Prime Esperienze
un lavoro ben fatto parte 12
15.06.2026 |
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"Si accovacciò sopra di me, le cosce che si aprivano sopra il mio viso, la figa che scendeva verso di me..."
Ero pronta. Il profumo alla fragola che mi impregnava la schiena, i polsi e il collo era troppo dolciastro, quell'odore artificioso che sa di caramella scadente e adolescenza perpetua. Quasi trent'anni e odoravo come una ragazzina in un centro commerciale, ma la Signora aveva deciso così, spiegandomi che noi femmine dobbiamo sempre odorare di qualcosa di commestibile, di qualcosa che inviti alla bocca, e io avevo annuito senza fiatare, sentendo il tessuto sintetico del mio perizoma che già aderiva umido al precum che era fuoriuscito durante la sua spiegazione.Quando la Signora aprì la porta dell'appartamento dello zio, il colpo fu fisico, un pugno allo sterno che mi tolse il respiro. Lui era sul divano, ma non guardai né lui né il divano: mi concentrai sul modo in cui i suoi pantaloni di cotone consumato si increspavano sulle cosce, lasciando intravedere la forma pesante del pacco, e come la sua maglietta bianca, troppo stretta, si tendeva sull'addome lasciando scoperto un lembo di pelle dove spuntava l'ombelico, con il segno rosso dell'elastico dei boxer che affondava nella carne molle proprio sopra il bottoncino del jeans slacciato.
Stava leggendo dal mio portatile. Le mie parole. I miei racconti. Sentii il cuore battere nelle tempie, nelle orecchie, nel cazzo che mi si induriva contro la cerniera dei jeans, un dolore acuto che mi fece sibilare tra i denti.
La Signora lo salutò con quel tono da segretaria efficiente, spiegando che ero la sua nuova assistente, una ragazza di fiducia. Lo zio alzò appena gli occhi, un cenno secco, e tornò allo schermo. Non mi guardò. E quella non-cura fu più umiliante di qualsiasi insulto: ero lì, truccata, profumata, con il choker che mi stringeva il collo come un collare invisibile, e lui non vedeva nulla, o fingeva di non vedere.
Mi misi a pulire. Presi lo strofinaccio, mi inchinai. Non per pulire davvero, ma per mostrare. I miei squat erano perfetti, la tecnica che la Signora mi aveva imposto con le sue lezioni crude: giù fino a sentire i tendini delle cosce che bruciavano, il sedere che si spalancava contro il tessuto attillato dei jeans, le natiche che si modellavano a invitarlo sotto il denim. Volevo che notasse i muscoli che avevo costruito con diete e esercizi, le chiappe tonificate che ora offrivo al suo sguardo.
Spostai il letto per passare l'aspirapolvere, e feci uscire il gemito. Non quello involontario di prima, ma uno studiato, acuto, femminile, quella specie di sospiro tagliato che avevo imparato a produrre guardando video online. Lo zio alzò la testa. Questa volta mi guardò. Mi squadrò tutto il corpo, dagli stivali ai capelli, con uno sguardo che sentii come un dito che mi sfiorava la pelle, che mi penetrava sotto i vestiti.
Finsi di dovermi asciugare la fronte. Alzai il braccio destro, lentamente, facendo scivolare verso l'alto la maglietta corta fino a scoprire l'ombelico, il punto vuoto del mio ventre piatto, la pelle liscia e depilata che tremava leggermente per la tensione. Lo zio non si limitò a guardare: mi fissò con uno sguardo che bucava, che entrava dentro di me, che mi spogliava già nuda più di quanto non fossi. I suoi occhi scuri si posarono sul mio ombelico, poi scesero ai fianchi, al sedere tonico coperto solo da quel sottile strato di jeans.
Non potevo più fingere. Lo guardai. Lui reggeva lo sguardo, pesante, caldo, quasi accusatorio. Io, umilmente, abbassai gli occhi, e fu allora che vidi l'ingombro nei suoi pantaloni. Il cazzo gli premeva contro la stoffa, disegnando una curva dura e spessa che arrivava fino all'inguine, la forma del glande che si intravedeva sotto il cotone consumato. E accanto, sul tavolino, il mio portatile era aperto proprio su un file che conoscevo bene: "a casa dello zio.doc".
Fu quella lettura a gonfiargli il cazzo, o fu il mio corpo si offriva in ginocchio sul suo pavimento? Ero stato io, maschio che scriveva di desiderare lo zio, o ero stata io, femmina che si offriva a lui in quella stanza? Ero stato io o ero stata io?
In fondo, che differenza faceva, se il risultato era quella asta turgida che batteva contro la sua cerniera, e il mio cazzo altrettanto duro che premeva contro i miei jeans, macchiando il tessuto di una macchia scura di precum che sentii espandersi, calda e appiccicosa?
Continuai a pulire, muovendemi con movimenti più ampi, inarcando la schiena per offrirgli il profilo del mio culo, allungandomi per far scivolare la maglietta e scoprire la fascia del reggiseno. Ma lui aveva già ripreso a leggere, o fingeva di leggere, le dita che scorrevano sul touchpad mentre il suo cazzo rimaneva gonfio e duro, un puntone visibile che rifiutava di abbassarsi.
Mi muovevo sempre più frenetica, cercando di attirare la sua attenzione, quando lui si alzò. Il movimento fu brusco, la sedia che cigolava. Si sistemò i pantaloni con un gesto irritato, nascondendo l'erezione, e si diresse verso il bagno. Lo sentii chiudere la porta, il rumore metallico della maniglia, il click della serratura che girava. Pausa. Silenzio. Poi il click di nuovo: aveva aperto. La porta era chiusa, ma non a chiave: un invito chiaro che non si sforzava neanche di travestirsi da distrazione.
Mi avvicinai con passi felpati, il cuore che mi martellava nelle orecchie, il respiro affannoso che mi bruciava la gola. Mi inginocchiai davanti alla porta, sentendo il freddo delle piastrelle che mi penetrava nei jeans sottili. Appoggiai l'occhio alla fessura della serratura.
Lo zio era davanti al lavandino. Si era abbassato i pantaloni solo fino a metà cosce, in modo da tenere le palle appoggiate sul bordo freddo della ceramica. Il cazzo ce l'aveva in mano, duro, venoso, la pelle scura e ruvida che scendeva fino a metà glande, lasciando scoperta la punta lucida e scura, già bagnata di precum. Non si masturbava con fretta: i suoi movimenti erano lenti, metodici, si prendeva il suo tempo. Vedevo i muscoli del suo braccio destro che si contraevano, le vene che spuntavano sotto gli avambracci pelosi, il tendine del collo che si tendeva quando affondava il bacino in avanti.
Il suono arrivava anche attraverso la porta: quello schlupp schlupp asciutto della pelle che scorreva sulla carne, intervallato dal rumore viscoso, del precum che lubrificava il passaggio, quel suono liquido che faceva pensare a una bocca che masticava qualcosa di molle. Un chewing-gum masticato svogliatamente con la bocca aperta.
Le sue palle si alzavano e si abbassavano ritmicamente, la pelle scrotale che si tendeva e rilassava, le rughe che si spianavano e si riformavano a ogni spinta.
E poi lui alzò gli occhi. Dritti verso la serratura. Dritti verso di me. Incontrai il suo sguardo attraverso quella fessura di metallo, e per un attimo pensai che mi avesse scoperta, che si sarebbe arrabbiato, che avrebbe smesso. Invece no. Continuò a guardare verso di me, o verso la porta, con gli occhi socchiusi, la bocca leggermente aperta, il respiro che si faceva affannoso. Era un invito? Era una sfida? Non sapevo più cosa pensare, il mio cazzo era duro come non mai, premendo dolorosamente contro i jeans, il precum che mi aveva completamente inzuppato le mutande, creandomi una macchia fredda e appiccicosa sulla coscia.
Volevo aprire quella porta. Volevo entrare, inginocchiarmi su quelle piastrelle fredde, affondare il viso tra le sue cosce e prendere quelle palle in bocca, sentirne il peso sulla lingua, il calore della carne che pendeva. Volevo implorarlo di eiacularmi in gola, di riempirmi la bocca del suo sapore, di usarmi come troia di famiglia. Ma avevo paura.
Paura che aprendo la porta lui si spaventasse, smettesse di masturbarsi, mi cacciasse con vergogna. Forse ero solo una femminuccia codarda che proiettava la propria paura su di lui. Forse se avessi avuto il coraggio di girare quella maniglia, lui non si sarebbe nemmeno sorpreso: mi avrebbe semplicemente puntato quel cazzo pesante e venoso verso di me, sorridendo, e avrebbe sborrato dritto nella mia bocca aperta, schizzandomi la faccia di sperma caldo.
Mentre fantasticavo, perduta in questi pensieri che mi facevano tremare le mani, sentii il cambiamento nel suono. La mano si muoveva più veloce, schlupp schlupp schlupp, un ritmo frenetico, il respiro che si trasformava in un rantolo. Le sue ginocchia si piegarono leggermente, le cosce che si irrigidirono, i muscoli del culo che si contrassero sotto i pantaloni calati. E poi lo sentii: quel rumore liquido, secco, il suono della pelle che batteva contro la ceramica, il primo fiotto che schizzò con forza contro il lavandino, bianco e denso, appiccicoso. Un secondo, più abbondante, che colpì il rubinetto e colò lungo la ceramica. Un terzo, un quarto, ognuno con un suono diverso, a seconda di dove colpiva: ploc sullo smalto, gocce che rimbalzavano, il liquido che si accumulava in una pozza biancastra sul fondo.
Lui rimase lì, la testa reclinata all'indietro, il collo teso, le vene che pulsavano, il cazzo ancora in mano che gocciolava gli ultimi residui. Poi fece per aprire l'acqua, la mano che si muoveva verso il rubinetto, ma si fermò. Ci ripensò. Lasciò tutto lì, la sborra che iniziava già a colare verso lo scarico chiuso, filamenti bianchi che si attaccavano alla ceramica come colla. Si porto una mano sul cazzo a pulirlo dagli ultimi residui di sborra che poi lanciò verso lo specchio, segnandolo di tanti pallini di sperma in linea quasi retta, poi tirò su i pantaloni, nascondendo il cazzo ancora mezzo duro, e si diresse verso la porta.
Mi alzai di scatto, facendo in tempo ad allontanarmi e a fingere di sistemare una tenda. Lui uscì, passandomi accanto così vicino che sentii il calore del suo corpo, l'odore forte del suo sudore. Mi guardò, o guardò la mia direzione, e disse con quella voce roca che mi faceva venire i brividi: "Il bagno è da pulire."
La Signora, che era in corridoio, intervenne prontamente: "Non parla italiano, è straniera."
Lo zio fece un mezzo sorriso, quel sorriso da uomo che sa di essere stato visto, che sa di aver lasciato una traccia. "Meglio così," disse, e la Signora rise, una risata breve che suonò come una conferma di complicità.
Entrai in bagno. La porta si chiuse dietro di me. E lì, sul lavandino, c'era il suo sperma ad attendermi. Quanta volte avevo sognato questo momento, immaginando il sapore dolciastro, il profumo muschiato di maschio dominante. Mi avvicinai, chinandomi con la faccia fino a sfiorare la ceramica con il naso, e l'odore mi colpì come uno schiaffo: era fortissimo, ammoniacale, sapeva quasi di detergente per pavimenti all'ammoniaca. Mi lacrimarono gli occhi, non solo per l'acredine del sentore, ma per la delusione. L'avevo così tanto idealizzato, immaginato come nettare sacro, e invece era questo, amaro e clinico.
Ma avevo imparato la lezione della Signora. Non dovevo fare la schizzinosa. Quando qualcosa mi sembrava troppo umiliante, significava che non mi ero umiliata abbastanza. Portai il dito alla pozza biancastra, toccando la consistenza gelatinosa, viscosa, che si attaccava alla pelle come una colla bianca. Me lo portai alla bocca, assaggiando. Il sapore mi fece contrarre il viso: amarissimo, acre, metallico, un retrogusto che mi ricordava il cloro o il disinfettante.
Sentii dei passi fuori dalla porta. Mi buttai in ginocchio davanti al water, fingendo di pulire la tavoletta con lo strofinaccio, il cuore che mi batteva all'impazzata. La porta si aprì. Non era lo zio. Era la Signora.
Mi guardò con gli occhi freddi, poi vide lo sperma ancora lì sul lavandino e sullo specchio. Il suo volto si incrinò in un'espressione di disapprovazione severa. "Il water è sempre l'ultima cosa che si pulisce," mi rimproverò a voce bassa, tagliente. Poi vide lo sperma, e non capì. "Perché non l'hai pulito con la lingua? Credevo fosse il tuo sogno, bambolina."
Non risposi. Lei si avvicinò al lavandino, guardò la pozza biancastra, poi me, poi di nuovo lo sperma. Si portò il dito alla bocca, assaggiando. Fece una faccia, capendo immediatamente il problema. Anche lei sentì quel sapore acre, quell'amarezza clinica. Ma non mi rassicurò. Anzi, i suoi occhi si fecero più duri.
"Sei viziata," disse piano. "Hai imparato a essere troppo esigente. Devo educarti meglio."
Uscì dal bagno. La sentii avvicinarsi allo zio, sentii il sussurro di parole che non capii, poi una risata maschile, profonda, quella dello zio. La Signora tornò, chiuse la porta a chiave con un gesto secco, il click metallico che rimbombò nella stanza piccola.
Senza dire una parola, si abbassò le mutandine. Erano quelle brasiliane che avevo comprato io, il pizzo nero che si increspava sulle sue cosce mature. Mi fece sdraiare nella vasca da bagno, la ceramica fredda che mi imprimeva sulla schiena, i bordi che mi scavavano nelle scapole. Mi fece un gesto col dito sulle labbra: silenzio.
Si accovacciò sopra di me, le cosce che si aprivano sopra il mio viso, la figa che scendeva verso di me. E l'odore mi colpì: muschiato, salato, intenso, ma in mezzo a tutto, tra le sue pieghe, sentii qualcosa di familiare. Quello stesso odore di palle che avevo sentito al trentenne, quella nota terrosa sottostante che non doveva esserci. Come era possibile? Ma non ebbi tempo di pensarci.
Sentii il primo rivolo d'urina colpirmi il naso, caldo, ammoniacale, un getto che mi riempì le narici. Non potevo permettermi di puzzare di piscio, non davanti allo zio, quindi aprii la bocca, la spalancai come una troia assetata, e presi tutto dentro. Il flusso mi riempì le guance, caldo, denso, dal sapore salmastro e metallico. Ma lei si interruppe, si trattenne, mi diede il tempo di ingoiare. Lo feci, sentendo il liquido scendere giù per la gola, riempirmi lo stomaco, gonfiarmi la pancia di quel calore umido e maleodorante. Poi ricominciò, e di nuovo si fermò, e di nuovo ingoiai, in un ritmo che mi faceva sentire come una cagnolina addestrata, grata per quella gentilezza che mi permetteva di bere senza soffocare.
Quando finì, sentii la mia pancia piena, pesante, il calore che si espandeva. Aspettai la carta igienica, ma lei non si mosse. Invece, abbassò di più il bacino, appoggiando la figa sul mio viso. Capii. Dovevo leccare. Pulire con la lingua. Iniziai dalle labbra gonfie, il sapore salmastro misto all'acido dell'urina, poi salii verso il clitoride, trovandolo duro, piccolo, turgido. Leccai con movimenti circolari, sentendo le grandi labbra che mi sfregavano sul naso, l'umidità che mi copriva la faccia.
Quando lei emise il più piccolo dei gemiti, un suono strozzato che uscì dalle sue labbra, mi posò una mano sulla fronte, spingendomi indietro. "Basta," disse, il respiro affannoso. "Poi continuiamo a casa."
Mi alzai dalla vasca, le gambe molli, la faccia bagnata di urina. Andai dritto verso il lavandino. Dovevo togliermi il sapore della sua urina, dovevo cancellare quell'amarezza con qualcos'altro. Raccolsi il sperma dello zio, prima con un dito, me lo misi in bocca, masticando la consistenza gelatinosa. Poi ne presi di più, nel palmo della mano, e mi leccai il palmo come un animale, raccolgendo ogni goccia. Non bastava. Volevo bocconi più grandi, volevo ingoiare tutto in una volta.
Mi chinai sul lavandino, appoggiando le guance sulla ceramica fredda, e leccai direttamente dalla superficie, raccogliendo i fiotti che si stavano già rapprendendo, filamenti bianchi che si attaccavano alla mia lingua. Era amaro, acre, chimico, ma ogni passata di lingua toglieva un po' del sapore del piscio della Signora, e questo mi bastava. Lavorai il lavandino con la bocca, succhiando la ceramica, raccogliendo ogni residuo, finché non rimase che un alone lucido di saliva mista a sperma.
Quando mi rialzai, notai qualcosa che mi aveva sfuggito. Sullo specchio sopra il lavandino, a poca distanza dal viso, c'erano delle goccioline di sperma che avevano schizzato fin lì, piccole perle bianche che colavano lentamente lungo la superficie riflettente, lasciando strisce viscose che oscuravano il vetro.
Mi avvicinai, curiosa, il respiro affannoso che appannava lo specchio davanti alle mie labbra. Mi guardai. Vidi il mio riflesso: gli occhi grandi e scuri, truccati come quelli di una ragazza, ma con il nero che già si rigava per il sudore e l'orina, le guance arrossate, le labbra gonfie e rosa ancora sporche di sperma e saliva: quel riflesso, quella immagine di me stessa così degradata, così trasformata in oggetto di desiderio e umiliazione, mi accese un fuoco nuovo nell'inguine. Spalancai gli occhi, fissando me stessa nello specchio con uno sguardo di pura eccitazione animalesca, la lingua che fuoriusciva dalla bocca, lunga e bagnata.
Mi avvicinai al vetro, appoggiando il naso contro quelle gocce bianche, e iniziai a leccare. La lingua che si stendeva, piatta e larga, raccoglieva lo sperma tiepido dal vetro freddo, sentendo la consistenza collosa che si attaccava alla superficie ruvida della mio lingua. Mi guardavo mentre lo facevo: gli occhi spalancati, dilatati, neri e lucidi di eccitazione, che fissavano il mio stesso sguardo nello specchio; la bocca aperta, la lingua che si muoveva in movimenti circolari, lasciando strisce di saliva mista a sperma sul vetro.
Ogni leccata mi mostrava una nuova immagine di me stessa: la femminuccia che pulisce con la lingua i residui di un uomo, la troia che lecca lo specchio e la creatura intermedia che avevo sempre desiderato essere. Il sapore amaro si mescolava alla vista del mio viso così sfatto, così pronto, così disponibile. Mi eccitava vedere me stessa in quello stato, gli occhi spalancati e supplichevoli, la lingua protesa a raccogliere ogni ultima goccia, il choker che brillava al collo mentre ero chinata come una cagnolina.
Leccai fino a quando non rimase che una patina opaca di saliva sul vetro, il mio respiro che continuava ad appannare lo specchio, creando e ricreando quella nebbia che mi nascondeva e rivelava allo stesso tempo. Quando finalmente mi girai, vidi la Signora che mi guardava con un sorriso soddisfatto, quasi orgoglioso. E io sapevo, con certezza assoluta che mi scaldava il ventre più del liquido che avevo ingoiato, che al di là di quella porta, attraverso il buco della serratura, lo zio aveva guardato tutto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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