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Lui & Lei

Bevi come una papera


di Membro VIP di Annunci69.it YourBestItalianFrien
30.07.2026    |    596    |    2 8.7
"Un magnifico 8×40 color verde militare, ricordo del Deuxième Régiment étranger de parachutistes della Legione straniera..."
Bevi come una papera

Vivevo in un graziosissimo appartamento al terzo e ultimo piano di un piccolo condominio.

Non si affacciava sulla strada. Le finestre e il balconcino guardavano verso l’interno, in quel disordinato incastro di cortili, terrazze, muri, finestre e vite private che caratterizza certi palazzi costruiti senza preoccuparsi troppo di ciò che ciascun vicino avrebbe potuto vedere dell’altro.

La casa era stata appena arredata: settantacinque metri quadrati distribuiti su due livelli, collegati da una scala a chiocciola. Al piano inferiore c’erano un open space con cucina e salone e un piccolo bagno; sopra, nel soppalco con il parquet e le travi a vista, si trovavano la camera da letto, un disimpegno, un secondo bagno e il vano del boiler.

Era davvero graziosa.

Costosa per il mercato di quegli anni — circa ottocento euro al mese — e al terzo piano senza ascensore, ma aveva qualcosa che mi aveva conquistato fin dalla prima visita. Forse era proprio la sensazione di trovarsi sopra le altre case, abbastanza lontani dalla strada da potersi credere invisibili.

Il balconcino era lungo e stretto. Non abbastanza da poter essere definito un terrazzo, ma sufficiente per un piccolo barbecue, una sedia e il mio inseparabile mobiletto da esterno: un mobiletto insignificante, in plastica, organizzato però con una precisione quasi militare.

Dentro ci tenevo aglio, cipolle, patate, accendini, posacenere, qualche attrezzo e tutte quelle cose che non sai mai dove mettere ma che, prima o poi, finiscono per servirti.

Sotto il nostro palazzo, al piano terra, c’era un appartamento con una veranda scoperta. Era delimitata da muri di mattoni e pavimentata quasi interamente con gli stessi mattoni rossi, consumati dal sole e dalla pioggia. Qua e là, dalle fughe, spuntavano piccoli ciuffi d’erba, qualche piantina di basilico e altre forme di vegetazione che la proprietaria sembrava tollerare più che coltivare.

In quella veranda vivevano tre o quattro papere.

Non ho mai capito perché una donna decidesse di allevare delle papere nel cortile interno di un condominio, ma tant’è. Durante il giorno camminavano avanti e indietro, starnazzavano, si rincorrevano e infilavano il becco in qualunque cosa sembrasse anche solo vagamente commestibile.

Una volta venne giù una quantità d’acqua impressionante.

Piovve così tanto che la veranda si allagò completamente. Sul pavimento si formarono dieci, forse quindici centimetri d’acqua, abbastanza da trasformare quel rettangolo di mattoni in una piccola palude condominiale.

Le papere trascorsero l’intera giornata con il capo abbassato.

Bevevano, o almeno così sembrava.

Ogni volta che mi affacciavo erano sempre lì, con il becco nell’acqua, come se avessero deciso di prosciugare personalmente il cortile. Il giorno successivo, l’acqua era quasi sparita.

Sarà certamente defluita da qualche parte. Sarà evaporata. Si sarà infiltrata tra i mattoni.

Eppure, guardando quelle bestie ostinate, mi tornò in mente il modo di dire:

«Bevi come una papera.»

Da quel giorno, nella mia testa, significò una cosa precisa: abbassare il capo e assorbire tutto ciò che si ha davanti, senza riuscire a smettere.

Fu proprio quello che feci io, una sera, dal mio balconcino.

Stavo accendendo una sigaretta quando il mio sguardo si sollevò dalla punta incandescente e si fermò su una finestra che si era illuminata all’improvviso nel palazzo di fronte.

Era la camera da letto di una giovane donna che viveva sicuramente ancora con i suoi genitori. Doveva avere una ventina d’anni. L’avevo già intravista altre volte, sempre di sfuggita, ma quella sera entrò nella stanza ballando e saltando, dimenando le braccia in aria come un’indemoniata felice.

Aveva forme dolcemente botticelliane.

Curvy plus, per gli amanti delle definizioni moderne. Chunky, per chi preferisce dirlo in maniera più diretta.

Io pensai soltanto:

«Che gran culo tondo e sodo.»

Fu un pensiero immediato, istintivo, privo di qualsiasi eleganza.

Indossava un perizoma bianco che scompariva nell’avidità delle sue forme. I glutei erano pieni, carnosi, perfettamente rotondi. Di un tondo che Giotto, in confronto, avrebbe potuto tranquillamente cambiare mestiere.

Perfino quella poca cellulite che si intravedeva nei punti giusti sembrava soda.

Aveva le unghie dei piedi perfettamente smaltate e un’aria un po’ nerd, un po’ rock’n’roll. Portava una maglietta dei Guns N’ Roses abbastanza larga da lasciar intuire che sotto ci fosse tutto ciò che doveva esserci, nel posto esatto in cui doveva trovarsi.

Non era però tanto lunga da poter essere considerata un vestito.

«Ma non porti nulla sotto? Questa troia…»

Quando restava ferma, in posizione rilassata, la maglietta le arrivava poco oltre la metà dei glutei, creando per qualche istante l’illusione che sotto non indossasse nulla. Poi bastava un movimento, neppure troppo accentuato, perché si sollevasse e rivelasse quel perizoma divorato dalle sue forme.

Per gli amanti del genere, lo spettacolo avrebbe potuto riassumere il sogno di un’intera vita.

Non stavo cominciando a eccitarmi.

Ero già bello e pronto.

Nel frattempo arrivò il secondo tiro della sigaretta, rapido e profondo. Lei continuava a ballare e il modo in cui si muoveva lasciava intuire la forma dei seni sotto il cotone. Prosperosi, morbidi, ma alti e pieni quanto bastava.

Quella maglietta era dannatamente perversa proprio perché non mostrava davvero nulla.

Suggeriva.

«Secondo me ha una quinta.»

La voce arrivò puntuale.

Era il piccolo omino perverso arroccato nella mia ghiandola pineale, silenzioso per buona parte della giornata, ma sempre pronto a esprimere un’opinione quando il buon senso avrebbe preferito tacere.

«Cazzo dici? Avrà al massimo una quarta abbondante.»

«Una quarta? Quella la devi gonfiare almeno a due virgola due bar.»

«Due virgola due? Lì non siamo sotto i due virgola sei. Due virgola otto, almeno.»

Era quel di più che la natura concede senza che nessuno lo richieda, ma che, quando c’è, non può fare a meno di manifestare tutta la propria prorompenza.

Lei continuava a muoversi.

Io continuavo a guardare.

Bevevo quella scena come le papere del cortile avevano bevuto l’acqua piovana: con il capo idealmente abbassato, assorbendo ogni movimento, convinto che, continuando abbastanza a lungo, avrei potuto prosciugarla.

«Ancora stai aspettando, coglione?»

«Che cosa vuoi?»

«Prendilo.»

«Prendere cosa?»

«Credi che lei non sappia che tutte le sere sei qui a fumarti mezzo pacchetto di sigarette? Credi che non si sia accorta che guardi sempre verso la sua finestra? Prendilo, coglione.»

La mano uscì dalla tasca.

Quell’immagine mi aveva già fatto percepire il rigonfiamento sotto i pantaloni, ma, invece di seguire fino in fondo l’istinto indicato dall’omino, allungai il braccio verso il mio inseparabile mobiletto.

Non conteneva nulla di straordinario.

Eppure, organizzato com’era, riusciva a ospitare in pochissimo spazio tutto ciò che poteva servirmi.

Binocolo compreso.

Un magnifico 8×40 color verde militare, ricordo del Deuxième Régiment étranger de parachutistes della Legione straniera.

«Adesso sì che ragioniamo.»

Appoggiai il binocolo agli occhi e regolai la messa a fuoco quel tanto che bastava.

La distanza scomparve.

La sua stanza entrò improvvisamente nel mio balcone: le pareti, il letto, la musica che non potevo sentire ma che intuivo dai movimenti. Riuscivo a distinguere perfino il rilievo dei capezzoli sotto la maglietta.

«Hai capito? Anche senza reggiseno. Brava la troia, brava…»

«Io te l’avevo detto dall’inizio.»

«Non hai detto niente.»

«Te l’avevo detto che era una troia.»

Annuii tra me e me, sapendo che aveva ragione. Anche quella volta.

Ma non doveva averla vinta.

Chiusi la discussione con lui:

«Presuntuoso di merda.»

L’omino girava il coltello nella piaga con l’entusiasmo di chi non deve assumersi alcuna responsabilità.

La sigaretta era finita. La mano destra tornò istintivamente verso il rigonfiamento che ormai si era svegliato da un pezzo e non sembrava intenzionato a tornare a dormire.

Poi tutto si fermò.

Lei voltò la testa.

Guardò verso la mia finestra.

Per un istante, attraverso le lenti dell’8×40, ebbi la sensazione che le nostre pupille si fossero incontrate.

Non le mie e le sue.

Le sue e quelle dell’omino perverso.

Io ero stato escluso da quello sguardo. Ero diventato il terzo incomodo, quello che doveva esserci per rendere possibile la scena, ma che non aveva il diritto di parlare.

Quella comunicazione apparteneva soltanto a loro.

A lei e a quel piccolo essere volgare, grottesco, irritante e irresistibile che abitava dentro di me.

«Avevi proprio ragione», sembrò dire il suo sguardo. «Sono una troia.»

«Te l’avevo detto, coglione!»

Rinsavii.

La musica doveva essere sempre la stessa, ma l’atmosfera era cambiata completamente. Lei si voltò di spalle e cominciò a muovere i fianchi. Non in maniera vistosa, non ancora. Quel tanto che bastava per lasciare il dubbio che il gesto fosse spontaneo oppure destinato a qualcuno.

A me.

A lui.

A entrambi.

«Sì, cazzo. Te la tiri su davvero? Dai, tirala su. Vorrei che mi sentissi mentre ti dico quanto sei troia, quanto mi piaci, quanto deve piacerti farlo soltanto per il tuo piacere.»

Lei afferrò il bordo della maglietta dei Guns N’ Roses.

Per qualche secondo pensai che volesse soltanto sistemarla.

Invece la sollevò.

Il cotone scivolò lungo il corpo, liberando la schiena. Apparve un tatuaggio che partiva dalla coscia, abbracciava il gluteo destro e proseguiva verso l’alto, disegnando una linea elegantemente oscena lungo metà della schiena.

Uno di quei tatuaggi che ti fanno immaginare quanto possa essere selvaggia e affamata a letto.

Poi lasciò cadere la maglietta.

Nuda dalla vita in su, si girò.

Il binocolo restituì l’immagine di un seno pieno, rotondo, perfettamente sostenuto dal corpo. Grande, ma della misura giusta. Concentrato in due forme consistenti e armoniose che sembravano sfidare la gravità senza bisogno di alcun sostegno.

«È stupendamente enorme.»

«Coglione, tiralo fuori. Che cazzo aspetti?»

Questa volta non lo ascoltai.

O forse non ne ebbi il tempo.

Lei aprì le braccia e afferrò i lembi delle tende. Per un secondo potei vederla interamente, ferma al centro della finestra, esposta alla luce della stanza come su un palcoscenico.

Mi parve perfino che sorridesse.

«Cazzo fai? Sorridi anche?»

Le tende cominciarono a chiudersi.

Lo fecero lentamente, centimetro dopo centimetro, lasciando che il corpo diventasse prima una striscia, poi una sagoma e infine soltanto un’ombra proiettata sul tessuto.

Le sue forme restarono intuibili ancora per qualche istante.

Fu una chiusura minuziosa, calcolata, perfetta.

Il finale di uno spettacolo che, nella mia testa, avrebbe meritato una standing ovation.

Abbassai il binocolo.

La finestra era ormai coperta. Nel cortile, le papere si erano sistemate per la notte e, ogni tanto, una di loro emetteva un verso secco, quasi infastidito.

Avevo bevuto ogni movimento di quella donna.

Bevuto come una papera.

E, proprio come era accaduto con il cortile allagato, non avrei mai saputo quanto di ciò che avevo davanti fosse realmente scomparso e quanto, invece, fosse semplicemente defluito da qualche altra parte della mia mente.

Dalla camera da letto arrivò una voce:

«Amore, ma ancora devi venire a letto?»

Richiusi il mobiletto e spensi ciò che restava della sigaretta.

«Scusa, amore. Fumavo l’ultima.»
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