La Porta
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La frase non l’aveva detta lui. L’aveva pronunciata un uomo seduto dall’altra parte del tavolo, qualche ora prima, mentre spiegava a sua moglie quella possibilità di lavoro.
Un giorno alla settimana, forse due quando sarebbe servito. Un tirocinio in un ente pubblico, stipendiato poco o niente, ma con qualcosa che poteva valere molto più dei soldi: entrare in un ambiente completamente diverso, fatto di uffici, dirigenti, politici, consiglieri, professionisti. Persone che, fino a quel momento, lei aveva visto soltanto in televisione o sui giornali locali.
«Pensa a quanta gente conoscerai.»
Lui aveva ascoltato in silenzio. In quel momento non aveva provato gelosia; aveva fatto qualcosa di molto peggio: aveva immaginato.
Era sempre stato così. Quando qualcuno gli raccontava una situazione, lui non ascoltava soltanto le parole, ma costruiva immediatamente tutto ciò che poteva esistere attorno a esse. Aveva visto corridoi eleganti, pranzi lunghi, macchinette del caffè davanti alle quali si decidevano più cose che nelle riunioni ufficiali. Aveva immaginato uomini sicuri di sé, abituati a parlare guardando negli occhi chi avevano davanti.
Conosceva quel tipo di uomini. Non perché li frequentasse tutti, ma perché conosceva la natura maschile e sapeva perfettamente come potessero cambiare certi ambienti quando il lavoro cominciava lentamente a lasciare spazio alla confidenza: una battuta, un complimento, una cena di rappresentanza, una macchina condivisa dopo un convegno.
Non era paranoia, almeno così la considerava. Era semplicemente esperienza del mondo.
Eppure non disse nulla. Si limitò a sorridere mentre gli altri continuavano a parlare di quella possibilità come di una bella occasione.
La gelosia arrivò molto più tardi, nel posto più stupido possibile.
Lei era seduta sul water e faceva pipì continuando a raccontargli quanto le sembrasse assurdo che quella proposta potesse diventare reale. Lui rimase appoggiato allo stipite della porta, con le braccia incrociate, e la osservò per qualche secondo prima di sorridere.
«Ho già capito come andrà a finire.»
Lei alzò gli occhi.
«Sentiamo.»
«Conoscerai gente importante. Quello elegante, quello coi soldi, quello che ti invita ai pranzi perché “bisogna fare squadra”… Poi quello che ti porta ai convegni e quello che ti dice che sei brillante perché finalmente qualcuno si accorge di quanto vali.»
Lei scosse la testa divertita e poi fece quella cosa.
Durò forse due secondi. Mosse appena le spalle e il busto, come una bambina che finge di ballare: un balletto idiota, chiaramente fatto per prenderlo in giro.
O forse no.
Fu proprio in quel momento che lui vide qualcosa. Non una certezza, nemmeno qualcosa che avrebbe saputo dimostrare: una possibilità.
Quella luce negli occhi non l’aveva vista durante il colloquio; la vide lì, mentre lei era seduta sul water e fingeva di essere eccitata all’idea di conoscere quel mondo che lui le stava descrivendo. Ed era proprio quello il problema: se stava soltanto recitando per provocarlo, quel gioco gli piaceva; se invece dentro quella recita c’era anche soltanto un grammo di verità, gli faceva male.
Le due emozioni arrivarono insieme. Una gli scese nello stomaco come desiderio, l’altra gli si fermò sul petto come gelosia.
Continuò a guardarla ridere pensando a quanto fosse assurdo: non era successo assolutamente niente. Non esistevano uomini, messaggi, appuntamenti o tradimenti; esisteva soltanto una donna seduta sul water che faceva un balletto per prendere in giro suo marito.
Eppure la sua mente aveva già costruito un universo.
La mente non ha bisogno di prove per costruire un avversario. A volte le basta una crepa.
Per tutta la vita gli avevano insegnato che amare significasse proteggere. Crescendo, però, aveva cominciato a sospettare che dietro quella parola si nascondesse spesso qualcosa di molto diverso: controllare, delimitare, stabilire inconsapevolmente fino a dove potesse spingersi l’altro senza farci sentire minacciati.
Nessuno glielo aveva mai spiegato apertamente. Era semplicemente la normalità nella quale era nato: la famiglia, la religione, le frasi degli uomini al bar, le battute delle donne tra amiche. Tutto sembrava ripetere lo stesso concetto usando parole differenti: se ami qualcuno, alcune parti di lui devono appartenerti.
Poi aveva cominciato lentamente a smontare quella convinzione, non per sentirsi diverso o migliore degli altri, ma per curiosità. Si era chiesto se desiderare qualcosa significasse necessariamente sottrarre qualcosa all’amore, se la curiosità fosse davvero il primo gradino del tradimento, se una fantasia dovesse essere confessata come una colpa oppure raccontata come una parte autentica di sé.
Era arrivato persino a desiderare una cosa apparentemente contraddittoria: vederla felice. Non perfetta, non innocente. Felice.
Vederla viva, curiosa, capace ancora di sorprendersi.
Era sempre stato convinto che una coppia forte non fosse quella che smetteva di provare desiderio verso il mondo, ma quella che riusciva a raccontarselo prima che diventasse silenzio. Parlare, definire insieme i limiti e, se necessario, cambiarli insieme. Era quello il loro ideale: il dialogo prima di tutto.
Ed era proprio lì che quella proposta di lavoro gli aveva spaccato qualcosa dentro, perché questa volta il dialogo non sarebbe venuto prima.
Sarebbe venuta prima la vita.
Gli incontri, le persone, le occasioni, le possibilità. E soltanto eventualmente, una sera, lei sarebbe potuta tornare a casa e dirgli:
«Sai cosa mi è successo oggi?»
Era quella differenza a terrorizzarlo. Non il sesso e nemmeno le corna: la casualità.
Perché una fantasia scelta insieme continua, in qualche modo, ad appartenere a entrambi. Una possibilità nata spontaneamente chiede invece all’altro qualcosa di molto più difficile: accettare che possa esistere prima ancora di aver deciso se gli piaccia.
Dopo cena parlarono ancora un po’ di quel lavoro. Lui ascoltò, fece qualche domanda, poi a un certo punto la guardò e gliene pose una soltanto.
«Ma tu saresti felice davvero?»
Lei smise per un attimo di sistemare le cose sul tavolo.
«In che senso?»
«Non per i soldi e nemmeno per il contratto. Dico proprio tu. Saresti felice?»
Lei ci pensò.
«Sì… credo di sì.»
Quella risposta lo colpì più di quanto avrebbe immaginato, perché era esattamente quella che sperava di sentire ed era, allo stesso tempo, quella che gli faceva più paura.
La felicità della persona che ami è una cosa bellissima, finché non mette in discussione qualche parte della tua.
Più tardi uscì sul balcone e accese una sigaretta. La casa era ormai silenziosa e lui rimase a guardare il fumo salire lentamente, continuando a ripensare a quel balletto.
Due secondi. Forse meno.
Gli veniva quasi da ridere pensando che tutto fosse nato lì.
Quando finì la sigaretta, spense il mozzicone e rientrò. Lei era ancora in bagno.
«Io vado a letto.»
«Sì.»
Poi lui aggiunse, sorridendo:
«Ti aspetto.»
Lei scoppiò a ridere dall’altra stanza.
«Sì, vabbè… come ieri sera.»
«Perché?»
«Hai detto che mi aspettavi e dopo cinque minuti dormivi come un sasso.»
Lui sorrise amaramente, perché quella battuta, innocente anche quella, gli ricordò un’altra verità: la notte precedente lei aveva dormito.
Lui no.
Aveva passato ore a fissare il soffitto pensando a quanto poco facessero l’amore ultimamente, a quanto fosse cambiata la loro intimità senza che nessuno dei due riuscisse davvero a spiegare il motivo. Non era mancanza d’amore; era qualcosa di molto più sottile, come se il desiderio si fosse messo in pausa aspettando che qualcuno trovasse il coraggio di svegliarlo.
Entrò in camera, si sdraiò e le lasciò libero il suo lato del letto.
Quella volta aspettò davvero.
Qualche minuto dopo sentì il rumore leggero della porta. Lei entrò sotto le coperte e lui rimase in silenzio per qualche istante, finché sorrise nel buio.
«Comunque una cosa te la devo dire.»
«Mmh?»
«Quando eri sul cesso…»
Lei cominciò già a ridere.
«Ancora?»
«Quel balletto.»
«Ma vattene affanculo.»
Rise anche lui.
«No, davvero. Per un attimo mi hai fatto una strana impressione.»
Lei si girò appena verso di lui.
«Quale?»
Lui rimase qualche secondo in silenzio, cercando le parole giuste. Non voleva accusarla e non voleva nemmeno confessarle semplicemente la propria gelosia. Voleva capire se quella porta potessero aprirla insieme.
«Facciamo finta di una cosa.»
Lei sospirò, divertita.
«Ecco… mo’ inizia.»
«No, ascolta.»
Le accarezzò lentamente il fianco sopra la maglietta.
«Facciamo finta che tu abbia davvero iniziato quel lavoro. È passato un mese, sei stata bravissima e tutti parlano bene di te. Ti hanno invitata a un pranzo importante perché vogliono proporti qualcosa di più grande.»
Lei sorrise, senza dire niente.
«Uno di loro ti dice che hai delle capacità che nessuno aveva notato. Ti ascolta, ti valorizza, ti fa sentire finalmente vista.»
La sua mano continuava a muoversi lentamente lungo il fianco di lei mentre la voce diventava quasi un sussurro.
«Dimmi una cosa…»
Lei voltò appena il viso verso di lui.
«Se quella proposta arrivasse proprio nel momento in cui ti senti più donna che lavoratrice… cosa faresti?»
Lei sorrise nel buio.
E lui capì di essere arrivato esattamente dove voleva.
Non alla risposta.
Alla soglia.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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