tradimenti
5. La Gabbia Dorata, La caduta del muro
Roma22
23.01.2026 |
1.607 |
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"Mi prese le caviglie e mi tirò verso di lui, portandomi sul bordo del letto, lasciando che le mie gambe ricadessero ai lati..."
L’aria nella nostra camera da letto non era mai stata così pesante. Non era la solita atmosfera di relax che precede il sonno, ma una tensione elettrica, quasi solida, che rendeva ogni movimento lento, misurato, gravido di conseguenze. Mi sfilai la vestaglia di seta lasciandola cadere sul parquet con un fruscio che nel silenzio sembrò un boato. Restai in piedi, nuda, sotto la luce fioca delle abat-jour, sapendo che gli occhi di Marco erano incollati su di me, divorandomi con una bramosia che confinava con il dolore.In quel momento, percepii chiaramente il passaggio di potere. Non ero più la moglie che si offriva al marito per un rituale di affetto; ero la padrona di un desiderio che lo stava letteralmente consumando. Mi sentivo alta, bellissima, onnipotente.
«Vieni qui, Marco,» dissi. La mia voce non era un invito, era un ordine calmo.
Lui si avvicinò, sedendosi sul bordo del letto. Non osava toccarmi. Il suo sguardo vagava sul mio seno, sulla curva dei miei fianchi, fermandosi su quel triangolo di peli biondi che pulsava di un calore nuovo. Notai come le sue mani tremassero leggermente sulle sue ginocchia.
«Guardami negli occhi,» comandai, facendogli alzare il mento con un dito. «Stasera non faremo l'amore come al solito. Stasera voglio che tu mi dica la verità. Voglio che tu mi faccia sentire esattamente come mi hai immaginato in tutti questi anni di silenzi. Come vorresti che fossi, Marco? Dimmi chi hai davanti in questo momento.»
Lui deglutì, il pomo d'Adamo che andava su e giù freneticamente. «Ho davanti... la mia Regina,» sussurrò.
«No, Marco. Non è questo che cerchi. Non è la Regina che ti fa gonfiare i pantaloni in questo modo. Dimmi la parola. Fammi sentire quanto sono sporca nella tua testa.»
Lui chiuse gli occhi, come se stesse prendendo la rincorsa per tuffarsi in un abisso. «Vedo... vedo una troia. La mia bellissima, elegante moglie che non aspetta altro che essere usata. Vedo una donna che ha capito di avere un corpo troppo bello per un uomo solo.»
Un brivido violentissimo mi attraversò la schiena. Sentire quella parola pronunciata da lui, con quel tono di reverenza e terrore, mi eccitò più di qualsiasi carezza. Gli presi la mano e la portai tra le mie gambe, che erano già bagnate, umide di una bramosia che non riuscivo più a contenere.
«Sentimi, Marco, è questo che vuoi? E ora dimmi... se fossimo in quel bar dove siamo stati ieri, e quel ragazzo tatuato al bancone mi stesse fissando... cosa faresti? Mi porteresti via? Mi copriresti?»
«No,» rispose lui, e la sua voce si fece più sicura, quasi febbrile. Le sue dita iniziarono a scivolare lentamente tra le mie grandi labbra, esplorando la mia umidità. «Ti spingerei verso di lui. Ti sussurrerei all'orecchio di farti guardare. Vorrei che lui vedesse quanto sei bagnata per uno sconosciuto, mentre io resto a un metro di distanza, a guardare le sue mani rudi che ti stringono il sedere che io ho sempre toccato con troppa grazia.»
Mi spinsi contro la sua mano, gemendo piano. «Sì... continua. Dimmi cosa mi farebbe.»
«Ti porterebbe in bagno, Elena. Non ti chiederebbe nemmeno il nome. Ti sbatterebbe contro le piastrelle fredde, ti alzerebbe la gonna e io... io sarei lì, a guardare attraverso lo specchio. Vedrei il suo cazzo enorme entrare dentro di te, vedrei la tua faccia stravolta dal piacere mentre lui ti possiede senza amore, solo con rabbia. E io mi masturberei guardandoti, sapendo che in quel momento non sei solo mia moglie, anche una gran troia.»
Mentre parlava, Marco mi fece sdraiare lentamente sul letto. Si posizionò tra le mie gambe, ma non entrò. Iniziò a baciarmi l'interno coscia, risalendo con la lingua verso il mio centro, mentre continuava il suo racconto sporco. Ogni sua parola era un colpo di frusta sulla mia moralità che crollava. Mi sentivo come se stessi diventando davvero quella donna: una creatura fatta solo di desiderio e di sottomissione allo sguardo altrui.
«Ti piacerebbe, vero Elena?» mormorò tra le mie gambe, il suo respiro caldo che mi faceva impazzire. «Ti piacerebbe sentirti riempire da qualcuno che non si cura di te? Sentire che il mio amore non conta nulla di fronte alla potenza di uno sconosciuto che ti scopa solo perché sei la troia più bella che abbia mai visto?»
«Sì... sì, Marco... dimmelo ancora,» ansimavo, afferrando le lenzuola, inarcando la schiena mentre la sua lingua trovava il mio clitoride.
Lui si alzò, sfilandosi i pantaloni con gesti veloci. Era teso, rigido, la pelle lucida di sudore. Mi prese le caviglie e mi tirò verso di lui, portandomi sul bordo del letto, lasciando che le mie gambe ricadessero ai lati. Era una posizione vulnerabile, totalmente esposta.
«Guardati,» disse, indicando lo specchio dell'armadio davanti a noi. «Guarda come sei aperta. Guarda come sei pronta a farti distruggere. Immagina che ora la porta si apra e che entri lui. Un uomo che non ho scelto io, ma che hai scelto tu per umiliarmi.»
Entrò dentro di me con una spinta lenta, profonda. Non era il solito ingresso dolce; era una penetrazione che voleva marcare il territorio ma che, allo stesso tempo, ne riconosceva l'estraneità. Iniziammo a muoverci con un ritmo ipnotico, i nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro con un rumore sordo e carnale.
«Sei mia, Elena? O sei sua?» mi chiese, aumentando la velocità, le sue mani che mi stringevano i seni con una forza che non gli avevo mai conosciuto.
«Sono... sono...» non riuscivo a parlare, il piacere mi stava annebbiando il cervello.
«Dillo! Dillo cosa sei! Guardati allo specchio e dillo a tuo marito che ti sta guardando mentre immagina un altro al suo posto!»
Il piacere salì come una marea inarrestabile. Vedevo la mia immagine riflessa: i capelli scompigliati, gli occhi persi, la bocca aperta in un rantolo. Non ero più l'architetto. Non ero più la madre. Ero l'oggetto di una fantasia suprema. Sentivo le pareti della mia vagina contrarsi attorno a lui, ma nella mia mente non era lui. Erano cento, mille mani. Era l'occhio del mondo che mi guardava e mi possedeva attraverso il suo corpo.
L'orgasmo esplose con una violenza devastante, un terremoto che mi scosse dalle fondamenta. Le mie gambe si serrarono attorno alla sua vita, la mia schiena si inarcò fino quasi a spezzarsi.
«Sì! Sì, sono una troia!» urlai, la voce che rimbombava nella stanza, rompendo definitivamente l'ultimo velo di decenza. «Sono la tua troia, Marco! Usami, fammi usare, vendimi a chi vuoi! Non sono più niente... sono solo tua... sono una troia!»
Lui venne dentro di me con un grido che sembrava un lamento di liberazione e di agonia. Crollò sopra di me, il petto che sussultava contro il mio. Restammo così per minuti infiniti, uniti in quel seme che per la prima volta non era solo amore, ma era il sigillo di un patto oscuro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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