tradimenti
7. La Gabbia Dorata, La scoperta
Roma22
26.01.2026 |
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"Gridai, un urlo primordiale che non riconobbi come mio, mentre il mio corpo si contraeva convulsamente attorno a quell'oggetto scuro..."
La porta della camera da letto si chiuse con un clic secco, un suono che quella sera sembrò sancire il confine tra il mondo reale, quello dei bambini che dormivano, delle scadenze in ufficio e delle bollette da pagare, e un altrove oscuro, senza regole, che avevamo costruito parola dopo parola nelle ultime settimane.Le luci erano abbassate al minimo, solo una striscia di led ambrata che correva lungo il perimetro del soffitto, proiettando ombre lunghe e distorte sulle pareti. Marco era in piedi accanto al letto, immobile. Non era il marito che mi invitava a coricarmi con un bacio casto; era un uomo in attesa di un verdetto, un officiante pronto a dare inizio a un rito di cui io ero l'altare e il sacrificio allo stesso tempo.
Sul copriletto di lino scuro, la scatola nera aperta sembrava un buco nero pronto a risucchiarci. Quell’oggetto, quel simulacro di virilità estranea, era lì, lucido e spaventoso.
«Spogliami, Marco» dissi. La mia voce era ferma, ma sentivo il cuore martellarmi contro le costole con una violenza tale da togliermi il respiro.
Lui si avvicinò con movimenti lenti, quasi timorosi. Le sue mani, che conoscevano ogni centimetro della mia pelle da dieci anni, iniziarono a sbottonare la mia camicetta di seta. Sentivo il calore delle sue dita, ma la mia mente stava già operando una scissione. Non erano le mani di mio marito; erano le mani di un servo che preparava la sua padrona per un incontro proibito.
Quando rimasi nuda, esposta sotto quella luce fioca, provai un brivido di terrore puro. Ero io, Elena, la donna razionale, l'architetto che amava l'ordine, o ero la creatura affamata che avevo intravisto nei racconti sul web?
«Sei bellissima» sussurrò lui, e vidi che i suoi occhi erano lucidi. «Sei così perfetta che mi fa male guardarti. Mi sento un peccatore solo a sfiorarti, sapendo cosa sto per farti immaginare.».
Mi fece sdraiare sul letto, poi prese l’imbracatura. Il rumore del cuoio che scivolava tra le sue mani era un richiamo animale. Lo vidi allacciarsela con gesti esperti, ma non c’era orgoglio nel suo sguardo, solo una sottomissione totale alla mia eccitazione. Quando fissò il dildo alla base, l’impatto visivo fu devastante. Quella massa scura, venosa, sproporzionata rispetto alla sua corporatura, era l’intruso che avevamo invitato nel nostro letto.
«Non guardare me, Elena,» disse lui, posizionandosi tra le mie gambe mentre io restavo a carponi, con il viso affondato nei cuscini. «Chiudi gli occhi. Immagina che io non ci sia. Immagina che la porta si sia spalancata e che lui sia entrato. Non ha chiesto permesso. Non mi ha nemmeno guardato. Mi ha solo ordinato di tenerti ferma perché voleva usarti.»
Sentii la punta di silicone, fredda e spietata, sfiorare l'ingresso della mia intimità. Sussultai, un gemito involontario mi scappò dalle labbra.
«È lui, Elena. Senti quanto è grosso? Senti quanto è diverso da me?» Marco continuava a parlare con una voce roca, febbrile, alimentando il mio incendio interiore. «Lui non ti ama. Lui non sa chi sei. Per lui sei solo un buco caldo da riempire, una troia che ha trovato in questa casa borghese e che vuole marchiare a fuoco. Io sono qui solo per assistere alla tua sottomissione. Sono qui per vedere come il tuo corpo, che io ho sempre trattato con troppa grazia, viene invaso da questa potenza.»
Iniziai a tremare. La paura stava lottando con un'eccitazione così violenta da essere quasi dolorosa. Immaginai davvero quell'uomo: un Toro, un estraneo senza volto ma con un odore acre, che mi afferrava i fianchi con mani rudi.
Marco iniziò a spingere. Molto lentamente.
La sensazione fu di una pienezza assoluta, quasi insopportabile. Sentivo le mie carni tendersi, allargarsi per fare spazio a quell'invasore di gomma che rappresentava tutti i miei desideri proibiti. Era un dolore sordo che si trasformava istantaneamente in piacere elettrico.
«Sì... dillo, Elena. Dillo che ti piace essere riempita così,» incalzò lui, e sentivo che si stava masturbando mentre spingeva l'oggetto dentro di me. «Dì al tuo povero marito che questo è quello che hai sempre desiderato. Che il mio cazzo non è niente in confronto a questa violenza. Dimmi che sei una troia, la troia di uno sconosciuto, e che io non posso fare altro che guardarti venire per lui.»
La mia mente si spezzò. L'architetto morì. La madre svanì. Sentivo il silicone scuro scivolare dentro di me, centimetro dopo centimetro, conquistando territori che Marco non aveva mai osato toccare con tale audacia. Ero colma, saturata, posseduta da un'idea che era diventata carne e plastica.
«Sì!» urlai nel cuscino, mentre le lacrime mi rigavano il volto. «Scopami con lui! Non fermarti! Sono una troia, Marco... sono la tua troia che ha bisogno di questo! Non voglio più amore, voglio solo essere riempita così!»
Il punto di non ritorno arrivò quando lui diede una spinta più decisa, affondando l'intero dildo dentro di me. Sentii il collo dell'utero sussultare sotto l'urto di quella massa estranea. In quel momento esatto, l'orgasmo mi travolse come un'onda di fango e oro. Gridai, un urlo primordiale che non riconobbi come mio, mentre il mio corpo si contraeva convulsamente attorno a quell'oggetto scuro.
Ero stata violata nella mente e nel corpo, eppure, mentre Marco crollava esausto sopra di me, tenendomi ancora piena di quel simulacro, capii che non ero mai stata così libera. La gabbia dorata era andata in pezzi. E tra le macerie, ero finalmente nata io.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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