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La Gabbia Dorata I nuovi colori del desiderio


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
23.01.2026    |    2.157    |    2 8.8
"Ero come una corda di violino tesa al massimo: emettevo un suono limpido, ma bastava un tocco diverso, un tocco sbagliato, per farmi vibrare in un modo che non avrei mai creduto possibile..."
Se dovessi guardare indietro a quei giorni, a quella "me" di soli sei mesi fa, la vedrei come un personaggio di un film di cui conosco già il finale tragico, o forse glorioso. Vivevo in quella che oggi chiamo la mia Gabbia Dorata, un’esistenza progettata nei minimi dettagli per non lasciare spazio all’imprevisto, al disordine, o al desiderio incontrollato.

Ero, e sono tuttora, un architetto. Il mio intero mondo mentale è costruito sulla geometria, sulla statica, sulla solidità delle fondamenta. Per me, la felicità era una struttura ben riuscita. Avevo trentacinque anni e mi sentivo all'apice della mia forma, ma era una forma contenuta, educata. Il mio corpo era un tempio di efficienza: correvo tre volte a settimana, mangiavo in modo equilibrato, vestivo con un’eleganza sobria che comunicava competenza e distacco.

La nostra casa era lo specchio di questa perfezione. Una villa moderna, minimalista, dove ogni oggetto aveva il suo posto. Il parquet di rovere sbiancato non conosceva polvere; le grandi vetrate che davano sul giardino offrivano una vista panoramica sulla nostra vita idilliaca. Quando rientravo dal lavoro e sentivo l'odore della cera per mobili e del bucato fresco, provavo un senso di pace che scambiavo per completezza. Avevo tutto: un lavoro stimato, due figli — Luca e Sofia — che erano il ritratto della salute e dell'educazione, e un marito, Marco, che era il pilastro della mia serenità.

Marco era il compagno ideale. Non era solo un marito premuroso; era il mio miglior amico, il mio alleato. Guadagnava bene, gestiva le crisi familiari con una calma olimpica e non mi aveva mai fatto mancare una parola di sostegno. Ma soprattutto, era un uomo che mi venerava. Mi guardava sempre con un pizzico di soggezione, come se non riuscisse ancora a credere che una donna come me avesse scelto lui. E a me quel ruolo piaceva. Mi piaceva essere la "Regina" del focolare, la donna inattaccabile, la madre che tutto risolve.

Anche la nostra vita sessuale era una parte di questa architettura impeccabile. Era un sesso di alta qualità, se così si può dire. Marco era un amante generoso, attento ai miei ritmi, capace di farmi raggiungere l'orgasmo con una puntualità quasi svizzera. Ma era un piacere "civilizzato". Era un atto d'amore, fatto di carezze, di baci lenti, di parole dolci sussurrate a bassa voce per non svegliare i bambini nella stanza accanto. Non c'era mai stata una nota stonata, mai un accenno di volgarità, mai un impulso che non potesse essere ricondotto alla nostra immagine di coppia perfetta.

Eppure, ora che lo riguardo da questa nuova prospettiva, mi rendo conto che quella perfezione era una forma di anestesia. Vivevo in una campana di vetro dove l'aria era pura, ma rarefatta. Non conoscevo il brivido dell'ignoto perché non c'era spazio per l'ignoto. Ogni venerdì sera era uguale al precedente; ogni vacanza era un successo pianificato; ogni orgasmo era una conferma del nostro status quo.

Non mi rendevo conto che sotto quella struttura solida, il terreno stava già cedendo. C'erano momenti, piccoli istanti di vuoto, che ignoravo con cura. Quando in ufficio un cliente mi stringeva la mano un secondo di troppo, o quando guardavo un film e una scena di passione cruda mi lasciava un vago senso di inquietudine, io scrollavo le spalle. Pensavo: "Quella è finzione. Questa è la realtà. E la mia realtà è perfetta".

Ero orgogliosa della mia fedeltà. La consideravo un merito, una prova della mia superiorità morale. Guardavo con una punta di disprezzo le amiche che si lamentavano dei mariti o che ammettevano piccole sbandate. Io ero diversa. Io ero solida.

Non sapevo che Marco, l'uomo che dormiva al mio fianco ogni notte, stava portando dentro di sé un segreto che avrebbe ridotto in cenere tutta quella geometria. Non sapevo che la mia "Gabbia Dorata" aveva le sbarre fatte non di ferro, ma di buone maniere e aspettative sociali. E soprattutto, non sapevo quanto avrei goduto nel vederle infrante.

In quella perfezione, io stavo soffocando senza saperlo. Ero come una corda di violino tesa al massimo: emettevo un suono limpido, ma bastava un tocco diverso, un tocco sbagliato, per farmi vibrare in un modo che non avrei mai creduto possibile. E quel tocco stava per arrivare, sotto forma di una singola, incomprensibile parola che avrebbe cambiato per sempre il sapore della mia pelle e il ritmo del mio cuore.
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