tradimenti
Lyuba La vicina badante
marcoxverso
06.05.2026 |
27 |
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"E visto che è venerdì, lavati bene il culo perché lunedì sarà il tuo turno»..."
Lyuba – La Badante che ha Sfondato il Mio EquilibrioPer una posizione presa non so neanche per quale motivo non ho mai creato situazioni affettive, anche se finite solo al sesso, con vicini di casa o frequentazioni quotidiane. Forse l’ho fatto per non rovinare l’equilibrio domestico. Tutto è sempre stato molto semplice: vivo in un condominio, il tempo a casa è pochissimo. Poi è arrivato il lockdown, quel periodo terribile del Covid, che per la gioia di molti ha portato lo smart working. Per me l’ufficio è diventato un optional, un modo per uscire dalla routine.
Vivo in un condominio di 24 appartamenti, nessuno sfitto. Con tutti ho un buon rapporto di vicinato, tranne che con il signor Mario, vedovo da qualche anno, ottantacinque suonati e la salute che da un po’ fa i capricci. È sempre stato un uomo tutto d’un pezzo, serio, ex dirigente delle Ferrovie con un carattere che non ammette repliche. Le figlie gli hanno proposto di andare da loro: bocciata con un perentorio «no, la famiglia non vuole intrusioni». Seconda proposta, una struttura: risposta ancora peggiore. «Ci andate voi quando i vostri figli vi cacceranno». È rimasta solo un’alternativa: la badante H24. L’ha accolta con qualche riserva, ma l’ha accolta.
Ed ecco che arriva Lyuba.
Signora ucraina di quarantadue anni, mai sposata. Negli anni Novanta aveva passato tre mesi in Italia con un’adozione temporanea. Bionda, alta un metro e sessanta, fisico generoso, molto gradevole. Il seno, anche se nascosto dall’abbigliamento, si intuiva prosperoso e ben fatto. All’apparenza non sembrava una bellezza mozzafiato, ma quello che appariva non le rendeva giustizia.
Al suo arrivo le figlie di Mario, Barbara e Arianna, ci chiesero a me e a mia moglie se ci fosse bisogno di chiamarle in qualsiasi momento. Siccome il nostro rapporto con Mario era sempre stato un po’ più di un semplice vicino di casa, rispondemmo: «State tranquille, non possiamo dimenticare le volte che mamma Rosy ci ha guardato nostro figlio». Si allontanarono beate.
Al loro allontanamento non mi sarei mai immaginato quello che sarebbe accaduto da lì a un paio di settimane.
Gli incontri con Lyuba non erano frequenti, ma ogni volta, sia con me che con mia moglie, si fermava a parlare, a chiedere qualcosa di Mario. Le brevi conversazioni si concludevano sempre con un «qualsiasi cosa serva, chiama». Era una frase di cortesia detta più per chiudere il discorso che per altro. Lei invece la prese alla lettera.
Quando mia moglie tornava dal lavoro, spesso si intrattenevano a parlare tanto che hanno stretto anche amicizia. Presi i primi stipendi, chiese a mia moglie di accompagnarla ad acquistare dei vestiti: quelli che aveva erano vecchi e rovinati. Era la verità, le davano un’aria trasandata. Bastarono un paio di mesi e Lyuba, dall’aspetto goffo, si trasformò in una donna con tutto al posto giusto e messo in bella evidenza, senza esagerare. Aveva conservato il suo stato di donna per bene, ma aveva aumentato la delicatezza della sua bellezza che prima non avevo mai visto in quel modo.
Alla quotidianità con mia moglie iniziarono le suonate alla porta al mattino, quando ero solo in casa. Sempre per qualche sciocchezza: «Non riesco a prendere una pentola troppo in alto» oppure «Ho dimenticato di comprare un limone». Fino a un giorno che aspettavo l’ascensore insieme alla signora Pia del piano di sopra. Entra anche Lyuba dal portone e si accoda. In tre con la spesa non entravamo. In un gesto di cavalleria dissi che sarei salito a piedi. Al quarto piano sento qualcuno scendere. Alzo la testa e mi trovo attaccate al corrimano le cosce nude di Lyuba che scendeva per darmi una mano con le buste. Restai imbambolato. Lei mi disse: «Cosa hai fatto?» Siccome da qualche tempo il seno, il culo e lo sguardo di Lyuba non mi erano indifferenti, le risposi che la prossima volta di passare dall’altra parte delle scale, che le avevo fatto la radiografia. Mi aspettavo una reazione qualunque, ma non la sua sfrontatezza: «Se ti è piaciuto…» Restai senza parole.
Arrivati al piano la ringraziai ed entrammo ognuno in casa. Pronto per iniziare a lavorare. Dopo un quarto d’ora sentii suonare alla porta: era Lyuba. «C’è il caffè caldo, vieni… dai». Presi le chiavi e andai a prenderlo insieme a Mario che era sul divano a vedere Forum. Scambiammo qualche parola, ringraziai ed andai via.
Entrato a casa andai al balcone a fumare una sigaretta. Sentii canticchiare dal balcone affianco. Non poteva che essere Lyuba. Come vide il fumo attraversare il separé mi disse: «Non hai proprio voglia di lavorare». Dissi che dopo il caffè la sigaretta è d’obbligo. Lei, provocatoria come ormai da qualche tempo, mi rispose che lei non fumava le sigarette. Non accettai la provocazione. Iniziai a lavorare.
L’assalto fatale di Lyuba si concretizzò due giorni dopo, sempre con le buste davanti all’ascensore. Questa volta la signora Pia non c’era ed eravamo soli. Lei qualche passo dietro di me. Sentii i tacchetti che si avvicinavano. Dietro la colonna vedo Lyuba in un look provocatorio: un vestitino smanicato fiorato con una generosa scollatura e due buste in mano, il seno generoso che fluttuava contenuto a fatica dal tessuto. Se c’è una cosa che non mi lascia indifferente è il seno che fluttua. Rimasi senza parole. Lei, sempre più incalzante: «Sono Lyuba, ti sei imbambolato? Questa mattina hai un’aria sbarazzina, forse per il cambio di pettinatura non sembri tu…» Evitai di dire «sei più bella» per non aprire altre porte. Arrivò l’ascensore e lo prendemmo uno di fronte all’altra: il seno che voleva uscire dal vestito, il mio cazzo turgido, il suo sguardo che non mi lasciava un secondo. Lei posò le buste a terra, si avvicinò e mi baciò prima a stampo, poi si staccò. Non mi lasciò indifferente. La presi con forza e la baciai anch’io, non a stampo: la lingua arrivò al suo clitoride dall’impeto e dalla voglia repressa da mesi. Arrivati al piano, ognuno per la sua porta. Ma dentro di me sapevo che avrebbe suonato il campanello.
Non mi sbagliavo. Nella mia testa pensavo quale scusa avrebbe usato. Mentre mi trastullavo con i pensieri sentii il campanello. Vidi dallo spioncino: si era solo cambiata, messa comoda con una di quelle vestagliette anni Novanta che non ho mai ritenuto caste. Dissi «un attimo», mi tolsi la camicia e aprii. Lei non abbozzò nulla tranne chiudere la porta alle spalle e avvinghiarsi a me, baciandoci con un’intensità indescrivibile. Le mie mani scivolavano sul suo corpo voglioso da chissà quanto di essere toccato, le sue tergiversavano verso il mio pacco finché non le presi la mano e la stampai lì. Le sussurrai: «Era ora». Si staccò, scivolò sul mio corpo, si inginocchiò. Con il mio aiuto slacciò i pantaloni, mi calò le mutande e si prese la giusta ricompensa in bocca. Iniziò a leccarlo e succhiarlo con innata maestria e rabbia, forse dovuta dal desiderio accumulato. Mi trovai dritto, schiena contro la colonna della porta, mentre lei era protagonista indiscussa. Il mio piacere saliva. Lei intervallava leccate di palle e succhiate, alternandole nella bocca calda, poi riconquistava la verga dura e possente con il bassorilievo delle vene. Avevo la sensazione che quella mattina il mio membro fosse più lungo e grosso del normale. Il piacere prendeva forma, lo sperma risaliva. Le dissi che stavo per venire. Lei: «Non preoccuparti, non servono fazzoletti, faccio tutto io». Non resistetti più e le inondai la bocca di schizzi carichi di calore e desiderio. Non so come abbia fatto a non farne colare neanche una goccia.
Alzandosi, sorretta dalle mie braccia, mi disse: «Sono stata brava… bravissima. Ma è solo l’inizio». Poi: «Ora no, Mario deve pranzare. E visto che è venerdì, lavati bene il culo perché lunedì sarà il tuo turno».
Con poca convinzione la accompagnai alla porta, strizzandole un capezzolo, e mi misi a lavorare. L’attesa di lunedì era lunga e mi tormentava. Volevo farle il culo, e ci volevo passare prima che in fica. Questa è una cosa che mi prende spesso. Più lavoravo, più non pensavo ad altro che a lei prona sul divano, cosce aperte, pronta ad accogliere quello che qualche minuto prima aveva preso in bocca in tutta la sua lunghezza.
Il giorno dopo, sabato, come appuntamento con mia moglie al rientro dalla spesa, presero il caffè e tante chiacchiere. Lyuba con la solita vestaglia, il seno fluttuante di fronte a me, mia moglie di lato. Meno male che mia moglie non si rese conto di nulla, come non si rese conto che Lyuba non portava le mutande: mi fece vedere la fica in tutto il suo candore, depilata con un ciuffetto di peli sopra al pube. Il mio pensiero non fu molto elegante: *Troie ci si nasce, e lei ci era nata*. Non lo era in modo spudorato, ma prendere il caffè con mia moglie presente e non mettersi le mutande… una persona normale cosa pensa?
La domenica, solito caffè casto, era vestita bene. C’era anche Mario con giacca e cravatta, pronto per andare in chiesa sottobraccio alla bella Lyuba. Saltai il caffè delle 17 a casa di Mario per andare a passeggiare con mio figlio. Tornando verso le 19:30 incontrammo Lyuba che andava a prendere le pizze. Ci salutammo come due conoscenti. Mio figlio fece una di quelle uscite tipiche degli ormoni adolescenti: «Pa, hai visto che cambiamento da quando è arrivata Lyuba…» Non sapendo cosa rispondere, dissi che erano i consigli di mamma che la accompagnava a fare spese al centro commerciale.
Anche la domenica era giunta al termine. Era solo tempo di addormentarsi e sarebbe stato mattino, e il culo di Lyuba pronto ad essere gustato. Restava da capire come ci saremmo visti, non avevamo pianificato nulla. Ma pensavo di stare con lei, non una sveltina. A questo pensò Lyuba.
Uscita di buon’ora la incontrai per le scale quando uscimmo tutti e tre: io ad accompagnare mio figlio a scuola, mia moglie per andare al lavoro, e lei che nello stesso istante che aprimmo la porta era davanti all’ascensore. Disse solo: «Dai, ci stringiamo, ci stiamo tutti». L’ascensore stretto ci costrinse a contatto. Cosa potevo avere che mi premeva sul braccio? Il seno di Lyuba. Uscendo mi rivolse uno sguardo che di certo non era frutto della confessione del giorno prima a messa con Mario.
Al rientro a casa trovai la porta di Mario socchiusa. Bussai e chiamai. Rispose: «Sì, entra pure». Dal bagno uscì Lyuba completamente nuda. Aveva considerato che vedendo la porta socchiusa non avrei fatto finta di niente. Mi disse: «Vieni, prendiamo il caffè, è uscito adesso. Vado in cucina e non chiudere la porta, entrerò senza suonare». Salutai Mario e dopo due minuti la porta si aprì: lei con la solita vestaglia entrò, chiudendosela alle spalle. Appena dentro slacciò il fiocco e rimase completamente nuda. Io non persi tempo: mi tolsi pantaloni, maglia, mutande. Eravamo nudi come vermi. Lei non si curò di me ma solo del mio cazzo già duro e pronto. La trascinai sulla penisola del divano e iniziammo un sessantanove rivolto però al solo ano. Lei, resasi conto, disse qualcosa nella sua lingua che non capii ma che percepii solo i miei interessi. Alla mia lingua impazzita seguirono prima un dito, poi due, poi un terzo. Lo penetrai nella fica talmente bagnata di umori che sembrava gelatina. I suoi gemiti erano eloquenti. Il mio cazzo lubrificato con sapienza da Lyuba. Le dissi che era ora di profanare le sue viscere. Non capì cosa volessi dire. La feci posizionare alla pecorina con le ginocchia unite (mi piace farlo così, quando le chiappe non sono burrose). Le chiappe di Lyuba erano sode ma non abbondanti. Nella posizione si vedeva perfettamente il bottone chiaro come la sua pelle e lucido dal trattamento della mia lingua. Accarezzavo con il cazzo le sue parti sensibili, facendo pressione sul culo per poi scendere di nuovo sotto la fica. Lo feci diverse volte finché non sentii il bottone più morbido. Mi abbassai di nuovo per aumentare la lubrificazione e iniziai a spingere, contenendo l’eccitazione. Non volevo rinunciare al culo per la mia irruenza. Entrò finalmente la cappella, seguita dai gemiti di Lyuba che si sgrillettava la fica per favorire l’eccitazione. Fu una mossa azzeccata perché dopo pochi colpi sullo sfintere sentii il momento in cui era pronta. Iniziai a perdere ed entrare senza retrocedere, facendole sentire la penetrazione continua. La sua reazione sonora mi costrinse a tenerle la bocca con la mano. Non era dolore: ansimava come una locomotiva. I miei affondi divennero costanti e violenti. Sentivo il cazzo gonfiarsi dentro. Non volevo venire. La feci alzare, girai mentre mi sedevo sul puff e le dissi di sedersi su di me, con il seno a portata di mano. Mentre lei mi teneva per la testa tirandola verso il seno, il seno fluttuante sotto le sue cavalcate, il viso sprofondato nel solco in mezzo a esse, il cazzo che sembrava fosse sempre stato dentro il culo di Lyuba. Il piacere era inevitabile che volgesse al termine. Anche se venire dentro è la cosa più bella, il ricordo di qualche giorno prima mi fece desistere e sfilarmi dal culo. Non servì dire cosa dovesse fare. Lyuba si inginocchiò e prese il cazzo in bocca, sostituendolo al culo. Venni dopo pochi secondi con la differenza che mi regalò il piacere di spruzzarsi completamente sul seno, ripulendo soltanto quelle poche gocce rimaste intorno alla cappella.
Continuai ad accarezzare il seno con il cazzo per qualche istante, mentre lei si massaggiava il seno fino a quando lo sperma fu assorbito completamente. Mi sdraiai sul divano con lei che, girandosi ancora sulle ginocchia, prese di nuovo il cazzo in bocca per accompagnarlo adagiato sullo scroto.
Era solo l’inizio. E io sapevo che da quel lunedì il mio equilibrio domestico era ufficialmente sfondato.
Un ringraziamento doveroso a Giorgal73
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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