Quando arriva lui
YourBestItalianFrien
Ore 23:47.
Eccolo.
Lo sentivo arrivare già da un po’, quel bastardo.
All’inizio non dice niente, non ne ha bisogno. È una presenza.
Un leggero movimento da qualche parte tra lo stomaco e il cervello, un pensiero che compare mentre stai facendo tutt’altro e che inizialmente riesci persino a ignorare. Ad ogni modo poi torna comunque.
Una donna vista quel pomeriggio, due gambe, un profumo rimasto inspiegabilmente nella memoria.
Una scena, un ricordo, qualcosa che non sapresti nemmeno spiegare.
E pian piano quel pensiero comincia a occupare spazio, conoscevo bene quel pensiero.
«Dai.»
«Dai cosa?»
«Lo sai.»
Certo che lo sapevo.
E c’è una cosa che, negli anni, ho capito di me.
Non sono mai stato quello che entra in un posto e cerca automaticamente la più bella, anzi.
La bellezza perfetta, quella universalmente riconosciuta, qualche volta mi annoia persino.
Ho sempre funzionato diversamente, mi basta un dettaglio, uno soltanto.
Può essere una bocca, il modo di accavallare le gambe, un culo imperfetto ma terribilmente armonioso.
Un paio di occhi che, mentre tutti ridono, rimangono seri mezzo secondo più degli altri.
Una voce roca.
Le dita.
Il modo di pronunciare una parola.
Una risata sguaiata che stona completamente con un viso elegantissimo.
Una donna può non essere quella che tutti gli uomini della stanza stanno guardando e diventare comunque, per me, improvvisamente la più interessante.
Perché trovo qualcosa, quel dettaglio, e appena lo trovo succede il casino.
La bellezza smette di interessarmi e comincia la curiosità.
La guardo parlare e mi domando come possa essere quando smette di controllarsi.
Quanto sarà diversa nell’intimità da quella che sto vedendo adesso?
Sarà timida?
O magari quella voce educatissima cambia completamente quando perde il controllo?
Chissà come geme, chissà quanto è porca quando si sente davvero libera di esserlo, se le piacciono le parole sporche, chissà se le piace guardare negli occhi mentre sta facendo godere una persona, chissà se quando gode perde completamente la consapevolezza dello spazio tempo, chissà se dietro quella faccia assolutamente innocente si nasconde una fantasia che non ha mai confessato nemmeno alla persona con cui dorme.
È sempre stato il contrasto quello ad accendermi, ciò che vedo contro ciò che potrebbe esserci.
La distanza tra la persona socialmente presentabile e quella che immagino esistere quando vengono chiuse le tende.
Perché è vero che un bel corpo è un bel corpo, lo guardi, lo apprezzi e finisce tutto li approssimativamente.
Il mistero, invece, è un’altra cosa, permette alla mente di lavorare.
E la mia, quando trova abbastanza spazio, lavora decisamente troppo.
Forse è anche per questo che non ho mai avuto un “tipo” preciso.
Non ho mai capito quelli che riescono a dire:
«A me piacciono le bionde.»
Come le bionde?
Tutte?
E se una mora ha quella cazzo di cosa che ti manda fuori di testa?
«A me piacciono magre.»
«A me formose.»
«A me alte.»
«A me basse.»
Io non lo so cosa mi piace, o meglio : lo so quando lo vedo.
Può essere qualcosa di fisico, di caratteriale, un modo di guardarmi che dura un secondo.
E da quel secondo la mia testa è perfettamente capace di costruire due ore di film.
Il problema è che quando arriva lui, quel bastardo della pulsione, questo meccanismo diventa ancora più potente.
Non gli basta più osservare, vuole sapere, immaginare, aprire tutte quelle porte che durante il resto della giornata rimangono educatamente chiuse.
E quel momento era appena arrivato, quello in cui il telefono smette improvvisamente di essere un telefono e diventa una porta, dietro la quale può esserci qualunque cosa.
All’inizio conservi ancora una certa dignità, i tuoi gusti, le tue "categorie", sai perfettamente cosa ti piace e cosa no.
O almeno credi di saperlo.
Cerchi qualcosa, guardi e... niente.
Avanti, un’altra cosa.
Niente.
Poi un’immagine trattiene il dito sullo schermo mezzo secondo più del previsto.
Torni indietro.
«Questa?»
Forse.
Guardi ancora.
No.
Avanti.
La cosa meravigliosamente inquietante è che più aumenta l’eccitazione, più sembra allargarsi il catalogo.
Quello che dieci minuti prima non avresti cercato comincia a diventare curioso.
Una donna, un’altra donna, poi un corpo completamente diverso.
Un uomo.
Una trans.
Una situazione che non avevi previsto.
Qualcosa che normalmente avresti oltrepassato e che invece, in quel momento, ti costringe a fermarti.
Il dito rimane immobile.
Gli occhi no.
«Ah.»
Ecco.
Quell’“ah” è pericoloso.
Perché significa che una porta che credevi chiusa forse non aveva nemmeno la serratura.
Ed è lì che il desiderio diventa interessante.
Non quando ti mostra quello che sai già di volere.
Quando ti fa voltare verso qualcosa che, a mente fredda, avresti giurato non ti interessasse.
Continuavo a scorrere.
Sentivo crescere quella sensazione familiare.
La mente diventava progressivamente più leggera e contemporaneamente più sporca, più libera.
O forse soltanto meno selettiva.
Non lo so.
So soltanto che quella voce continuava.
«Avanti.»
E improvvisamente mi venne da ridere.
Perché non era la prima volta.
Non era neanche lontanamente la prima.
Cambiano gli anni.
Cambiano le persone.
Cambiano i telefoni.
Quel bastardo, invece, sembra non invecchiare mai.
E senza sapere perché mi tornò in mente quella cazzo di cucina.
Avevo poco più di vent’anni.
Una di quelle feste che cominciano con l’intenzione di bere qualcosa e finiscono con quaranta persone che devono capire dove cazzo dormire.
La casa sembrava reduce da un bombardamento.
Bicchieri ovunque.
Vestiti abbandonati.
Scarpe senza proprietario.
Una sedia inspiegabilmente rovesciata in corridoio.
Qualcuno aveva conquistato il divano.
Altri avevano steso coperte per terra.
Due persone dormivano praticamente sotto un tavolo.
C’era gente in ogni stanza.
Quando dico trenta o quaranta persone non è un modo di dire.
Eravamo davvero una piccola comunità temporanea di ubriachi.
A un certo punto si spensero quasi tutte le luci.
Uno dopo l’altro cominciarono a crollare.
Silenzio.
O qualcosa che gli assomigliava.
Respiri.
Russate.
Qualche risatina soffocata proveniente da un angolo.
Io ero finito in cucina.
Per terra.
Nel buio.
E indovinate chi arrivò.
Lui.
«Dai.»
«Ma sei coglione?»
«Dai.»
«Ci sono quaranta persone.»
Silenzio.
«Appunto.»
Ecco.
Questa è la parte della mente maschile che ancora oggi non sono riuscito a comprendere completamente.
Quell’impulso capace di presentarsi nella situazione meno indicata possibile e comportarsi come se fosse perfettamente ragionevole.
Avevo intorno persone che conoscevo.
Amici.
Amiche.
Qualcuno era a pochi metri.
Qualunque essere umano dotato di una quantità minima di buonsenso avrebbe semplicemente chiuso gli occhi.
Io invece ero sveglissimo.
Nel buio tutto diventava amplificato.
Il rumore di qualcuno che si girava.
Un respiro poco distante.
Il fruscio di una coperta.
Una gamba intravista nella poca luce che arrivava dal corridoio.
Non succedeva niente.
Ed era proprio quello il problema.
Perché quando non succede niente, la mente può inventare tutto.
Quella gamba apparteneva a una ragazza che conoscevo appena.
Dormiva.
Non c’era alcuna storia.
Nessun invito.
Niente.
Eppure bastava quella presenza, il buio, la vicinanza di tutti quei corpi addormentati perché la fantasia facesse il resto.
Era la situazione stessa a essere erotica.
Il proibito.
Il rischio di essere scoperto.
La necessità di rimanere immobile quando qualcuno si muoveva.
Il cuore che accelerava per un rumore stupido.
La consapevolezza di trovarmi nel posto meno adatto del mondo.
A vent’anni avevo inoltre sviluppato una teoria scientifica interessantissima:
se io non vedevo gli altri, gli altri automaticamente non potevano vedere me.
La mattina successiva scoprii che la teoria necessitava di qualche revisione.
Mi svegliai tardi.
In cucina c’era già gente.
Mi alzai cercando di comportarmi normalmente.
Uno mi guardò.
Sorrise.
Io lo guardai.
«Che cazzo ridi?»
«Niente.»
Un altro abbassò la testa dentro la tazza.
Rideva.
Una ragazza mi passò accanto e disse soltanto:
«Buongiorno.»
Ma lo disse in quel modo.
Quel modo che significa:
Io so.
«Buongiorno.»
Mi sedetti.
Qualcuno mi diede una pacca sulla spalla.
Senza motivo.
In quel momento capii.
Se n’erano accorti.
Forse non tutti.
Abbastanza.
Avrei preferito essere interrogato dalla polizia.
Ore 00:03.
Ero nuovamente nel presente.
Telefono ancora in mano.
Sorrisi.
«Che coglione.»
Ma la pulsione non aveva nessuna intenzione di lasciarsi distrarre dai ricordi.
Continuava.
Avanti.
Una cosa.
Un’altra.
Ogni volta cercando quel piccolo scatto.
Quella frazione di secondo in cui il cervello dice:
Aspetta.
E mentre cercavo mi accorsi di una cosa.
Non stavo più cercando una persona.
Stavo cercando una sensazione.
È diverso.
Molto diverso.
Quando desideri una persona, vuoi quella.
Quando desideri una sensazione, qualunque cosa sia capace di provocarla può improvvisamente diventare interessante.
Ed è lì che la memoria decise di aprire un altro cassetto.
Internet.
Una donna.
Una macchina.
E parecchi chilometri di strada.
All’epoca conoscere qualcuno online aveva ancora un fascino diverso.
Poche fotografie.
Connessioni lente.
Messaggi.
Telefonate.
Il resto dovevi immaginarlo.
E io ero bravissimo a immaginarlo.
Lei aveva una voce bellissima.
Calda.
Di quelle che trasformano una telefonata normale in qualcosa che continui a ripensare anche dopo aver riattaccato.
Cominciammo a sentirci.
Una sera.
Poi un’altra.
Le conversazioni diventavano progressivamente più audaci.
Niente sembrava abbastanza vicino.
A un certo punto decidemmo di incontrarci.
Parecchi chilometri.
Oggi probabilmente mi chiederei se ne valesse la pena.
Allora no.
Allora salii in macchina.
Durante il viaggio la fantasia lavorò per tutto il tempo.
La immaginavo.
Ricostruivo il suo corpo partendo dalle fotografie.
La voce.
Le cose che mi aveva detto.
Quando il desiderio possiede pochi dati, completa da solo il resto.
Ed è estremamente generoso.
Arrivai.
Parcheggiai.
Aspettai.
Poi la vidi.
E ci fu un momento magnifico.
Il momento nel quale la fantasia incontra la realtà e le due devono decidere se andare d’accordo.
La realtà aveva qualche dettaglio che le fotografie non avevano ritenuto necessario comunicare.
Tra le altre cose, le mancavano gli incisivi davanti.
Il mio cervello si fermò.
Giuro.
Una parte di me disse:
«No.»
Quella parte era seria.
Ragionevole.
Perfettamente lucida.
Poi intervenne lui.
Il bastardo.
Guardò la situazione.
Guardò i chilometri percorsi.
Guardò lei.
Guardò me.
E pronunciò una delle frasi più pericolose della storia dell’umanità:
«Ormai sei arrivato fin qui.»
Ancora oggi, quando ci penso, rido.
Perché quella frase contiene tutto.
Desiderio.
Testardaggine.
Pulsione.
Giustificazione.
E soprattutto la capacità straordinaria che abbiamo di spostare un limite quando siamo già abbastanza vicini a superarlo.
Rimasi.
Non perché fossi costretto.
Non perché non potessi andarmene.
Rimasi perché in quel momento il desiderio pesava più del criterio con cui, poche ore dopo, avrei giudicato quella decisione.
Ed è questa la cosa che mi interessa.
Il me che partì e il me che tornò a casa erano la stessa persona.
Ma avrebbero votato diversamente.
Ore 00:17.
Continuavo.
Ormai la pulsione aveva raggiunto quella fase nella quale tutto diventa più intenso.
Anche i ricordi.
Mi passò davanti qualcosa che normalmente non avrei cercato.
Mi fermai.
Poi un’altra immagine.
Diversa.
Ancora.
La mia curiosità sembrava essersi liberata dalle categorie.
Mi accorsi che la domanda non era più:
«Mi piace?»
Era:
«Mi eccita adesso?»
Ed è una differenza enorme.
Perché mi piace pretende quasi una dichiarazione d’identità.
Mi eccita adesso non pretende niente.
È un fatto.
Accade.
Fine.
E forse è proprio per questo che certe fantasie arrivano soltanto quando siamo molto eccitati.
Perché non chiedono il permesso alla persona che crediamo di essere.
Entrano.
Si siedono.
Aspettano.
E qualche volta scopriamo che non abbiamo tutta questa voglia di cacciarle.
Mi tornò in mente un altro episodio.
Una sera.
Tardi.
Troppo tardi per prendere decisioni intelligenti.
Avevo quella fame addosso da ore.
Avevo cercato di ignorarla.
Niente.
Avevo fatto altro.
Niente.
E più cercavo di occuparmi di qualcosa, più lei tornava.
Alla fine cercai compagnia.
Non amore.
Non romanticismo.
Nemmeno bellezza.
Compagnia.
Volevo arrivare al silenzio.
Perché questo, col tempo, avevo cominciato a capirlo.
Qualche volta non cercavo l’orgasmo per il piacere.
Lo cercavo per ciò che arrivava immediatamente dopo.
La pace.
Quella sera incontrai una donna molto più grande di quanto mi aspettassi.
Molto.
La vidi.
Mi vide.
Ci fu un istante in cui avrei potuto semplicemente salutare.
Il bastardo dentro di me mi precedette.
«Sei qui.»
Era diventato tutto incredibilmente semplice.
Non bello.
Non brutto.
Semplice.
La pulsione aveva ridotto il mondo a due sole possibilità:
prima e dopo.
Io ero ancora nel prima.
Volevo arrivare al dopo.
Ore 00:31.
Adesso ero vicino.
Lo sentivo.
La ricerca era diventata quasi inutile.
Non serviva più trovare qualcosa.
Serviva soltanto non interrompere quella traiettoria.
Ed è proprio in quel momento che mi accorsi di quanto lontano fossi arrivato dal punto di partenza.
Avevo cominciato cercando una donna.
Adesso sullo schermo passavano corpi, situazioni, fantasie completamente differenti.
Alcune familiari.
Altre no.
Alcune avrei potuto raccontarle tranquillamente.
Altre probabilmente le avrei negate persino sotto interrogatorio.
Eppure ero io a guardarle.
Nessuno mi obbligava.
Quindi?
Il bastardo sembrava divertirsi.
«Ti piace?»
«Non rompere i coglioni.»
«Non ho chiesto questo.»
Aveva ragione.
Non era quella la domanda.
Mi eccitava?
In quel momento sì.
E allora decisi di non scappare dalla risposta.
Per una volta niente classificazioni.
Niente:
questo sì.
questo no.
questo è da me.
questo non sono io.
Lasciai semplicemente che la mente facesse quello che voleva fare.
Senza trasformare ogni fantasia in un’identità.
Senza processarla.
Senza assolverla.
Solo osservandola.
L’eccitazione salì ancora.
Poi arrivò quel punto.
Quello che conoscevo.
Quello nel quale il resto del mondo comincia a sparire.
I pensieri si restringono.
Il tempo sembra diventare più corto.
La respirazione cambia.
Il corpo pretende tutta l’attenzione.
E per qualche secondo non esiste più niente.
Niente lavoro.
Niente problemi.
Niente domani.
Niente ieri.
Niente morale.
Niente analisi.
Solo presente.
Poi l’onda arrivò.
Mi attraversò.
E passò.
Silenzio.
Assoluto.
Rimasi fermo.
Respirai.
Una volta.
Due.
Guardai il telefono.
Ciò che stavo osservando era ancora lì.
Lo stesso.
Identico.
Non erano trascorsi minuti.
Erano trascorsi secondi.
Eppure lo guardai come se qualcuno avesse cambiato tutto mentre avevo gli occhi chiusi.
«Mah.»
Eccolo.
L’altro.
Il me di dopo.
Puntuale come un impiegato statale.
Quello di prima era scomparso.
Niente più urgenza.
Niente più ricerca.
Niente più bisogno di vedere cosa ci fosse dopo.
Chiusi tutto.
Appoggiai il telefono.
E rimasi lì.
Fu allora che mi accorsi della cosa più strana.
Non mi interessava più quasi nulla di ciò che pochi secondi prima sembrava irresistibile.
Non mi disgustava.
Semplicemente aveva perso il potere.
Come quando accendono le luci in discoteca.
Fino a un minuto prima quel posto era misterioso.
Corpi.
Ombre.
Musica.
Possibilità.
Poi accendono i neon.
Bicchieri di plastica per terra.
Gente sudata.
Un cameriere che raccoglie.
La magia non è sparita.
È finita.
Guardai il soffitto.
E pensai alla cucina.
Alla donna conosciuta online.
A quella sera in cui avevo cercato compagnia soltanto per arrivare al silenzio.
A tutte le volte in cui avevo fatto qualcosa che l’uomo di dopo aveva successivamente giudicato con una severità quasi comica.
Per anni avevo risolto la questione con una frase.
«Ero arrapato.»
Comodissima.
Tre parole e hai spiegato tutto.
Ma quella notte non mi bastò.
Perché se quello di prima non fossi io, allora chi cazzo sarebbe?
Un intruso?
Un animale che prende possesso del corpo per mezz’ora?
No.
Ero io.
Esattamente quanto quello che adesso se ne stava tranquillo a fissare il soffitto.
Soltanto che i due sembravano conoscere verità differenti.
Quello di prima non aveva paura di desiderare.
Quello di dopo non aveva paura di giudicare.
E forse avevano torto entrambi.
Mi girai.
Presi nuovamente il telefono.
Per un secondo pensai di riaprire ciò che avevo appena chiuso.
Non per eccitarmi.
Non ne avevo più voglia.
Volevo semplicemente guardarlo con gli occhi dell’altro.
Capire.
Il dito rimase sospeso.
Poi lasciai perdere.
Sorrisi.
«Domani.»
Dal fondo della testa mi sembrò quasi di sentirlo.
Quel bastardo.
Lontanissimo ormai.
Quasi addormentato.
«Domani torno.»
Lo sapevo.
Sarebbe tornato.
Magari per una donna bellissima.
Magari per una che bellissima non era affatto.
Magari soltanto per una bocca.
Una voce.
Un paio di mani.
Una risata.
Un modo di guardarmi.
Quel dettaglio minuscolo capace di fare ciò che tutta la perfezione del mondo qualche volta non riesce a fare:
accendere la curiosità.
E da lì sarebbe ricominciato tutto.
Come sarà quando perde il controllo?
Che cosa desidera veramente?
Qual è la parte di sé che non mostra a nessuno?
Forse era proprio quella la mia vera perversione.
Non il corpo perfetto.
Non una categoria.
Nemmeno il sesso in sé.
La possibilità.
Tutto quello che una persona potrebbe essere quando smette, finalmente, di essere ciò che gli altri si aspettano.
Spensi il telefono.
Buio.
Quella notte capii una cosa.
Forse le nostre fantasie più interessanti non sono quelle che abbiamo il coraggio di confessare.
Sono quelle che, appena finito tutto, abbiamo una fretta fottuta di dimenticare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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