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8.La Gabbia Dorata, L'alba di una nuova me


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
28.01.2026    |    1.286    |    7 9.8
"Se la mia natura mi portava verso l'ignoto, verso il tocco di un estraneo, verso l'umiliazione erotica o la glorificazione del mio corpo come oggetto di desiderio collettivo, l'avrei seguita..."
Il mattino dopo ebbe il sapore aspro del caffè forte e il suono innocente delle risate di Luca e Sofia. Portarli all’asilo fu un esercizio di equilibrismo surreale. Mentre allacciavo le cinture dei loro seggiolini e ascoltavo Sofia che raccontava del disegno che voleva fare per la maestra, sentivo il mio corpo vibrare di un’eco profonda. Ogni volta che l’auto prendeva una buca, avvertivo quel vago, delizioso indolenzimento tra le cosce, un promemoria fisico della violenza erotica della notte precedente.
Guardavo Marco attraverso lo specchietto retrovisore. Sembrava il solito Marco: concentrato sulla guida, con la camicia stirata e l’aria del professionista serio. Ma io sapevo. Sapevo cosa aveva fatto, cosa aveva detto, e soprattutto sapevo cosa mi aveva costretta a gridare.
Dopo aver lasciato i bambini, il silenzio nell’abitacolo divenne improvvisamente denso. Non era un silenzio imbarazzato, ma carico di una domanda sospesa. Marco accostò vicino a un parco, lontano dal traffico, e spense il motore.
«Elena,» iniziò lui, senza guardarmi. «Dobbiamo parlare di quello che è successo. Non voglio che tu ti senta... schiacciata da quello che abbiamo fatto.»
Presi un respiro profondo, fissando le mie mani. «Mi sento confusa, Marco. Una parte di me vorrebbe sotterrarsi per la vergogna. Ho urlato quelle parole... ho accettato quell'oggetto... Mi sono sentita come se fossi un’altra persona. Una persona che non conosco e che, onestamente, mi fa paura.»
Mi girai verso di lui, con gli occhi lucidi. «Ho paura che se continuiamo così, non riuscirò più a guardarti negli occhi senza sentirmi... beh, quella parola che ho usato ieri. Una troia.»
Marco si voltò, mi prese le mani e le strinse con una forza gentile. «Elena, guardami. La parola che hai usato ieri sera non definisce chi sei nel mondo. Definisce la tua libertà dentro questo letto, con me. Non sei diventata un’altra persona; hai solo permesso a una parte di te, che è sempre esistita, di respirare. E io non ti vedo meno "moglie" o meno "madre" per questo. Anzi, ti vedo più intera. Ti amo infinitamente di più perché hai avuto il coraggio di essere vera, di essere sporca, di essere mia in quel modo così estremo.»
«Ma dove ci porterà tutto questo?» chiesi, quasi in un sussurro. «Io ho letto quelle storie... quei ragazzi enormi, quelle situazioni così... spinte. Io non so se sono pronta a essere posseduta davvero da un estraneo. Mi eccita da morire l'idea, ma quando ci penso a freddo, mi sento morire dal terrore.»
Marco sorrise, un sorriso rassicurante che mi scaldò il cuore. «Amore mio, le fantasie sono come mappe, ma non dobbiamo percorrerle tutte in un giorno solo. Non è che stasera dobbiamo invitare un Toro enorme in camera nostra. Tutto può evolversi naturalmente, con calma. Possiamo cominciare a frequentare qualche posto insieme, solo per guardare. Possiamo fare dei giochi in cui usciamo e tu flirta con qualcuno mentre io guardo da lontano. Piccoli passi, Elena. Passi che deciderai tu. Sei tu la Regina di questo gioco. Io sono solo il tuo complice, colui che prepara la scena per il tuo piacere.»
«Davvero non cambierà nulla tra noi?»
«Cambierà solo in meglio. Saremo più uniti, perché non avremo più segreti, nemmeno quelli più oscuri. Non aver paura della tua eccitazione. Abbracciala. Sentiti libera di essere quella "troia" di cui parliamo, perché è quella troia che mi rende l'uomo più orgoglioso del mondo quando camminiamo per strada mano nella mano.»
Mentre Marco parlava, sentivo il timore sciogliersi, sostituito da una determinazione fredda e bruciante. La parola "troia" non mi faceva più paura; iniziò a suonare come un titolo nobiliare, un distintivo di una libertà che poche donne hanno la fortuna di sperimentare.
Guardai fuori dal finestrino e vidi le persone che camminavano sui marciapiedi: donne intrappolate nei loro ruoli, uomini ignari dei desideri delle loro mogli. Io ero diversa. Io avevo un segreto. Io avevo un marito che voleva vedermi fiorire nel peccato.
In quel momento, presi la mia decisione definitiva. Non avrei più posto limiti. Se la mia natura mi portava verso l'ignoto, verso il tocco di un estraneo, verso l'umiliazione erotica o la glorificazione del mio corpo come oggetto di desiderio collettivo, l'avrei seguita. Non ero più solo un architetto di edifici; ero l'architetto del mio abisso personale.
«Va bene, Marco,» dissi, raddrizzando la schiena e guardandolo con una nuova luce negli occhi. «Niente più paure. Niente più freni. Voglio tutto. Voglio scoprire fin dove possiamo arrivare.
Lui mi baciò, un bacio che sapeva di possesso e di consegna. Sapevo che quel giorno la mia vecchia vita era ufficialmente finita. Non vedevo l'ora di scoprire chi sarei diventata e avevo voglia di cominciare a farlo da subito…
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