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Prime Esperienze

Il gratta e vinci fortunato


di Membro VIP di Annunci69.it Marciotto
14.06.2026    |    132    |    0 8.7
"Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo la sicurezza di chi sa di avere il controllo totale della situazione..."
Erano le 13:15 di un calmo sabato estivo e l'aria all'interno del bar era pesante, satura del calore accumulato durante la mattinata e dell'odore pungente dei detergenti appena passati sui tavoli. Con la saracinesca già abbassata a metà, il locale era immerso in quella penombra tipica dei momenti che precedono la chiusura, quel limbo in cui il lavoro è quasi finito e si assapora già il riposo. La macchina del caffè emetteva gli ultimi, fiochi sibili, ancora calda e in pressione, pronta per essere spenta del tutto.
​Fu in quel momento di silenzio che il rumore metallico della saracinesca scossa aprì la via a una figura che interruppe bruscamente la routine di fine turno.
​Entrò una donna. Non una cliente abituale, ma una presenza che riempì immediatamente lo spazio stretto tra il bancone e i tavoli specchiati. Aveva circa cinquant'anni, un'età che portava addosso con una consapevolezza magnetica e sfacciata. Il vestito leggero, estivo, assecondava ogni linea del corpo flessuoso, lasciando scoperte le spalle e rivelando una scollatura generosa, accentuata dalla postura disinvolta. I capelli erano leggermente spettinati dal vento caldo esterno, e lo sguardo, incorniciato da un trucco leggero ma curato, si posò subito dietro il bancone, dritto nei miei occhi.
​«So che è tardi, ma mi farebbe un ultimo caffè? E mi dia anche un Gratta e Vinci», disse, con una voce bassa, leggermente roca, che risuonò insolitamente intima in quel locale vuoto.
​Guardai la macchina, poi la saracinesca dimezzata, e infine lei. C'era qualcosa nella sua espressione, una sorta di sfida ironica e sensuale, che mi spinse a non rifiutare. «D'accordo, l'ultimo della giornata», risposi, agganciando il braccetto d'acciaio al gruppo erogatore.
​Mentre il liquido scuro scendeva lentamente nella tazzina di ceramica, riempiendo l'aria del profumo tostato dell'espresso, porsi alla donna il primo biglietto. Lei si appoggiò al bancone, i gomiti piantati sul marmo lucido, una posizione che accentuava le sue forme e riduceva la distanza tra noi. Tirò fuori una moneta dalla borsa e iniziò a grattare con gesti lenti, quasi metodici.
​Il primo tentativo non portò nulla. «Un altro, per favore», disse senza sollevare subito lo sguardo, ma con un sorriso accennato che prometteva gioco. Poi ne chiese un terzo, un quarto, e poi ancora un altro. La sequenza divenne un rituale ipnotico: il rumore secco della moneta sulla superficie argentata, la polvere dorata che si accumulava sul bancone, il caffè che ormai si stava raffreddando, dimenticato accanto a lei. Ogni volta che un biglietto si rivelava perdente, i suoi occhi incrociavano i miei, carichi di una provocazione crescente, come se la posta in gioco non fossero le cifre stampate sulla carta, ma l'attenzione esclusiva che le stavo dedicando.
​All'ennesimo biglietto, l'atmosfera si fece ancora più densa. La donna si fermò un istante, mi guardò fissamente e, appoggiando una mano aperta sul bancone a pochi centimetri dalla mia, esclamò con un tono di voce che oscillava tra il serio e il faceto: «Facciamo un patto. Se in questo vinco mille euro, ti faccio un regalo che non dimentichi».
​La fortuna, quel giorno, decise di assecondare la sua sfrontatezza. La moneta scoprì la combinazione vincente, numero dopo numero, fino a confermare la vincita promessa. Mille euro esatti.
​La signora non esultò come avrebbe fatto un cliente comune. Rimase immobile per un secondo, guardando il biglietto, poi sollevò la testa. La sua espressione perse ogni traccia di ironia, lasciando spazio a una sensualità cruda, priva di qualsiasi pudore o esitazione. Si sporse in avanti, riducendo lo spazio vitale tra noi al punto che potevo avvertire il profumo intenso della sua pelle riscaldata dal sole dell'idillio estivo.
​«Bene», disse, mantenendo il tono basso e sicuro, gli occhi piantati nei miei. «Patto mantenuto. Ora dimmi: preferisci cinquanta euro di mancia o un bel pompino?».
​La proposta arrivò come una sferzata. Per un attimo il silenzio del bar sembrò amplificarsi, rotto solo dal ronzio dei frigoriferi in sottofondo. Rimasi immobile, lo stupore stampato in faccia, a valutare l'assurdità e la realtà di quel momento. Guardai il suo viso, i lineamenti maturi e magnetici, le labbra piene accentuate dal rossetto, la curva decisa del seno che premeva contro il bordo del bancone. La logica della giornata lavorativa si dissolse in pochi secondi, sostituita da un'eccitazione improvvisa e totalizzante che azzerò ogni dubbio.
​«Penso che la scelta sia ovvia», risposi, la voce leggermente più tesa del normale.
​Senza dire un'altra parola, uscii da dietro il bancone. Raggiunsi l'ingresso e, afferrando la maniglia della saracinesca, la tirai giù del tutto, facendo scattare la serratura con un colpo secco. Il bar fu avvolto da una penombra ancora più densa, tagliata soltanto dai riflessi delle luci soffuse sopra il banco e dalle lame di sole che filtravano dalle fessure del metallo, proiettando strisce luminose sul pavimento di graniglia.
​Quando mi voltai, lei era già al centro della sala, esattamente nello spazio vuoto tra le file di tavoli riordinati. Non c'era fretta nei suoi movimenti, solo la sicurezza di chi sa di avere il controllo totale della situazione. Si inginocchiò lentamente sul pavimento, mantenendo la schiena dritta e lo sguardo alto, fisso sul mio viso, mentre le mie mani andavano alla fibbia della cintura.
​L'impatto con la sua bocca fu immediato e calcolato. Il contrasto tra l'aria condizionata del locale e il calore umido delle sue labbra amplificò ogni sensazione. Iniziò il rapporto orale con una sapienza d'altri tempi, alternando movimenti lenti e profondi a stimolazioni più intense, sapendo esattamente come calibrare la pressione. Le sue mani, calde e dalle unghie curate, risalivano lungo le mie cosce per poi stringersi sui fianchi, guidando il ritmo con una determinazione assoluta.
​La sala del bar, solitamente teatro di chiacchiere banali e rumore di stoviglie, si era trasformata nel set di una scena erotica privata. Ogni dettaglio visivo era nitido: i riflessi d'oro dei suoi capelli sotto la luce artificiale, il movimento ritmico della sua gola, lo sfregamento leggero del suo abito sul pavimento pulito. Il piacere cresceva a ondate, alimentato non solo dalla fisicità dell'atto, ma dalla totale assenza di inibizioni di quella donna che, solo pochi minuti prima, era una perfetta sconosciuta.
​La tensione accumulata durante la giornata esplose in un climax intenso, che lei accolse senza sottrarsi, prolungando il contatto fino all'ultimo istante per assicurarsi che il piacere fosse completo.
​Quando si rialzò, lo fece con la stessa naturalezza con cui era entrata. Si sistemò i capelli con un gesto rapido delle dita, si passò un velo di rossetto davanti allo specchio del bancone e mi rivolse un ultimo, enigmatico sorriso d'intesa. Raccolse la borsa e il biglietto vincente, aspettando che riaprissi la serratura quanto bastava per farla scivolare fuori, nel primo pomeriggio estivo, lasciandomi solo nel bar a riordinare le ultime cose, con l'eco di un sabato decisamente fuori dal comune.
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