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La Gabbia Dorata II, La Regina crudele


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
06.02.2026    |    998    |    1 9.0
"Sentire la sua voce tremare mentre descriveva il posizionamento degli anelli scrotali e il meccanismo di chiusura aumentò la mia eccitazione in un modo che non avrei saputo spiegare..."
Il pacco arrivò tre giorni dopo, nel bel mezzo di un martedì pomeriggio che non aveva nulla di eccezionale per il resto del mondo. Per me, invece, quel piccolo involucro anonimo, depositato dal corriere sul bancone in marmo della cucina, pesava più di qualsiasi pilastro in calcestruzzo. Lo osservai a lungo, senza toccarlo, lasciando che la consapevolezza di ciò che conteneva si diffondesse nell'aria come un profumo inebriante.

Quando Marco rientrò dall'ufficio, i bambini erano già corsi a tavola, affamati e pronti a raccontare la loro giornata. La casa, che per me era ormai un set meticolosamente preparato, risuonava delle loro voci allegre. I suoi occhi caddero immediatamente sulla scatola anonima che avevo lasciato in bella vista sulla credenza del soggiorno, proprio accanto al vaso di calle bianche. Notai come il suo respiro si spezzò per un istante, un sussulto impercettibile che gli attraversò le spalle larghe mentre si toglieva la giacca del suo completo impeccabile.

Cenammo tutti insieme, immersi in una recita di normalità borghese che rendeva la tensione quasi insostenibile. Luca e Sofia parlavano a raffica della scuola, delle verifiche di matematica e dei nuovi giochi in cortile, mentre noi annuivamo e sorridevamo con una naturalezza che mi stupiva.

Il pacco era lì, a pochi metri da noi, un oggetto silenzioso che irradiava una forza magnetica. Guardavo Marco mentre aiutava Sofia a tagliare la carne: le sue mani, solitamente così ferme e sicure, avevano una lievissima esitazione. Sapevo che ogni suo boccone era forzato, che la sua gola era secca e che ogni suo pensiero era rivolto a quel metallo dorato che lo aspettava nell'ombra della credenza. Era tormentato, in bilico tra il desiderio bruciante di ciò che stava per accadere e quella punta di paura ancestrale per la libertà che stava per consegnarmi definitivamente.

Scambiammo uno sguardo sopra le teste dei bambini. Gli feci un sorriso appena accennato, un segnale che solo lui poteva cogliere, godendo nel vederlo deglutire a fatica mentre cercava di rispondere a una domanda di Luca. La nostra geometria perfetta era lì, intatta davanti ai figli, ma sotto il tavolo, nel regno del nostro segreto, la nuova Gabbia dorata aveva già iniziato a esercitare il suo potere.
Dopo cena, il rituale della buonanotte si consumò con la solita, rassicurante lentezza. Accompagnai Luca e Sofia nelle loro stanze, rimboccando le coperte e ascoltando le ultime chiacchiere assonnate sulla giornata trascorsa. Marco rimase in soggiorno, lo sguardo fisso nel vuoto, immerso in quel silenzio che precede le grandi tempeste emotive. Quando richiusi piano le porte delle loro camerette, sentii il peso del segreto farsi quasi fisico, un’elettricità che vibrava nel corridoio deserto.

Scesi le scale e lo trovai ancora lì, immobile davanti alla credenza dove la scatola sembrava pulsare di una luce propria sotto i faretti di design. Il contrasto tra la dolcezza dei baci appena dati ai bambini e la crudeltà del gioco che stavamo per iniziare mi fece scorrere un brivido lungo la schiena. Lo fissai per qualche istante, godendo della sua attesa febbrile, del suo essere "in apnea" in attesa di un mio gesto

«È ora, Marco,» dissi infine prendendo la scatola. La sua sottomissione era totale, un'aura che lo avvolgeva mentre mi seguiva in camera da letto senza che dovessi aggiungere altro.

Salimmo le scale nel silenzio più assoluto, rotto solo dal leggero scricchiolio del legno sotto i nostri piedi. Potevo sentire il suo sguardo piantato sulla mia schiena, una pressione fisica che mi faceva sorridere nell'ombra. Marco camminava a un passo di distanza, mantenendo quella deferenza istintiva che avevamo coltivato con cura; era come se l'aria stessa tra di noi si fosse fatta densa, carica dell'elettricità di chi sa di essere arrivato al punto di non ritorno.

Entrati in stanza, richiusi la porta alle nostre spalle con un clic che risuonò come una sentenza definitiva. Non c'era fretta, non c'era traccia di quella concitazione disordinata dei primi tempi. Eravamo due complici che stavano per inaugurare un nuovo capitolo della loro architettura privata.

Mi sedetti sul bordo del letto e posai il pacco davanti a me. Marco rimase in piedi, in attesa, come un suddito davanti alla sua Regina. Aprii l'involucro con estrema lentezza. Quando la carta velina scivolò via, la "Gabbia Dorata" brillò sotto la luce calda dei faretti. L'acciaio placcato in oro 24 carati era ancora più bello che sullo schermo: linee pulite, una geometria perfetta e crudele, un gioiello nato per negare la libertà.

«Inginocchiati,» comandai.

Lui ubbidì all'istante, i suoi occhi fissi sul lucchetto a scomparsa che tenevo tra le dita. Prima di procedere, lo costrinsi a leggere ad alta voce il foglietto illustrativo, un rituale tecnico che trasformava la sua costrizione in una procedura architettonica. Sentire la sua voce tremare mentre descriveva il posizionamento degli anelli scrotali e il meccanismo di chiusura aumentò la mia eccitazione in un modo che non avrei saputo spiegare.

Con mani esperte e gelide, iniziai la vestizione. Ogni scatto del metallo, ogni contatto dell'oro freddo sulla sua pelle calda, era un sigillo definitivo. Quando il lucchetto scattò con un clic secco, vidi Marco chiudere gli occhi e lasciarsi andare a un gemito che era metà tormento e metà estasi. Era chiuso. Era mio.

Mi distesi sul letto, aprendo le gambe in un invito che non ammetteva rifiuti, mentre il tubino di seta scivolava verso l'alto.

«Ora che sei al sicuro nella tua nuova casa, dimostrami quanto sei grato alla tua Regina,» mormorai, attirandolo a me.

Marco affondò il viso tra le mie gambe con una foga che non gli avevo mai visto prima. La sua lingua cercò e trovò immediatamente il mio clitoride, muovendosi con una precisione disperata, alimentata dalla frustrazione bruciante di sapere che, per la prima volta, non c'era alcuna via d'uscita per il suo desiderio. Sentivo il calore del suo respiro sulla mia pelle umida e, a ogni sua spinta, il peso freddo e solido della gabbia d'oro contro l'interno delle mie cosce: un promemoria costante, tattile e spietato della sua resa totale.

Chiusi gli occhi, affondando le dita nei suoi capelli per guidarlo, mentre lui si perdeva in me. La sua lingua lavorava con un ritmo frenetico, alternando lambiti lunghi e profondi a guizzi rapidi e insistenti che mi facevano scattare i muscoli del bacino. Era come se volesse bere ogni goccia del mio piacere, come se quel contatto fosse l'unico modo per partecipare a un'estasi che a lui era ora fisicamente preclusa.

Sentivo la tensione accumularsi nel basso ventre, un groviglio di nervi pronto a esplodere. Il contrasto tra la sua bocca calda, esperta, e la rigidità del metallo che lo imprigionava mi portò oltre il limite. Le pareti della mia vagina iniziarono a contrarsi ritmicamente mentre il piacere si irradiava come scosse elettriche lungo la colonna vertebrale. L'orgasmo mi travolse in un'ondata violenta, un buio luminoso che mi tolse il fiato, facendomi inarcare la schiena dal materasso e gridare il suo nome contro il soffitto della stanza, mentre le mie gambe tremavano incontrollabilmente attorno al suo viso.

Quando mi calmai, lo vidi riemergere, ansimante, con il sesso imprigionato nell'oro che pulsava inutilmente contro il metallo. Allungò una mano verso di me, una muta richiesta di sollievo che stroncai sul nascere con un'occhiata gelida.

«No, Marco. Ti ho detto che d'ora in poi sarei stata io a decidere,» dissi, raddrizzandomi e sistemandomi i capelli. «Per stasera la tua quota di piacere è esaurita. Alzati e vai in bagno. Passa il cazzo sotto l'acqua fredda finché quella pulsione non si sarà calmata del tutto. Solo allora potrai venire a dormire accanto a me.»

Lui mi guardò per un istante, gli occhi lucidi di un'adorazione che rasentava la follia, poi chinò il capo e si diresse verso il bagno, trascinando il peso della sua nuova, bellissima prigionia. Sorrisi, ascoltando il rumore dell'acqua scorrere: la Regina aveva preso il suo trono, e il suddito aveva finalmente trovato la sua pace nell'oro.
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