo meritato.

Capitolo IV – La vestizione della Dea, l’ascesa al trono

Il sole era ancora basso, e le prime luci scivolavano lungo i vetri color ambra della Sala del Silenzio, dove il rito avrebbe avuto inizio. Le Ancelle erano già in attesa: otto donne, diverse per età, forme e provenienza, ma identiche nell’aura — quella calma che nasce solo dalla dedizione assoluta. Nude, se non per veli sottili color porpora, sembravano figure dipinte nel tempo.

In quel giorno la Dea Scarlatta, colei che avrebbe presieduto l’Ordine salendo sul trono, metteva il proprio corpo a disposizione dei seguaci, affinché potessero venerare la sua femminilità. Gli adepti avrebbero potuto godere nel guardare, nel leccare, nel dispensare baci e carezze a colei che li avrebbe guidati alla ricerca del piacere nella promiscuità assoluta. Era il giorno in cui la sua bellezza veniva donata agli altri, affinché ne potessero godere.

Anya siede al centro, su un lettino basso di cedro e lino. Il suo corpo appare immobile, ma attraversato da un fremito sottile. Non è paura, ma attesa. Un desiderio sacro, una consapevolezza del proprio ruolo. Non più donna, ma simbolo e presenza viva della Dea Scarlatta.

Un tamburo lento risuona in un angolo della sala. Una melodia fatta di una sola nota vibra nell’aria, come se il tempo si fosse rallentato. Le Ancelle si muovono in perfetta sincronia, senza parole.

La prima, Ira, si avvicina con una ciotola d’argilla tra le mani. Dentro, una schiuma opalescente, densa e profumata di fiori rari e resine orientali. Con dita leggere, la stende con estrema lentezza sul monte di Venere di Anya, tracciando disegni circolari, quasi in trance, come se dipingesse un portale. Ogni movimento è un atto di devozione.

Poi giunge Mael, armata di una lama rituale, sottile come un sospiro. Con gesti lenti e precisi, passa il rasoio lungo la pelle tesa, rimuovendo ogni ombra. I peli scompaiono come nebbia al sole, lasciando la pelle liscia, chiara, vibrante. Non un taglio, nessuna esitazione: ogni passaggio è un invito alla perfezione.

Una terza ancella, Sinae, asciuga con un panno di seta, sfiorando più che toccando. La pelle, ora nuda e splendente, trema lievemente sotto le sue mani.

Kera, la più anziana tra le otto, porta con sé una fiala d’olio. Il profumo è sottile, inebriante, un misto di ambra, rosa e muschio. Con panni caldi, lo stende su tutta la zona appena rasata, massaggiando lentamente il pube, le cosce, le pieghe interne. Le dita si muovono come in una danza, un’alchimia fatta di pelle, calore e profumo. Il corpo di Anya comincia ad aprirsi, non solo nel senso fisico, ma in quello simbolico: sta per mostrarsi ai propri seguaci, infondendo in loro la gioia del piacere.

Il suo respiro si fa più profondo, le labbra leggermente dischiuse, gli occhi semichiusi. Nessuna parola viene detta. Non serve. I corpi parlano da soli.

L’ultima ancella, Ifra, porta in un paniere gli abiti che adorneranno la nuova Dea Scarlatta, per accompagnarla all’altare del desiderio, pronta a dispensare piacere, immolando sé stessa per il bene dell’Ordine, affinché questo possa continuare a prosperare nello splendore di un tempo.

Ifra prende la gonna per adornare i fianchi della Dea: un soffio di tessuto semi trasparente, color oro, che si posa con delicatezza sulla pelle di Anya, per preservarla dagli sguardi indiscreti dei presenti eccitati, prima che sia esposta all’avidità dei seguaci. Poi si dedica a coprire i seni con due bandierine che invitavano a immaginare, accarezzando più che a nascondere le sue colline, appoggiandosi come un alito di vento sui turgidi capezzoli, irrigiditi dall’eccitazione costante che si è completamente impadronita di lei.

Una volta terminata, le otto ancelle si dispongono attorno ad Anya in silenzio, come stelle attorno al sole. Il corpo della Dea scintilla sotto la luce calda della sala. Il suo pube, ora completamente liscio e profumato, brilla come una promessa. Le loro voci si uniscono in un sussurro cantato:

“La carne è pronta. Il Tempio è aperto. La Dea discende”.

Quando Anya aprì le gambe, non vi fu suono, ma un fremito collettivo attraversò i presenti. Era come se il Tempio stesso avesse trattenuto il respiro.

Uno ad uno, gli adepti si avvicinarono. Le labbra sfioravano con timore reverente la pelle tesa e lucida del pube divino. La vulva, consacrata e adornata solo dall’olio rituale, brillava come un sigillo sacro. Le lingue si muovevano lente, seguendo i gesti appresi nei testi antichi. Non era brama, ma venerazione attraverso il piacere.

Anya reclinò la testa all’indietro, chiudendo gli occhi. Il suo corpo tremava lievemente, non di timore, ma d’estasi crescente. Le Ancelle, poste dietro di lei, iniziarono a toccarla con estrema dolcezza. Le loro mani scivolavano sui suoi seni, li accarezzavano come reliquie vive. Le dita li stringevano, li sfioravano, li sollevavano in un gioco sottile di pressione e carezza.

Le bocche delle Ancelle si univano alla pelle della Dea, posandosi sul suo collo, sulle spalle, sulle orecchie, lasciando scie di baci morbidi e umidi. Due di loro si chinavano sul suo viso, baciandola con la lingua che si intrecciava, in una danza a tre fatta di respiri, labbra, desiderio.

Ogni carezza, ogni leccata, ogni sospiro era parte della cerimonia.

Anya gemeva in toni bassi, profondi, quasi cantati. La voce non era più sua: era della Dea che parlava attraverso il corpo. Il piacere salito in lei non era solo suo, ma dei presenti, degli spiriti del culto, delle mille donne che prima di lei avevano ricevuto l’adorazione della carne.

Quando il piacere esplose, non fu un urlo, ma luce: un tremito che attraversò tutto il tempio, una vibrazione che fece vibrare le corde interne degli adepti. Alcuni piangevano, altri tremavano, altri gemevano come bambini nel grembo materno.

Capitolo V – L’iniziazione degli adepti – Il rito della” Pioggia Dorata”

Gli adepti, prima di partecipare alla festa della carne e di banchettare con la Dea Scarlatta, dovevano essere introdotti al culto della “Pioggia Dorata”, antica arte che si perde nel tempo. Si narra che il Marchese De Sade, per prendersi gioco delle sue cameriere — chiamate anche “Maid” — le costringesse, nell’atto più intimo e segreto, davanti alla corte, versando i propri fluidi in ciotole d’argento, così da umiliarle sotto gli occhi di tutti nel mettere in mostra le proprie vulve. Poi lo “champagne dell’intimità” veniva versato nei calici ed offerto ai presenti.

I seguaci, attraverso questo atto, avrebbero purificato i propri corpi, ricevendo il liquido verginale delle ancelle, attraverso la purezza della loro fonte.

Le prescelte, coloro che avrebbero donato la bevanda proibita, iniziano il rito entrando nell’anfiteatro dedicato al culto, muovendosi all’unisono, come farfalle al primo battito di ali. Una alla volta salgono sul palco di pietra scura a semicerchio, dove sotto troveranno gli adepti pronti ad abbeverarsi alla fonte della purezza. Le ancelle, essendo vergini, venivano impiegate apposta per questo rito propiziatorio, atto all’inizializzazione della carne e del piacere, offrendo il succo della verginità stessa, dal sapore acre ma intensamente impregnato di significato: un dono esclusivo della Dea nei confronti dei propri seguaci.

Una volta raggiunta la vetta e ognuna al proprio posto, iniziano con doviziosa lentezza ad accovacciarsi di fronte ai presenti, divaricando con estrema armonia le proprie gambe, poi sollevano piano, piano, la tunica leggera e quasi trasparente, che dona loro un’aura di purezza. Una volta esposte alla sete del proprio pubblico, gli adepti scorgono le molteplici vulve, come ostriche aperte, nude e pronte ad inondare i partecipanti. Le ancelle sono addestrate apposta dalla propria Dea per infondere al rito un’aura di attesa, quasi a sottolineare la sacralità del gesto che stanno per compiere.

Prima di iniziare a donare il proprio “champagne”, prodotto direttamente dalle vigne dell’intimità, le ancelle si uniscono in un canto antico propiziatorio, affinché i cazzi dei presenti si possano fortificare dal ricevere la pioggia della purezza che sgorgherà dalle loro fonti.

Gli adepti sono protesi sotto di esse ed iniziano a bramare la fonte del piacere, sporgendo le proprie teste al fine che la bevanda del desiderio possa raggiungere le loro bocche, per assaporarne l’essenza. Così, all’improvviso, come un copione recitato più volte, dalle fighe protese delle ancelle zampilla il proprio liquido in maniera copiosa, tanto da indurre gli adepti, sotto di loro, a implorare il dono in maniera abbondante, accalcandosi con sfrenatezza per raggiungere più getti. Alla fine, vanno alla ricerca anche delle ultime gocce che continuano a scendere per il protrarsi dell’esposizione.

Capitolo VI – L’ascesa della Dea Scarlatta

La Sala del Rito era immersa in una luce dorata, filtrata dai veli rossi sospesi lungo le arcate. L’aria odorava di mirra, ambra e desiderio. Il silenzio, denso come miele, fu spezzato da una sola nota di flauto: il segnale.

La trepidazione dei presenti dava alla sala un’aura di dolce attesa, mentre a poca distanza iniziava il rito della preparazione.

Noreh, una delle ancelle, si inginocchia davanti ad Anya, con un piccolo vasetto di cristallo tra le mani. All’interno, un unguento caldo e lattiginoso, preparato secondo formule antiche. Non solo lubrificante, ma consacrazione viva: un fluido che avrebbe accompagnato il piacere della Dea e ne avrebbe amplificato la forza nel rito a venire.

Con gesti cerimoniali, lo applica, non in fretta, non con impudicizia, ma come si unge un idolo sacro: ogni movimento è un’offerta.

Le ancelle hanno un compito preciso: eccitare il corpo della Dea, iniziando dal suo ingresso, guidate dalla purezza del proprio spirito e indugiando sulle zone erogene che conoscono perfettamente. Questo consente il risveglio dei sensi, permettendo ai fluidi del piacere di inondare il sesso della Divina, così da essere pronta ad accogliere più cazzi possibili e donare profondo piacere. Gli unguenti sono d’aiuto soprattutto alla penetrazione del secondo anfratto, quello più desiderato dagli adepti, sapendo che la sete sfrenata di sesso avrebbe indotto i partecipanti a banchettare nell’orifizio secondario di Anya, succedendosi in maniera copiosa.

Solo le ancelle dedite alla preparazione si accorgono dell’aumento dell’eccitazione, individuando tra le pieghe delle grandi labbra, vicino alla fessura, una bavetta bianca, sinonimo inequivocabile che la figa sta iniziando a bagnarsi. Le ancelle sono pronte a cogliere il particolare e con grande maestria raccogliere il succo del piacere con panni di seta che accarezzano le zone erogene; qualche volta alcune hanno l’accortezza e l’audacia di passare la propria lingua, bramando di assaporare il succo della loro Dea.

Una volta preparata, Anya fa il suo ingresso avvolta solo da una sottile cappa scarlatta che lascia intravedere la leggerissima gonna che adornava i fianchi e la sottilissima seta del reggiseno che a malapena copriva la perfezione dei suoi seni, facendoli sobbalzare a ogni passo, mostrando le curve lucide del suo corpo consacrato. Ogni passo era lento, misurato, e al suo passaggio gli adepti si inginocchiavano, non in adorazione, ma in offerta. Erano nudi, i loro corpi preparati secondo le prescrizioni del Culto: puri, rasati, profumati. Erano lì per onorare la carne della Dea.

Anya salì sul podio circolare, iniziando a svestirsi completamente del tessuto che adornava il suo corpo, non per coprire ma per immaginare. Arrivò al centro della sala e si distese lentamente, come un animale sacro che si concede al sacrificio più dolce: quello del piacere.

Capitolo VII – Le Erranti, la rinascita

Nelle profondità della villa, dove le torce ardevano in eterno e i muri trasudavano secoli di silenziosa devozione, si trovavano le celle delle Erranti, celate agli occhi altrui e accessibili solo alle ancelle, che si prendevano cura di ciascuna di loro prima del giudizio finale.

Le Adepte cadute, denominate “Erranti”, coloro che avevano vacillato nella fede — non per tradimento, ma per il dubbio che ogni essere umano porta nella carne — avevano abbracciato l’arte della masturbazione, allontanandosi dal piacere promiscuo, preferendo il proprio corpo all’unione nell’orgia. Quando venivano riconosciute, venivano portate nella stanza dell’inquisitore, che riusciva a cogliere nella titubanza delle risposte la loro colpa. Così venivano marchiate con un collare su cui c’era il marchio della disubbidienza; venivano quindi costrette nella gabbia di castità, che copriva anche i capezzoli, affinché la mano non potesse accarezzare nessuna piega del proprio corpo.

Le ancelle avevano il compito di accudirle, ma prima avveniva il rito della vestizione nella sacra castità. Erano armature in acciaio a forma di costume, forgiate da mani sapienti di antichi fabbri, con lo scopo di custodire le proprie voglie ed obbligarle al desiderio senza poterlo appagare.

Il rito prevedeva la fase di preparazione attraverso la rasatura del pube, affinché il freddo della corazza imprigionasse la vulva, provocando una sensazione di disagio, poi le conducevano alle proprie celle, private di ogni cosa che potesse indurle al solo pensiero del piacere solitario.

Le ancelle provvedevano ai loro bisogni, vigilando su di loro, private anche della propria riservatezza nei momenti più intimi; poi si prendevano la necessaria cura nel lavarle. In questi momenti, quando veniva aperta la gabbia di castità, le ancelle più smaliziate approfittavano del potere assoluto che avevano nei confronti delle Erranti per mortificarle in continuazione, usando l’arte delle proprie mani durante la fase del lavaggio, passando maliziosamente la mano o le dita nei punti erogeni che individuavano alla perfezione. Quando una di queste poverette emetteva un accenno di gemito o lo sguardo si faceva più languido, a seguito del piacere procurato, l’ancella ritraeva immediatamente la mano, lasciando l’adepta in balia delle voglie. A volte si avvicinava all’orecchio e bisbigliava:

“Sei tanto figa ma anche terribilmente sola e solo io ho il potere di farti eventualmente provare l’agognato piacere; pensa come sarebbe bello leccartela, passando la lingua in ogni piega umida, magari potrei succhiare il clitoride indurito, pensa come potresti godere!”, per poi abbandonarla immediatamente alla sua castità.

Giorni prima del rito della Dea, le Erranti, venivano esposte nude agli occhi di tutti gli adepti, in gabbie molto strette, appese a circa 50 cm da terra, affinché nemmeno in quella posizione potessero osare di toccarsi per il proprio piacere. Compito degli adepti era quello di insultarle ed umiliarle, sputando sui loro corpi, al fine di esprimere il proprio disappunto sulla scelta fatta.

Nel giorno della Divina, venivano chiamate al rituale, nella speranza di raggiungere l’agognata espiazione delle proprie colpe. La punizione si consumava attraverso la fustigazione, dieci frustate, che si sarebbe elevata in rinascita, attraverso il loro sincero pentimento.

Un atto d’amore estremo voluto dall’Ordine stesso. E loro, consapevoli, avevano risposto al richiamo.

Completamente nude, con i polsi e le caviglie legati da catene di ferro brunito — non grezze, ma forgiate con simboli antichi di ritorno e perdono — venivano accompagnate lungo il corridoio centrale del tempio, precedute e seguite dalle Ancelle. Queste ultime, vestite di bianchi veli trasparenti, incarnavano la purezza e la possibilità del ritorno alla Luce della Dea. Il silenzio nella sala era totale. Nessun giudizio. Solo attesa.

Le Adepte venivano condotte al Muro del Supplizio, un’imponente parete di marmo color porpora scuro, con inserti d’oro e simboli a spirale che si accendevano alla luce delle candele. Vi venivano incatenate in piedi, le gambe divaricate, i corpi esposti e offerti ai flagellanti, non con vergogna, ma con la dignità del sacrificio sacro.

Alcune, vedendo nel muro sacro l’immagine del dolore, cercavano di divincolarsi dalle catene, piangevano alla ricerca di comprensione, per evitare l’umiliazione della carne, i loro sguardi trasudavano di paura e rabbia, perché nessuno le ascoltava o provava pietà.

Un Cerimoniere, completamente vestito di scuro, si fece avanti. Dalle sue mani colava un olio sacro, denso e aromatico, che veniva versato sulle schiene curve delle Adepte, poi spalmato con gesti lenti e misurati anche sui glutei e lungo i fianchi. Le mani del Cerimoniere, pur ferme, erano delicate. Ogni tocco era un atto di preparazione, non di condanna.

Poi, in trepido silenzio, entravano gli aguzzini, sollevando al cielo i flagelli rituali, strumenti non di distruzione, ma di trasfigurazione.

Il suono della prima frustata echeggiò come un battito di tamburo divino. La pelle si arrossava, ma non si spezzava. Le Adepte gemevano, il dolore avanzava inesorabile, così si abbandonavano al loro destino. Ogni colpo era una parola incisa sulla carne, ogni fustigazione un atto di espiazione e di rinnovamento.

Le Ancelle restavano vicine, sfiorando le mani incatenate, sussurrando preghiere e canti dolci, offrendo tenerezza a ogni colpo. I loro occhi dicevano: “Non sei sola. La Dea guarda. La Dea perdona”.

I gemiti si facevano sempre più incalzanti al ritmo delle sferzate, che l’aguzzino impartiva con maestria sul corpo ignudo dell’Errante; alcune piangevano, altre imprecavano, una chiedeva perdono e pietà al tempo stesso. I colpi erano studiati e secchi sulla pelle che trasudava dolore.

Dopo il decimo colpo, una delle Adepte — la più giovane — alzò la testa e gridò, con voce rotta ma ardente:

“Dea Scarlatta! Io ti sento! Rinasco nel mio dolore. La mia carne è tua. Prendimi!”.

A una a una, anche le altre trovarono le parole per chiedere il perdono ed essere riammesse al piacere promiscuo della carne; altre ridevano come liberate da un peso millenario.

“Prendi la mia pelle e fa’ che sia degna!”
“Fammi tua, mia Dea, io voglio ardere nel tuo nome!”.
“Offro la mia carne, perché ora so che è sacra!”

L’ultimo atto del rito fu l’abbraccio dell’olio rosso, versato dalle Ancelle sulle zone segnate, per lenire e consacrare.

Le penitenti, ora purificate, venivano sciolte dalle catene. Non cadevano, ma camminavano da sole verso l’altare, pronte a rientrare nel cerchio, riconosciute e accolte. Arrivate ai piedi del trono, si inginocchiarono in segno di gratitudine.

Anya le guardava con grande compassione, poi si alzò dal trono di velluto cremisi e pose la propria mano sulle teste delle pentite, esclamando a voce alta:

“Vi accolgo nel mio grembo, come una madre accoglie i propri figli, e voi ora siete le mie figlie”.

Il tempio esplose in un unico, silenzioso atto di compassione collettiva. La Dea alzò una mano, e la sala si illuminò per un attimo come se il piacere stesso avesse preso forma.

Capitolo VIII – L’orgia finale, il piacere della carne

Passati sei giorni dall’espiazione delle colpe – necessari per lenire le ferite della carne – le Erranti rientrarono nell’ordine. Pronte a tuffarsi nell’estasi promiscua, nel desiderio crudo.

Anya, la Dea Scarlatta, emerge dal trono come un’icona pagana scolpita nel desiderio eterno.

Corpo scolpito, l’olio sacro le velava la pelle chiara trasformandola in una superficie lucida, quasi liquida, dove la luce scivolava lenta.

Tette imperiali sode e pesanti con capezzoli rosa turgidi che puntano al cielo, vita stretta che sfumava in fianchi pieni e morbidi, le cosce avevano una rotondità viva, sostenuta, tremanti di anticipazione, figa imperiale rasata con labbra piene e leggermente dischiuse, brillavano di un’umidità calda, come un invito non dichiarato, il clitoride pulsante e visibile come un sigillo sacro, sporgente ed invitante.

Il culo rotondo era perfetto, buco stretto roseo pronto a tutto, capelli corvini sciolti sulle spalle, occhi verdi che trafiggono l’anima, labbra piene, rosse di sangue e promessa.

È la predestinata, consacrata dall’Ordine: non una donna qualunque, ma la Dea che eleva la carne a estasi. L’aria si addensa di mirra, ambra e il suo odore intimo di muschio caldo umido, irresistibile.

Si muove sensuale, serpentina, ipnotizzando gli adepti che cadono ai suoi piedi. Con tono basso, vellutato, quasi un sussurro che accende i cazzi dei presenti: “Erranti riconciliate con voi stesse e con l’Ordine sacro, ora tocca a me. Mi offro al piacere. Adepti donate i vostri cazzi pulsanti. Godiamo insieme, in nome della carne promiscua. Che questo fortifichi l’ordine che presiedo, io, predestinata Dea Scarlatta”.

Alzando la mano al cielo, con un gesto lento che fa fremere l’aria, esclama: “Inizia l’orgia. La mia figa vi accoglie. La mia bocca vi sazia. Il mio culo vi appaga. Così è deciso”.

L’Imperatrice nuda raggiunge l’altare del piacere. Si adagia con grazia, cosce che si aprono piano piano, figa esposta in tutto il suo splendore bagnato. Un adepto reverente le bacia l’interno cosce, la sua lingua risale lenta leccando con dovizia i succhi, le labbra si prendono cura del clitoride, prima piano, poi mordendolo con dolcezza, lei sospira in maniera profonda, arcuando la schiena, le tette ondeggiano.

“Assaporami, porco, lecca la fica divina”.

Afferra il primo cazzo eretto, lo accarezza sulla rotondità della cappella, proseguendo fino alle palle pesanti, lo lecca languida, assaggiando la pre-sborra salata: “Mmh delizioso”. Lo ingoia piano, la bocca calda lo avvolge, la cappella si gonfia, la testa che ondeggia sensuale, la saliva cola lenta sul mento e sulle tette.

Un altro adepto strofina la cappella sulla figa tumida, entra dolcemente, centimetro dopo centimetro: “Sii, riempimi piano, fammi sentire ogni vena dura”. I gemiti riempiono l’aria, mentre lui spinge profondo, il cazzo spesso le apre totalmente la figa.

Un terzo lubrifica il culo con unguenti sacri, il dito ruota lento nel buco stretto, poi prende il membro e lo infila: “Prendilo mia Dea”. Lei si inarca, sussurra “Ora più forte, sbattimelo, non fermarti, continua a pomparlo nel culo”, poi prosegue “Scaldate i vostri cazzi per me”.

Il ritmo cresce inesorabile, le mani strizzano nerchie tese, la bocca passa da cazzo a cazzo, leccando le palle gonfie, figa e culo vengono pompati. “Succhiate porci, fatevi duri per la vostra troia scarlatta”.

L’orgia esplode sugli adepti e le Erranti, la tensione monta selvaggia. Una Errante dalle tette enormi ma piene si lascia cadere, spalancando la figa rasata: due cazzi la riempiono, uno le spacca la figa schizzante di fluidi caldi, l’altro le sfonda il culo già dilatato, pompandolo in maniera sfrenata, lei urla “Fottetemi, riempitemi di sborra!”, succhiando un terzo cazzo fino in gola, la saliva e la pre-sborra colano sul mento gocciolante.

Accanto, un’altra spalanca cosce pallide e morbide, la figa viene leccata voracemente da una lingua esperta mentre un adepto le sbatte il cazzo in bocca: “Succhia troia, ingoia il cazzo che sta per sborrare!” Lei gorgoglia, squirta un fiotto di fica sul viso del leccatore, poi inonda con lo champagne della sua intimità i cazzi che la stanno martellano, la sborra schizza dentro la figa schiumando.

Le donne si scatenano arrappate: “Dammelo duro, cazzo bastardo!” afferrano i cazzi eretti, li infilano in fighe fradice, le bocche affamate pompano le nerchie che si offrono loro; culi dilatati ingoiano membri vogliosi: “Sbattilo porco, fammi male, lo voglio tutto!”

Le tette sbattono violente contro pance sudate, capezzoli pizzicati rossi, bacini contorti in orgasmi, le fighe schizzano pioggia dorata sui cazzi che le fottono, un’altra contrae la fica gridando “Sto venendo, sono la tua troia, la tua puttana, sborrami addosso non fermarti!”.

Il turpiloquio ruggisce ovunque: “Godi puttana schifosa, il mio cazzo duro ti spacca la fica da troia!”.

“Sborrami dentro, riempimi di sborra calda “.

“Prendi lo champagne della mia figa, ingoia tutto quello che ti dono, bevi porco, muovi quella nerchia nel culo fino a farmi squirtare!”

I cazzi pompano selvaggi, schizzando sborra, offrono a loro volta la pioggia del piacere nelle bocche spalancate delle troie, bagnando le fice vogliose che si aprono per accoglierla.

Le fighe esplodono in fiotti violenti e torrenziali, la sborra cola appiccicosa sulle tette e sulle pance, le cosce sono tremanti e scivolose, l’aria è densa di fica fradicia, fluidi acidi, goduria animale totale.

Le urla rimbombano nel tempio, le carni sbattono bagnate, promiscuità che annega tutto in un lago di piacere.

Anya continua nel suo sesso sfrenato che sta giungendo al culmine. Gli adepti la travolgono come belve: cazzi ovunque, tre in figa che la sfondano allargandola ai limiti del possibile, due nel culo, non più stretto, che la pompano in maniera crudele fino a riempirla di fluidi ed unguenti misti a sborra, bocca piena di nerchie che la soffocano, mani che strizzano cazzi che attendono il proprio turno.

“Scopate la vostra Dea, la vostra troia, sborrate e fluidificate dentro questa figa da puttana in calore!”, mentre le urla gutturali si susseguono ai gorgoglii.

Anya si trova a spompinare voracemente sei cazzi allineati, li ingoia a raffica, lingua che lecca le palle al culmine dell’esplosione: fiotti caldi le riempiono la gola, guance gonfie di sborra densa che ingoia e sputa mista ad altri fluidi, getti sul viso, tette imperiali impiastricciate, occhi incollati.

Lo squirting copioso le esplode dalla figa completamente devastata, fiotti potenti di fica e champagne intimo che bagna adepti e altare, in un’alluvione giallastro chiaro, raffiche di urla che sottolineano il godimento: “Venite bastardi, la Dea gode, donate la vostra sborra affinché la possa bere e dissetarmi, si datemi i cazzi, non smettete, fate godere la vostra puttana scarlatta, ancora…ancora…li voglio tutti…pompate, sto…sto…sto…sì vengo!!!”. Il corpo adesso è in convulsione totale, l’orgasmo la squassa da capo a piedi, tutti i buchi colmi di latte caldo e fluido fumante.

Tutti si fermano di colpo. Si inchinano al cospetto di Anya, corpi esausti tremanti nel riverbero del piacere divino, immersi in pozzanghere di sborra e fluidi caldi.

Capitolo IX – Il risveglio

Le luci del primo sole invadono i corridoi della villa di Biella, tornata allo splendore perduto. Corpi stremati – fighe arrossate, gonfie, stillanti pioggia dorata e sborra, cazzi molli gocciolanti di residui biancastri, facce impiastricciate di fluidi appiccicosi, pelli intrise di odore acre, si risvegliano piano piano dopo la notte d’orgia.

Anya si alza lenta, fluida di sborra che cola dalle tette al culo. Nessun grazie. Solo consapevolezza cruda: l’ordine rinasce. Lei ha il suo posto. Tutti hanno risvegliato la carne. La promiscuità ha vinto per sempre. La nuova Dea Scarlatta veglia su tutti loro, regina bagnata di piaceri proibiti.
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