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2. La gabbia Dorata, l'anomalia


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
23.01.2026    |    995    |    1 10.0
"Guardai Marco che dormiva rannicchiato sul suo lato del letto, quasi a voler occupare meno spazio possibile, come un suddito che attende il verdetto della sua regina..."
Quella sera di novembre non aveva nulla di diverso dalle altre, ed è proprio questo che la rende, nel mio ricordo, così terrificante. Era una serata scandita dai soliti ritmi: il ronzio della lavastoviglie, il ticchettio della pioggia contro le ampie vetrate dello studio, l’odore di pulito che aleggiava nelle stanze. Avevamo appena messo a letto i bambini; un bacio sulla fronte, la luce della notte accesa, la porta accostata. La routine della nostra felicità.

Eppure, quando scesi in salotto, l’aria sembrava densa, quasi elettrica. Marco non era seduto sul divano a guardare le notizie come al solito. Era in piedi davanti alla finestra, fissando il buio del giardino. Nella mano destra stringeva un bicchiere di whisky, ma non lo beveva; faceva solo ruotare il ghiaccio, un suono metallico e ipnotico che rompeva il silenzio.

«Marco? Tutto bene?» chiesi, sistemandomi il cardigan. Lui non si girò subito. Quando lo fece, vidi un uomo che non riconoscevo. I suoi occhi, solitamente calmi e rassicuranti, erano lucidi, quasi febbricitanti. C’era una vulnerabilità in lui che mi fece gelare il sangue.

«Elena, siediti. Ti prego.» La sua voce era un sussurro rauco. Mi sedetti sul bordo della poltrona in pelle, le mani intrecciate sulle ginocchia. Il mio cervello da architetto, abituato a cercare l'equilibrio e la simmetria, avvertì immediatamente che qualcosa era fuori asse. Una colonna portante della nostra vita stava cedendo.

«Ho passato anni a cercare di soffocare questo pensiero,» iniziò, finalmente sedendosi di fronte a me, ma mantenendo una distanza che pareva un abisso. «Ho provato a convincermi che l’amore che provo per te, la nostra famiglia, la nostra vita sessuale così... normale, potessero bastarmi. E mi bastano, davvero. Ma c'è una parte di me, una parte oscura che non riesco più a gestire, che brama qualcosa di diverso.»

Il mio battito accelerò. Pensai al tradimento nel modo più banale possibile. Immaginai una stagista ventenne, immagina una doppia vita. Mi sentii pronta a urlare, a cacciarlo di casa, a proteggere i miei figli da un padre fedifrago. Ero già nell'assetto mentale della "moglie tradita e dignitosa".

«Sputa il rospo, Marco. Chi è lei? Da quanto va avanti?» la mia voce era tagliente come un bisturi.

Lui scosse la testa, un sorriso amaro e quasi disperato sulle labbra. «Non c'è nessuna lei, Elena. Il punto è che io non voglio tradirti. Io voglio... essere tradito. Da te. Ma con il mio consenso. Con la mia partecipazione.»

Mi ci vollero diversi secondi per elaborare. «Cosa stai dicendo? Vuoi che io vada con un altro? Vuoi che diventiamo una di quelle coppie scambiste che vanno nei club? Marco, mi fai schifo solo a pensarci.»

«No, non è lo scambismo. Non voglio toccare nessun'altra donna. Voglio solo te,» disse, e stavolta si protese in avanti, la voce carica di un’intensità erotica che non gli avevo mai sentito. «Voglio vederti sotto un altro uomo. Voglio vederti posseduta da qualcuno che non ha il mio rispetto per te, qualcuno che ti prenda con violenza, che ti faccia gridare in un modo in cui io non sono mai riuscito a fare. Voglio essere un Cuckold, Elena. Voglio essere il marito che assiste alla tua profanazione e che, proprio per questo, ti adora ancora di più.»

Profanazione. Adorazione. Le parole mi rimbombavano in testa come colpi di martello. La sensazione dominante era l'offesa. Mi sentivo ridotta a un oggetto, a un mezzo per soddisfare una sua deviazione mentale. «Tu sei pazzo,» risposi, la voce che mi tremava per l'indignazione. «Mi stai dicendo che la nostra intimità, questi dieci anni, non contano nulla? Che hai bisogno di vedere un altro uomo dentro di me per eccitarti? Mi stai chiedendo di distruggere la mia moralità per farti un favore sessuale?»

«Non è un favore, Elena. È un'opportunità. Non senti anche tu che manca qualcosa? Non senti che sotto questa tua maschera di madre perfetta e architetto di successo c'è una donna che ha bisogno di essere... liberata?»

Mi alzai di scatto. «Non osare psicanalizzarmi per giustificare le tue perversioni! Io sono felice! Noi eravamo felici!» Corsi in camera da letto e sbattei la porta. Ma mentre mi spogliavo per infilarti sotto le coperte, le sue parole iniziarono a lavorare come un acido. Mi guardai allo specchio. Vidi il mio corpo: sodo, curato, attraente. Per la prima volta nella mia vita, non vidi "Elena, la mamma di Luca e Sofia". Vidi "Elena, la donna che un altro uomo potrebbe usare".

Quella notte fu l'inizio dell'Anomalia. Il mio sonno fu popolato da sogni confusi, violenti, frammentati. Sognavo mani ruvide che non erano quelle di Marco. Sognavo di essere guardata mentre non potevo difendermi. E la cosa più spaventosa non era l'idea di quell'uomo estraneo. La cosa più spaventosa era che, nel profondo del mio inconscio, in quel luogo dove la morale non ha potere, io non stavo scappando. Stavo aspettando che lui spingesse più forte.

Mi svegliai nel cuore della notte, sudata, con il respiro affannoso. Guardai Marco che dormiva rannicchiato sul suo lato del letto, quasi a voler occupare meno spazio possibile, come un suddito che attende il verdetto della sua regina. Provai un misto di odio e di una nuova, inspiegabile, eccitazione proibita. La crepa nel cristallo si era aperta, e sapevo che, per quanto mi sforzassi, nulla sarebbe più tornato trasparente come prima.
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