Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > tradimenti > 13. La Gabbia Dorata, La caletta del peccato
tradimenti

13. La Gabbia Dorata, La caletta del peccato


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
04.02.2026    |    1.196    |    1 9.7
"Marco accelerò il ritmo, i suoi occhi inchiodati a noi, testimone supremo del mio abbandono..."
L’aria di giugno sulla costa non era solo calda; era una sostanza densa, carica di una promessa di trasgressione che sembrava vibrare nell’azzurro accecante del cielo. La camera d'albergo era immersa in una luce dorata che filtrava dalle tende di lino, mentre il rumore lontano della risacca batteva il tempo del mio cuore. Marco era sotto la doccia, il suono dell’acqua un sottofondo rassicurante a una metamorfosi che non aveva più bisogno di parole.

Mi avvicinai alla borsa, muovendomi con una lentezza cerimoniale. Ne estrassi un bikini color smeraldo che, solo dodici mesi prima, avrei considerato un insulto alla mia dignità di professionista. Erano due triangoli minimi trattenuti da lacci sottili come ragnatele e uno slip che dietro spariva completamente, una striscia di filo pensata solo per dividere ed evidenziare la nudità. Lo indossai guardandomi allo specchio. Non vidi un architetto, né una madre preoccupata per le scadenze. Vidi una Regina che aveva appena scoperto che il suo regno non aveva confini, se non quelli che lei stessa decideva di abbattere.

Quando Marco uscì dal bagno, avvolto in un asciugamano, si fermò di colpo. Il suo sguardo scivolò lungo le mie gambe, risalì lungo i fianchi esposti e si fermò sul contrasto tra il verde del tessuto e la mia pelle già ambrata. Non disse nulla, ma vidi la sua gola sussultare mentre deglutiva. Non era più il marito che mi ammirava; era un uomo che riconosceva, con un misto di terrore e devozione, che la donna davanti a lui non gli apparteneva più nel modo tradizionale.

Trovammo quella piccola spiaggia dopo aver percorso un sentiero scosceso tra i pini marittimi e la macchia mediterranea. Era un anfiteatro di roccia bianca che abbracciava un’acqua così cristallina da sembrare irreale. Essendo l'inizio di giugno, la caletta era quasi deserta. In un angolo, un gruppetto di ragazzi che probabilmente avevano marinato la scuola ridevano rumorosamente vicino a un barchino tirato in secca. Poco più in là, due coppie di nonni cercavano di tenere a bada dei nipotini che correvano verso la riva.

Ci sistemammo in un punto riparato, stendendo gli asciugamani come se fossimo una coppia qualunque in cerca di relax. La mattina scivolò via tra letture distratte e il sapore del sale sulla pelle. Fingevamo una normalità borghese che ormai sentivamo come un vestito troppo stretto. Eravamo in attesa del momento in cui il mondo ci avrebbe lasciato soli.

Verso le due del pomeriggio, il sole zenitale svuotò la spiaggia. I ragazzi se ne andarono veloci per non destare sospetti nelle famiglie, e i nonni, tra richiami e promesse di gelati, trascinarono i bambini verso il riposino pomeridiano. Improvvisamente, il silenzio divenne assoluto, rotto solo dal grido solitario di un gabbiano e dal fruscio del vento tra le tamerici.

L'adrenalina mi colpì come una scossa elettrica. Mi alzai lentamente dall’asciugamano, sentendo ogni muscolo vibrare. Senza staccare gli occhi da Marco, che mi osservava da dietro i suoi occhiali scuri, portai le mani dietro la schiena. Sciolsi il nodo del top con un gesto fluido. Il tessuto smeraldo cadde sulla sabbia con un fruscio impercettibile. Mi stiracchiai, inarcando la schiena e offrendo il mio seno nudo alla luce cruda del primo pomeriggio.

«Pensi che quei ragazzi che erano qui fino a poco fa avrebbero apprezzato, Marco?» chiesi, la mia voce un sussurro di sfida che il vento portò dritto a lui.

Lui non rispose. Rimase immobile, le mani strette sui braccioli della sdraio, il respiro che si faceva corto e pesante. Mi voltai e camminai verso l'acqua. Sapevo esattamente cosa stava vedendo: il mio fondo schiena nudo che oscillava con una grazia insolente, il filo sottile del costume che spariva tra le natiche, la pelle che fremeva sotto il suo sguardo famelico. Mi tuffai, lasciando che il freddo del mare lavasse via l'ultimo residuo di esitazione.

Mentre tornavo verso l'ombrellone, con i capelli bagnati che mi sferzavano le spalle e l'acqua che colava lungo i fianchi, notai una figura in lontananza. Un giovane ragazzo, un venditore ambulante, stava percorrendo la battigia carico di teli e cianfrusaglie. Un anno prima avrei afferrato freneticamente l'asciugamano. Invece, rallentai. Mi fermai proprio sulla riva, esponendomi totalmente, finché lui non fu abbastanza vicino da non poter più ignorare la visione di quella donna seminuda che lo fissava.

Arrivai ai nostri asciugamani proprio mentre lui raggiungeva Marco. Era giovane, alto, con una muscolatura asciutta che riluceva di sudore sotto il sole. Marco iniziò a esaminare la sua merce con una calma che sapevo essere artificiale. Toccava i tessuti, chiedeva i prezzi, intrattenendo il ragazzo in una trattativa inutilmente lunga.

Io mi stesi a pancia in giù, i seni schiacciati contro la spugna calda, sollevando leggermente il bacino per evidenziare la curva dei glutei e quel minimo lembo di seta verde. Il ragazzo, che disse di chiamarsi Amadou, cercava di rispondere a Marco, ma i suoi occhi erano calamitati dal mio corpo. Era visibilmente turbato, quasi ipnotizzato.

«Vedi quegli occhialini da sub, Marco?» intervenni, la mia voce carica di una femminilità vellutata. «Sembri molto interessato.»

Marco li prese in mano, esaminandoli con cura. «Hai ragione. Senti, Amadou, vorrei provarli in acqua per vedere se tengono bene prima di acquistarli. Ti dispiace aspettare qui cinque minuti? Per sicurezza ti lascio mia moglie, così sei sicuro che non scappo con la tua merce.», disse ridendo.

Il ragazzo accennò anche lui un sorriso imbarazzato, ma la sua eccitazione era ormai una forza della natura. Marco si alzò e vidi che sotto il suo costume da bagno c'era un rigonfiamento imponente. Ma non era l'unico: anche Amadou, sotto i pantaloni di cotone leggero, faticava a nascondere una reazione fisica prepotente che tendeva la stoffa.

Marco si tuffò, lasciandoci soli nel cuore della caletta. Mi girai leggermente su un fianco, guardando Amadou dal basso. Iniziai a parlargli con dolcezza, chiedendogli della sua terra, ma i miei occhi indugiavano continuamente sulla tensione dei suoi pantaloni. Quando Marco uscì dall'acqua, tornò verso di noi con un'espressione quasi estatica.

«Sono ottimi, li prendo,» disse. Poi, fissandomi, aggiunse: «Elena, ti stai scottando la schiena. Dovresti metterti la crema.» Prese il flacone, ma fece finta che le mani bagnate gli impedissero di afferrarlo. Si rivolse ad Amadou: «Senti, mi faresti un favore? Ho le mani che scivolano ovunque. Potresti aiutarla tu? Passale un po' di crema, per favore.»

Il silenzio che seguì fu carico di elettricità statica. Amadou guardò Marco, poi guardò me. Io mi rimisi a pancia in giù, slacciando completamente i lacci laterali dello slip per liberare quanta più pelle possibile. «Sì, per favore Amadou... scotta davvero,» sussurrai.

Quando le mani calde e ruvide di Amadou si poggiarono sulla mia schiena, un brivido violentissimo mi squassò l'anima. Non era il tocco familiare di Marco; era il contatto di un estraneo, caricato di tutta l'energia proibita che avevamo accumulato in quei mesi. Sentivo il suo respiro farsi pesante proprio sopra il mio collo.

Marco si era posizionato strategicamente dietro l'ombrellone. Lo vidi scostarsi il costume quel tanto che gli permise di iniziare a masturbarsi lentamente guardando le mani di quell'uomo scuro che massaggiavano il corpo di sua moglie.

Le mani di Amadou divennero audaci. Dalla schiena scesero verso i reni, poi iniziarono a impastare con forza le natiche, infilando le dita dove il costume smeraldo non arrivava più. L'eccitazione di Amadou era ormai incontenibile. Io, immersa in una scarica di adrenalina pura, feci l'ultimo passo.

Rimanendo a pancia in giù, allungai una mano all'indietro e afferrai con decisione il tessuto dei suoi pantaloni. Sentii una massa calda, enorme e pulsante. Lui emise un gemito profondo, gutturale. Con un gesto rapido, gli abbassai i pantaloni liberando il suo membro. Era incredibile, notevolmente più grande di quello di Marco, scuro e turgido come un ramo di ebano pronto a spezzarsi.

«Guarda amore...» ansimai, voltando la testa verso Marco che tremava nel vedere la mia mano chiara stringere quel pezzo di carne straniera. «Guarda... è proprio come il nostro gioco. È perfetto.»

Iniziai a masturbarlo con una foga animalesca, mentre lui affondava le dita nel mio sedere. Marco accelerò il ritmo, i suoi occhi inchiodati a noi, testimone supremo del mio abbandono. Il piacere ci travolse come una tempesta di sabbia e sale. Amadou schizzò con un gemito lacerante, il suo seme caldo e denso che finì sulla mia schiena e sul tessuto smeraldo del mio costume.

Vedere quel marchio d'infamia e di gloria fu il colpo di grazia per Marco, che venne subito dopo, copiosamente, urlando nel silenzio della spiaggia il mio nome. Restammo così, immobili sotto il sole di giugno, travolti da una realtà che aveva superato ogni nostra fantasia. La Regina aveva celebrato il suo primo rito di sangue e seme, e non si era mai sentita così libera e potente.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.7
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per 13. La Gabbia Dorata, La caletta del peccato:

Altri Racconti Erotici in tradimenti:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni