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11 La Gabbia Dorata II


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
09.02.2026    |    732    |    0 9.0
"Era una scena brutale e bellissima: io che godevo di un’idea estranea, e lui che si faceva servitore di quel tradimento mentale..."
11. L’architettura dell’attesa

Il tempo, per chi vive una doppia vita, sembra scorrere con una velocità differente. L’inverno si era trascinato tra piogge sottili e giornate grigie, ma dentro le mura della nostra casa la temperatura non era mai scesa. Eravamo arrivati a marzo quasi senza accorgercene; fuori i primi boccioli di mandorlo sfidavano il freddo residuo, e l’aria portava con sé quel sentore di rinascita che è proprio della primavera imminente.

La nostra geometria quotidiana era rimasta, in apparenza, impeccabile. Marco continuava a essere il professionista stimato e il padre presente; io l'architetto che non lasciava nulla al caso. Eppure, il nostro segreto era diventato il vero motore di tutto. Quella sera, la casa sembrava più grande del solito, quasi vuota. Luca e Sofia erano partiti per le gite di classe – una settimana bianca per il primo, un viaggio culturale per la seconda – e per la prima volta dopo mesi, avevamo la libertà assoluta di non dover recitare alcuna parte davanti ai bambini.

«È strano questo silenzio, non trovi?» disse Marco, versando due calici di rosso mentre fuori il tramonto tingeva di viola le colline romane.

«È un silenzio che aspetta di essere riempito,» risposi, seduta sul divano con il MacBook sulle gambe. Lo schermo illuminava il mio viso, riflettendo la pagina del sito di scambisti che ormai era diventata la nostra lettura serale preferita.

Marco si avvicinò e si sedette accanto a me, posando il calice sul tavolino. I suoi occhi cercarono subito lo schermo. Il nostro profilo aveva ricevuto decine di visualizzazioni e messaggi. Era incredibile come bastassero poche foto ben studiate – il dettaglio di una calza, la linea del mio collo, un’inquadratura sapiente del mio sedere fasciato dal pizzo – per scatenare le fantasie di centinaia di uomini.

«Leggi questo,» sussurrai, indicando un messaggio arrivato da un utente con il nickname "Apex".

Marco lesse ad alta voce, la voce che vibrava leggermente: «“Ho visto la foto di tua moglie al bancone della cucina. Ha l’aria di una che sa esattamente come gestire il potere, ma i suoi occhi dicono che muore dalla voglia di essere messa in ginocchio da qualcuno che non la conosca affatto. Se fossi lì, la farei godere come merita davanti a te.”»

Marco deglutì, lo sguardo che passava dal testo a me. L’eccitazione gli arrossava il collo. «Elena... ti prego. Voglio sentirti addosso, ma voglio sentirlo mentre sono... tuo.»

Capii immediatamente. Mi alzai e andai a prendere la sua Gabbia d’Oro. Il rituale era diventato fluido, quasi meccanico, ma non per questo meno intenso. Quando il lucchetto scattò con il solito clic definitivo, vidi Marco rilassarsi e tendersi allo stesso tempo. La sua prigionia era la sua unica chiave di accesso al piacere vero.

«Andiamo in camera,» ordinai.

Mi sdraiai sul letto, aprendo le gambe e lasciando che la seta della vestaglia scivolasse sui fianchi. Marco si inginocchiò tra le mie cosce, affamato, mentre io tenevo il computer aperto sul cuscino accanto a me.

«Leccami, Marco. Ma non smettere di ascoltare. Voglio che tu sappia esattamente cosa pensano di tua moglie.»

Mentre la sua lingua cercava il mio clitoride con una foga alimentata dalla frustrazione del metallo che lo serrava, iniziai a leggere gli altri messaggi. «Senti cosa scrive questo, si chiama "IronHand": “Scommetto che quella donna profuma di pulito e di lusso, ma che quando viene ha la faccia di una troia che non ne ha mai abbastanza. Mi piacerebbe riempirla e farti vedere quanto è larga quando finisco con lei.”»

Marco gemette contro la mia pelle, le sue mani stringevano le lenzuola finché le nocche non diventarono bianche. Il suo sesso pulsava inutilmente nella gabbia d'oro, una pressione costante che lo faceva impazzire.

«Guarda questi, Marco,» dissi, girando lo schermo verso di lui mentre continuavo a stuzzicarmi i seni. Iniziai a scorrere le foto che alcuni uomini ci avevano inviato in privato. Cazzi enormi, venosi, arroganti. Dimensioni che facevano apparire il suo sesso prigioniero come qualcosa di fragile e minuto. «Guarda questo nero, Marco. È enorme, vero? Riesci a immaginare come mi sentirei se fosse dentro di me? Molto più grande del tuo, molto più prepotente. Lui non mi chiederebbe il permesso.»

Marco sollevò il viso, ansimante, il mento lucido. «Sì... sì, lo vedo. È mostruoso. Ti sfonderebbe, Elena. Ti farebbe urlare.»

«Allora vai a prenderlo,» dissi con un tono che non ammetteva repliche. «Vai a prendere quel dildo nero che abbiamo nell'ultimo cassetto. Quello che non usiamo da una vita perché dicevi che era troppo per me. Oggi non è troppo. Oggi è esattamente quello che tua moglie merita.»

Marco corse a prenderlo e tornò subito dopo. L’oggetto era imponente, una riproduzione spietata di una virilità estranea. Glielo porsi e lui, tremando, iniziò a masturbarmi con quello. Lo guardavo muovere quell'attrezzo dentro di me, i suoi occhi fissi sul contrasto tra la plastica nera e la mia pelle chiara, mentre io continuavo a leggere le fantasie più luride dei messaggi appena ricevuti.

«Senti questo Marco» dissi tra un gemito e l’altro: «“Sei di una bellezza che toglie il fiato, ma è la tua fame che mi eccita. Voglio prenderti con una passione che ti faccia dimenticare chi sei e dove ti trovi. Immagino di sollevarti e premerti contro la parete, con le tue gambe allacciate strette alla mia vita, mentre ti sfondo con affondi lenti, profondi, inesorabili. Voglio sentire i tuoi sospiri che diventano urla soffocate contro il mio collo, mentre tuo marito, a pochi passi da noi, vede la sua Regina abbandonarsi totalmente a un uomo che la prende senza chiedere il permesso. Ti riempirò con una foga tale che ti sembrerà di nascere di nuovo tra le mie braccia.”»

Ti piace, Elena?» gracchiò lui, la voce quasi irriconoscibile. «Ti piace leggere quanti uomini ti vogliono scopare? Senti come ti bagni a sapere che questi uomini ti considerano solo carne da piacere? Dimmi che vuoi essere scopata da quel cazzo enorme, Elena. Dimmi che il mio non ti basta più, che hai bisogno di sentire quella violenza dentro di te.»

«Vuoi sentirmelo dire, Marco?» risposi con un sorriso crudele, mentre i suoi occhi imploravano la verità. «Vuoi sentire che la tua Regina ha bisogno di essere scopata da uno sconosciuto perché tu non sei abbastanza?»

«Sì! Dimmelo! Dimmi che vuoi quel mostro nero dentro di te, che vuoi che ti sfondi mentre io guardo e godo nel vederti ridotta così!»

«Sì... sì! Lo voglio!» gridai all'improvviso, mentre il dildo mi riempiva completamente, portandomi a un orgasmo che non riuscivo più a contenere. «Voglio che un cazzo così mi scopi davvero! Voglio che mi distrugga come tu non potrai mai fare! Voglio sentire la forza di uno sconosciuto che mi prende davanti a te, mentre tu sei solo un piccolo spettatore inutile!»

Venni urlando, inarcando la schiena, mentre Marco spingeva il dildo con una foga quasi violenta, estasiato dal vedermi così in trance, così "troia" nel senso più puro del nostro gioco. Era una scena brutale e bellissima: io che godevo di un’idea estranea, e lui che si faceva servitore di quel tradimento mentale.

Quando il piacere si placò, lasciandomi tremante e svuotata, Marco si accasciò contro le mie gambe. Il suo cazzo pulsava nella gabbia in modo quasi doloroso, cercava un sollievo che sentiva di aver meritato. Mi guardò con occhi imploranti, una muta richiesta di essere liberato o, almeno, di ricevere una carezza.

Gli accarezzai la guancia, ma il mio sguardo rimase freddo e distaccato.

«No, amore mio cornuto,» sussurrai, allontanando il dildo e sistemandomi i capelli. «Niente sollievo stasera. Vai in bagno e metti il tuo cazzetto sotto l’acqua fredda. Devi abituarti all'idea che, quando tua moglie desidera un cazzo così grosso, non ha alcun bisogno del tuo per godere. Il tuo compito è solo guardare e servire la mia eccitazione.»

Lui chinò il capo, un brivido di accettazione e desiderio che gli scuoteva le spalle. Si alzò in silenzio e si diresse verso il bagno, trascinando con sé il peso della sua gabbia dorata, mentre io, distesa tra le lenzuola sgualcite, ricominciai a scorrere le foto di quegli uomini sconosciuti, sentendomi più Regina che mai.
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