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9.La Gabbia Dorata, Il confessionale profano


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
29.01.2026    |    1.119    |    3 9.7
"Marco buttò indietro la testa, scosso da spasmi d'estasi, mentre io continuavo a guardare l'uomo fuori e, con un sorriso di sfida e di trionfo sulle labbra, assaggiai il frutto del mio lavoro..."
L’abitacolo dell’auto era diventato un confessionale profano. Il motore era spento, ma l’aria vibrava ancora del calore dei nostri respiri. Marco teneva le mani sul volante, guardando dritto davanti a sé, mentre io lo osservavo di profilo, cercando di decifrare la tempesta che infuriava sotto la sua maschera di calma borghese.
«Elena,» disse lui, con una voce che sembrava venire da molto lontano. «Voglio che sia chiaro un punto fondamentale. Quello che stiamo facendo, questo percorso... è il nostro gioco. Non è una fuga dalla realtà, ma un modo per renderla più intensa. Le fantasie che abbiamo sussurrato nel buio sono ali che ci permettono di volare, ma dobbiamo avere dei cavi d'acciaio che ci tengano legati a terra.»
Mi raddrizzai sul sedile, incrociando le gambe. Il fruscio delle mie calze velate nel silenzio dell’auto sembrò un segnale d'attacco. «Quali cavi, Marco?»
«Regole. Steps,» rispose lui, voltandosi finalmente a guardarmi. «Niente incontri da sola. Mai. Ogni contatto, ogni messaggio, ogni sguardo deve essere condiviso. Non devono esserci segreti, nemmeno il più piccolo brivido. La lealtà tra noi deve essere assoluta, perché è proprio quella lealtà che mi permette di darti in pasto al desiderio degli altri senza perderti. Voglio che tu ti senta aperta, sessualmente libera, ma voglio che quella libertà sia un dono che facciamo alla nostra coppia.»
Ascoltavo le sue parole e sentivo una pressione crescente al basso ventre. Non era paura. Era il riconoscimento di un potere nuovo. Marco mi stava consegnando il permesso ufficiale di essere infedele sotto la sua supervisione. Mi stava dicendo che la mia natura di "Regina" poteva finalmente uscire allo scoperto, purché lui fosse il mio testimone.
Decisi che era il momento di testare quanto fossero solidi quei "cavi d'acciaio". Volevo vedere se il mio uomo, il mio premuroso marito, era davvero pronto a reggere l'urto della realtà che lui stesso aveva invocato.
«Capisco le regole, Marco. Massima condivisione. Nessun segreto,» dissi, abbassando il tono della voce fino a renderlo una carezza roca. «Allora... credo di dover cominciare subito. Voglio parlarti di una cosa a cui ho pensato spesso ultimamente. Il ragazzo che ci porta l'acqua ogni martedì mattina... hai presente? Quello alto, con le braccia tatuate e quel modo di camminare così... ignorante?»
Vidi l’effetto di quelle parole in tempo reale. Le pupille di Marco si dilatarono all'istante. Non dovetti nemmeno guardare in basso per capire cosa stesse succedendo nei suoi pantaloni; la sua intera postura si irrigidì, e un leggero tremito gli scosse le mani.
«Elena...» mormorò, col fiato corto.
«Mi sono ritrovata a guardarlo dalla finestra della cucina, Marco. Ho immaginato di chiamarlo dentro, di non farlo fermare all'ingresso. Ho immaginato che mi prendesse proprio lì, sul bancone della cucina, mentre tu sei in ufficio a lavorare per noi. Mi sono chiesta che sapore avrebbe il suo sudore... e se il suo cazzo sia davvero grosso come sembra dai jeans.»
Allungai la mano con una lentezza studiata. Le mie dita scivolarono sulla sua coscia, risalendo verso il rigonfiamento prepotente che tendeva la stoffa dei suoi pantaloni. Marco emise un gemito strozzato, chiudendo gli occhi.
Senza smettere di fissarlo, aprii la cerniera. Il suono metallico fu come l'inizio di una sinfonia. Estrassi il suo membro, già teso e pulsante, liberandolo dalla costrizione dell'intimo. Era imponente, reattivo, la prova vivente che la mia "sporcizia" verbale era il suo carburante supremo.
«Vuoi sentire quanto è troia la tua mogliettina, Marco?» sussurrai, avvolgendo le dita attorno alla base calda del suo cazzo. «Vuoi che il mondo sappia quanto mi piace sentire il sapore di un uomo? Quanto desidero essere posseduta, usata, guardata?»
Strinsi con vigore, facendogli inarcare la schiena contro il sedile. «Ma ricordati bene una cosa,» continuai, avvicinando il mio viso al suo, sentendo il suo respiro affannoso sulla mia pelle. «Per quanti ne proverò, per quanti cazzi passeranno dentro di me per il tuo e il mio piacere... questo rimarrà sempre mio. È il mio giocattolo preferito, il mio punto di ritorno. Sei il mio cuckold, Marco, e io sono la tua Regina. E questa mano... non smetterà mai di ricordartelo.»
Iniziai a masturbarlo con un ritmo lento e metodico, usando l'umidità che già affiorava sulla punta. Mentre la mia mano andava su e giù, i miei occhi vagarono fuori dal finestrino appannato.
Fu allora che lo vidi. Un uomo sulla quarantina, con una giacca a vento scura e un cane al guinzaglio, stava camminando lungo il sentiero del parco. Ma non stava procedendo. Stava facendo lo stesso giro da diversi minuti, rallentando ogni volta che passava accanto alla nostra auto. Aveva capito. Forse il movimento ritmico della mia spalla, o forse la sagoma di Marco con la testa gettata all'indietro, avevano tradito quello che stava accadendo.
Un tempo sarei morta di vergogna. Mi sarei rannicchiata, avrei coperto Marco, sarei scappata. Ora, sentii solo una scarica di adrenalina pura.
«Marco,» sussurrai, aumentando la velocità della mano. «Guarda. Credo che ci sia già un'altra persona che ha capito quanto è troia tua moglie. C’è un uomo lì fuori... ci sta guardando. Sta cercando di capire se quello che vede attraverso il vetro è davvero il cazzo di un marito nelle mani della sua troia.»
Marco scattò, girando la testa verso il finestrino. Quando i suoi occhi incrociarono la figura dell'uomo che osservava, non si ritrasse. Al contrario, una scarica di eccitazione così violenta lo scosse che dovette aggrapparsi alla maniglia della portiera. Vidi il suo petto sollevarsi freneticamente. L'umiliazione di essere visto, unita all'orgoglio di mostrare la mia bellezza nel pieno di un atto così esplicito, lo stava portando al limite.
«Lo sto guardando negli occhi, Marco,» dissi, senza distogliere lo sguardo dallo sconosciuto. «Lui ci vede. Ha capito tutto. Si è appena messo una mano nella tasca dei pantaloni... credo che si stia toccando anche lui, guardando me che ti faccio questa sega furiosa. Lo vedi com'è eccitato? Vorrebbe essere qui al tuo posto. Vorrebbe che io aprissi la portiera e facessi a lui quello che sto facendo a te.»
Il ritmo della mia mano divenne frenetico, quasi spietato. Le vene sul cazzo di Marco erano turgide, pronte a esplodere. «Immagina che sia lui, Marco! Immagina che ora lui venga qui, tiri giù il vetro e mi ordini di continuare mentre lui mi infila le dita in bocca! È questo che vuoi? Vedere tua moglie che si fa guardare da un estraneo mentre ti scopa con la mano?»
Marco non ce la fece più. La tensione accumulata in settimane di fantasie, letture e sogni proibiti trovò la sua via d'uscita in un unico, devastante istante. «Sììì! Sei una vera troia! Sei la mia troia!» urlò, incurante di chi potesse sentirlo fuori dall'auto.
Il suo seme schizzò con violenza, sporcando il cruscotto e le mie dita, proprio mentre lo sconosciuto fuori si fermava, immobile, a fissare la scena con il respiro visibile nell'aria fredda. Marco buttò indietro la testa, scosso da spasmi d'estasi, mentre io continuavo a guardare l'uomo fuori e, con un sorriso di sfida e di trionfo sulle labbra, assaggiai il frutto del mio lavoro che era rimasto sulla mia mano.
In quel momento, tra l'odore di sesso nell'auto e lo sguardo eccitato di un estraneo, capii che il percorso era iniziato davvero. Non ero più solo una donna che sognava. Ero una Regina che aveva appena celebrato il suo primo sacrificio pubblico.
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