tradimenti
4. La Gabbia Dorata, Il Dubbio
Roma22
23.01.2026 |
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"«Forse, » dissi lentamente, posando il bicchiere, «forse dovresti raccontarmi meglio cosa immagini..."
Il dubbio non arrivò come un’illuminazione improvvisa, ma come un’erosione lenta e inesorabile. Per giorni mi sentii come se stessi vivendo una doppia vita, un’architettura mentale che stava lentamente cambiando destinazione d’uso. Di giorno ero la solita Elena: precisa, razionale, capace di discutere di pendenze e materiali per ore. Ma sotto il tailleur grigio, la pelle sembrava bruciare.Ogni uomo che incontravo diventava, mio malgrado, un tassello di quel mosaico che Marco aveva iniziato a comporre nella mia testa. C’era un dubbio che mi toglieva il sonno: Chi sono io, davvero, quando nessuno mi guarda? Ero la donna che amava la stabilità di Marco, o ero la donna che, leggendo quei racconti anonimi sul web, sentiva un brivido di invidia per quelle "mogli" che avevano avuto il coraggio di farsi consumare da uno sconosciuto sotto gli occhi del marito?
La mia paura iniziale — che Marco stesse cercando una scusa per tradirmi — era svanita. Osservandolo, avevo capito che la sua non era una strategia di fuga, ma una forma di devozione quasi religiosa, ancorché perversa. Mi guardava con una fame nuova, una brama che non era diretta al possesso, ma alla mia consegna a un altro. Mi sentivo come un’opera d’arte preziosa che il proprietario decide di esporre in una piazza pubblica, non per perderla, ma per godere dell'invidia e della bramosia degli altri.
Un pomeriggio, mentre ero in fila in banca, mi ritrovai a osservare l’uomo davanti a me. Avrà avuto trent'anni, i capelli un po’ lunghi, una giacca di pelle vissuta e le mani infilate nelle tasche dei jeans. Emanava un odore di tabacco e asfalto, un odore maschio, aggressivo. Per un istante, proiettai su di lui l’ombra della fantasia di Marco. Immaginai quell’uomo entrare nel nostro salotto. Immaginai il silenzio teso, l’odore del suo profumo economico che copriva quello delle mie candele alla vaniglia. Immaginai Marco seduto sulla sedia in angolo, con le mani intrecciate, lo sguardo basso e il respiro corto, mentre quell’estraneo mi ordinava di spogliarmi senza nemmeno salutarmi.
Sentii un calore improvviso divampare tra le cosce. Dovetti stringere le gambe e aggrapparmi alla borsa. «Cosa stai facendo, Elena?» mi rimproverai mentalmente. «Sei una madre, sei una moglie. Questo è disgustoso.» Ma il dubbio rispondeva con una voce più profonda, più roca: «Eppure, non sei mai stata così eccitata in vita tua.»
La sera, il confronto con Marco divenne inevitabile. La tensione in casa era talmente alta che potevi quasi toccarla. Stavamo lavando i piatti in silenzio. «A cosa pensi?» mi chiese lui, senza guardarmi. «Penso che mi hai rovinata, Marco,» risposi, e la mia voce era un sussurro amaro. «Penso che ora non riesco più a camminare per strada senza chiedermi se quell’uomo o quell’altro potrebbero essere quello che cerchi tu. Mi hai messo degli occhiali che non posso più togliermi.»
Lui posò lo strofinaccio e si avvicinò. Non mi toccò, sapeva che non doveva farlo. «Non sono io ad averti rovinata, Elena. Io ho solo dato un nome a qualcosa che era già lì. Quello che provi per strada... quel calore, quel battito accelerato... non è colpa mia. È la tua natura di Regina che reclama il suo trono. Tu non vuoi essere solo amata. Tu vuoi essere venerata attraverso il desiderio degli altri.»
«È una follia,» dissi, ma non mi allontanai. «Se lo facessimo davvero, non potremmo mai tornare indietro. Guarderesti i bambini e penseresti a me con lui. Guarderesti questo tavolo e vedresti le mie mani strette al bordo mentre un altro...» mi interruppi, il respiro mi mancava.
«Esatto,» disse lui, con un’intensità che mi fece tremare. «E ogni volta che guarderò quel tavolo, ricorderò che sei così incredibile che ho dovuto offrirti al mondo per sentirti davvero mia. Il dubbio che hai, Elena, non è se sia giusto o sbagliato. Il tuo unico dubbio è se avrai il coraggio di essere felice in un modo che nessuno ti ha mai permesso di esplorare.»
Quella sera, capii che il dubbio era morto. Era stato sostituito da una certezza terrificante: non ero più la donna di prima. La stabilità, la fedeltà intesa come prigione, il sesso rassicurante... erano tutti concetti che stavano sbiadendo. Sentivo il mio corpo reclamare qualcosa che non era amore. Reclamava l'urto, il peso, l'estraneità. Guardai le mie mani nel chiarore della luna. Erano mani abituate a costruire progetti, a carezzare bambini. Presto, forse, sarebbero state mani legate, o mani che avrebbero spinto la testa di mio marito più vicino, per costringerlo a guardare il momento esatto in cui sua moglie smetteva di appartenergli per diventare di tutti.
L'eccitazione non era più "inspiegabile". Era diventata l'unica spiegazione plausibile per il vuoto che sentivo dentro. Il dubbio era stato l'ultimo velo. Ora restava solo la fame.
Presi un sorso di vino, sentendo il liquido rosso scaldarmi la gola. «Penso che sei un pervertito, Marco,» dissi, ma non c'era giudizio nella mia voce. C'era una nota nuova. Una nota di comando. «Penso che ti piacerebbe vedermi usata come un oggetto.»
Lui annuì, incapace di parlare. I suoi occhi erano fissi sulle mie labbra. In quel momento capii il potere immenso che avevo. Non ero la vittima di una fantasia perversa del marito. Ero l'artefice. Ero io ad avere le chiavi della gabbia. Il mio cuore iniziò a battere all'impazzata. Non per amore. Ma per l'eccitazione di avere il controllo totale sulla sua psiche e sul mio piacere.
«Forse,» dissi lentamente, posando il bicchiere, «forse dovresti raccontarmi meglio cosa immagini. Ma non qui. A letto. E solo se fai il bravo.»
Quella sera, la "moglie perfetta" iniziò a morire. E qualcos'altro, qualcosa di molto più antico e affamato, iniziò a svegliarsi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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