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ABBEVERARSI ALLA FONTANA TRA I CAMPI
04.09.2025 |
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"Franco guarda Giulio, che ha il cazzo che sta per esplodergli da quanto è grosso, e gli dice che lui non ha mai provato un culo in vita sua..."
Sono le dieci della mattina e sono annoiata, così chiamo la mia amica Lina per chiederle se le va di fare un giro qui intorno per cercare qualche bel maschione che ci scopi. Con mio rammarico mi risponde che “oggi non può”. Perciò esco da sola.
Mi incammino lungo una strada statale, dopo aver posteggiato la macchina in un grande parcheggio di un supermercato.
Dentro di me, mentre passeggio, spero che qualcuno, notandomi, accosti per abbordarmi.
Ma niente di tutto questo succede. Alcuni camion suonano. Niente più.
Indosso uno minigonna rosa svolazzante, tacchi vertiginosi e un top bianco. Fa un caldo della malora.
Al passaggio dei camion la minigonna si alza, lasciandomi scoperto il culo per un secondo, giusto il tempo necessario per accorgersi che indosso una mutandina tanga brasiliana, anch’essa rosa.
Svolto in una strada secondaria. Mi trovo in una zona abbastanza popolata, anche se il paese è relativamente piccolo e le case, quasi tutte di due piani, distano una ventina di metri l’una dall’altra.
In lontananza vedo dei campi coltivati. E poi un capanno.
Quando sono nei pressi della prima distesa, noto che la piantagione è un po’ maculata, qua e là, che e al centro del campo, più o meno, si trova un signore, curvo sul terreno con in mano quello che suppongo sia una specie di zappa.
Lui alza la testa e mi osserva, da lontano. P oi riprende a zappare.
“Mi scusi”, dico ad alta voce. “Lei, mi scusi? Sa dirmi dove porta questa via?”.
Vedo che tira su la testa e guarda dalla mia parte.
Scuote la testa. Sembra non aver sentito.
“Mi sente?”, grido.
Niente. Ma da buon uomo quale deve essere, fa uno sforzo e attraversa il campo, per avvicinarsi.
Lo vedo attraversare il campo. Credo che quella piantata sia soia.
Quando è una decina di metri chiede.
“Che ha detto?”.
“Buongiorno. Volevo sapere dove porta questa via”.
“Da nessuna parte. È una strada chiusa. Stanno costruendo una piccola palazzina, laggiù”, mi dice indicandomi un punto che credo sia a est. “Perché, dove deve andare lei?”.
“Ah, da nessuna parte, a dire il vero. Stavo facendo una passeggiata e volevo assicurarmi di non dover tornare indietro. Ma se mi dice che la strada è chiusa, faccio dietrofront subito”.
“Veda lei. Ma è di queste parti?”.
Mentre mi parla si avvicina un po’ di più.
“Sì è no. È poco che mi sono stabilita in questa zona”.
“Infatti”, dice quando mi è quasi di fronte, “non mi sembra di averla mai vista prima”.
“Non frequento molto la zona, a dire il vero”.
“Posso sapere come si chiama?”.
“Priscilla. Dico. Piacere”.
“Ah, piacere. Io sono Franco. Vengo in questo campo per seminare la soia dove è stata strappata via”.
“Capisco. Chi l’ha strappata?”.
“E chi lo sa. Forse vandali”.
“Oggigiorno succede un po’ di tutto”.
“Eh, mi dica”, fa facendosi meno formale. “Non vorrei sembrarle un po’ rozzo e cafone, ma non è esattamente una donna, lei, vero?”.
“Diciamo di no”.
“Ah, avevo visto bene, allora”.
Franco è un uomo abbastanza gentile, di corporatura robusta. Non saprei dargli un’età precisa. Così glielo chiedo.
“E, se non sono scortese io, lei quanti anni ha?”.
“Eh, sessantasette a ottobre”, mi fa.
“Se li porta bene, comunque”.
“Già, me lo dicono un po’ tutti”.
Poi ci guardiamo per un attimo senza dire niente.
“La vedo un po’ accaldata… Anzi, scusa posso darti del tu a questo punto?”.
“Ma certo che sì”.
“Dicevo, ti vedo un po’ accaldata. Quaggiù c’è una fontana, se vuoi rinfrescarti un po’ o bere”.
“Dove esattamente”, chiedo.
“Be’, seguimi, ti mostro dov’è”.
Seguo Franco lungo una stradina ghiaiosa che affianca il campo di soia. A un certo punto mi fermo.
“Non riesco a camminare su questa strada con i tacchi”, dico.
“Oh, è vero. Toglili e camminiamo lungo il campo, dove c’è più erba”.
Così mi siedo su una specie di staccionata che si trova di fronte a campo, e mi levo le scarpe. Ovviamente nel farlo metto in bella mostra le mutandine.
Franco è lì davanti a me che mi fissa ma non dice soltanto:
“A posto?”.
“Sì, molto meglio”, dico io, proseguendo il cammino con lui.
Altri cinquanta metri e arriviamo alla fontanella, che è proprio nei pressi del capanno che avevo visto in lontananza.
Appoggio le scarpe a terra, mi chino e bevo un sorso d’acqua.
“Buona e gelida”, osservo.
“È una sorgente naturale”, dice lui.
Mi rinfresco i polsi sotto l’acqua fredda.
“In quel capanno tieni i tuoi attrezzi?”, gli domando.
“Oh no. Quello è il capanno di Giulio. Abita lungo questa stradina. Comunque dentro ci sono le sue cose, sì”.
“Lavora con te questo Giulio?”.
“Ogni tanto sì. Viene qua a darmi una mano”.
Mentre mi dice questo, sentiamo:
“Franco, hai fatto nuove amicizie?”.
Era Giulio. Sbucato proprio da dietro il capanno.
“Lei è Priscilla”, dice lui. “Non è propriamente da queste parti. Stava facendo una passeggiata”.
“Piacere, fa lui. Sei proprio carina”, azzarda.
“Scusalo”, dice Franco. “Lui è sempre così. Va subito al sodo”.
“E fa bene”, dico io.
Giulio è un po’ più giovane di Franco, ma non di molto. Credo abbia sui sessant’anni. Ma è ancora un uomo aitante, di bell’aspetto.
“Quella minigonna non lascia molto spazio all’immaginazione”, fa lui. E poi: “Come mai ti sei tolta i tacchi?”, guardando le scarpe sul prato.
“È dura camminare sul selciato e sulla terra con quelle. Si sprofonda”, faccio notare.
“Sei venuto a darmi una mano?”, chiede Franco, interrompendo il discorso.
“Eh, l’intenzione era quella. Ma adesso cominciano a venirmi certi altri pensieri…”.
“Non starlo ad ascoltare”, dice Franco. “È un burlone”.
“Be’, che c’è di male in quel che dice”, cerco di difenderlo.
“Niente, appunto”, dice Giulio, “è chiaro che la signorina cerca qualcosa”.
Franco ha lo sguardo corrucciato.
Io mi limito a sorridere.
“Allora questo capanno è tuo”, chiedo a Giulio.
“Sì, esatto. Ci tengo tutta l’attrezzatura”, fa lui sornione. “Ti interessa vederla?”.
“L’attrezzatura?”, chiedo io, ridendo sotto i baffi.
“E che altro sennò”, continua lui, togliendosi un mazzo di chiavi di tasca.
Aspettiamo dietro lui che apra il lucchetto del capanno.
Apre il portone in legno.
“Eccoci”, fa. “Franco lo conosce bene, perché ogni tanto gli presto il mio decespugliatore”.
Franco annuisce.
Entriamo. Dentro c’è un odore misto tra erba, fieno, fango… Però è tutto in ordine.
“Siete dei professionisti”, dico io, guardandomi intorno.
“Già”, dice Giulio, girato di spalle e armeggiando con i pantaloni. “E questo è il pezzo forte”, voltandosi e mostrandomi l’uccello.
Gli usciva dalla cerniera dei pantaloni, non del tutto floscio.
“E dai!”, dice Franco. “Rimettilo dentro. Non si fa”.
“Sei un maiale”, dico io invece, fissandolo negli occhi.
“E tu una vacca”, mi risponde prontamente lui. “Vero che sei una vacca?”.
Passa qualche secondo.
“Sì”, dico annuendo.
Franco rimane di stucco.
Io afferro il cazzo di Giulio e inizio a segarglielo. Dopo un po’ sento che inizia a indurirsi nella mia mano.
“Hai trovato quello che volevi, cagna?”, mi dice.
Franco zitto.
“Sì”, rispondo sempre io.
“Sei più cagna o più vacca, fammi capire”.
“Tutt’e due”, dico.
Il cazzo ormai sta dritto da solo. Giulio lascia cadere i pantaloni ai piedi.
Gli sfilo le mutande, classici slip. Ha l’inguine peloso; anche le palle sono ricoperte dai pelli. Il cazzo eretto svetta in quella foresta. E è un cazzo veramente interessante.
“Che fai lì impalato”, dice Giulio rivolgendosi a Franco. “Non vedi che ha voglia. Fa’ qualcosa”.
Ma Franco lì per lì pare quasi paralizzato.
Giulio si libera completamente dei pantaloni e degli slip e resta solo in maglietta. Io prendo a leccargli l’uccello, passandoci la lingua attorno.
Il suo cazzo sa di maschio. Un odore di muschio e formaggio.
Faccio su e giù con la testa prendendolo in bocca fino alle palle.
Lui, in piedi, mi guarda, a gambe aperte.
Passano tre minuti e Giulio mi dice di rimettermi i tacchi (“perché mi eccitano le troie con i tacchi alti”, fa) e di appoggiarmi a un banco sopra il quale ci sono alcuni attrezzi da lavoro.
Subito mi solleva la gonna da dietro.
“Visto che bel culo Franco? Che gli faresti a questo culo?”.
Io rimango immobile. Sono eccitatissima.
Franco guarda Giulio, che ha il cazzo che sta per esplodergli da quanto è grosso, e gli dice che lui non ha mai provato un culo in vita sua.
“Ah, male”, gli fa questo. “Non sai cosa ti sei perso! Fino a oggi. Oggi è qua, tutto disponibile. È il culo di questa vacca”.
Io non dico niente e mantengo la posizione a L, in piedi, appoggiata al banco.
“Ti mostro io come si apre il culo a questa troia”, gli dice Giulio. “Poi lo fai anche tu… Per prima cosa”, aggiunge, “bisogna levare via queste mutandine”, afferrandole e strattonandole con forza fino a strapparle. “Ecco, via libera”.
Poi lancia le mie belle mutandine brasiliane appena acquistate e ormai inutilizzabili sopra il sedile del trattorino.
Immediatamente dopo sento che con le mani mi sta aprendo le chiappe.
“Ora ci si sputa sopra, giusto per lubrificare”, gli dice, sputandomi sul culo. “E poi si procede”.
Mi punta la cappella sul buco e inizia a ficcarmelo dentro. All’inizio fatica un po’, ma è talmente duro che non ci mette molto a entrare del tutto.
“Ohgt”, faccio io.
“Sentito come le piace alla vacca? Vuole tutto l’uccello nel culo e noi glielo ficcheremo su e giù nel culo per un bel po’”.
Franco non ha proferito parola fino adesso. Osserva la scena e basta.
Intanto Giulio comincia a lavorarmi il culo. Dentro e fuori stantuffandomi con potenza e facendomi sbattere la faccia contro le travi di legno del capanno.
“Te lo rompo questo culo, troia”, dice.
“Oh sì”, dico io. “Voglio che tu me lo distrugga, porco!”.
Tutto questo sembra non fare effetto su Franco. Non sembra, dico. Ma non è così.
“E va bene”, dice a un certo punto. “Se sei proprio una vacca simile ti meriti due cazzi, uno in culo e uno in bocca”.
“Oh, bravo”, dice Giulio. “Finalmente hai capito”.
Franco inizia a spogliarsi. Giulio mi dice di mettermi seduta sul banco. Io eseguo.
“A gambe aperte, troia”, ordina.
Le apro e lui salta sopra la tavola dimostrandosi molto più atletico di quanto sembrava. Si china su di me, mi ficca il cazzo in bocca e inizia a scoparmela.
Nel frattempo, dice:
“E tu sbattiglielo in culo”, rivolgendosi a Franco, che si sta segando.
Ha un bel cazzo anche lui. Meno peloso e con una cappella rosso carminio.
Ripete i gesti di Giulio, avvicinandosi al mio buco e sputandoci sopra. Poi, da in piedi, inizia a infilarmi dentro il cazzo.
Ci riesce subito perché ormai sono aperta e inizia a pompare, mentre Giulio mi scopa la bocca in modo forsennato. Io mi aggrappo al suo culo finché non ho il primo conato di vomito, ma lui non sembra preoccuparsene intenzionato com’è a sfondarmi anche la gola.
Ho la pisella che sbrodola e Franco se ne accorge.
“Sbrodola, Giulio. Che si fa?”.
“Continua a pomparle il culo, forte, deve sbrodolare ancora di più, come la fontanella là fuori”.
Franco, aizzato, ci dà dentro.
Io vorrei urlare ma con la verga di Giulio in bocca non ci riesco.
Vanno avanti così per cinque minuti. Io ho la bava che mi scende lungo il mento e ho inzuppato tutto il top.
A quel punto Giulio, che ha il comando delle operazioni, mi dice di scendere e di mettermi a terra, seduta sui talloni. Faccio un po’ di fatica con i tacchi ma in qualche modo ci riesco.
Sono in top bianco, minigonna, tacchi e basta.
“Adesso apri la bocca che sono venti minuti che la tengo”, mi dice Giulio.
Franco, con il cazzo a mezza altezza, osserva.
Giulio fa partire un fiotto di piscia che prima mi finisce sul top, inzaccherandomelo tutto, e poi, finalmente, quando ha aggiustato la mira, centra in pieno la bocca.
Lascio che la pipì scenda ai lati della bocca e mi cada addosso e poi sul pavimento in legno.
“Ahhhh”, continua a fare lui. “Troiaaaaa”.
Franco non sembra gradire molto. Forse è qualcosa che non ha mai visto o fatto.
Giulio, invece, a cazzo duro piscia che è una meraviglia.
Quando finisce, sono tutta bagnata, anche in faccia, perché ogni tanto alzava e abbassava il getto. Non so come sia il trucco ma a questo punto non voglio nemmeno immaginarmelo.
Franco continua a segarsi anche se il suo uccello sembra aver perso un po’ di vigore.
“Ti è piaciuto farti pisciare addosso, vacca?”, chiede Giulio, menandosi il cazzo.
“Sì”, dico, mostrando i denti.
“Cagna”, fa lui. “Ora girati, e mettiti a quattro zampe”.
Eseguo quello che aveva tutto l’aspetto di essere un ordine.
“Dove sono i tuoi pantaloni?”, chiede a Franco.
“Lì”, dice lui, indicandoglieli.
“Prendi la cintura. Voglio dare un poche di scudisciate al culo della vacca”.
Io resto in silenzio. Sono talmente eccitata che temo di venire prima del tempo.
Franco va a recuperare i pantaloni, sfila la cintura e la porge a Giulio.
“Mmm, perfetta. Bella lunga. Di cuoio”.
Franco annuisce, senza partecipare granché a ciò che da lì a poco accadrà.
Sento arrivare la prima scudisciata. Forte, precisa, sulla natica sinistra. Urlo.
Subito dopo un’altra, sempre sulla sinistra. Grido di nuovo.
“Lurida vacca, ti piace eh farti scudisciare il culo, eh?”.
“Sì”, dico a denti stretti.
“E dove sono finite le sue mutandine?”, chiede ancora a Franco.
Franco si guarda intorno.
“Sono qua, sopra il trattorino”.
“Bene. Mettigliele in bocca. Così le morsica e non strilla”.
Intanto Franco le osserva e le tasta.
“Sono bagnaticce”, dice.
“Per forza, non vedi che la cagna è in calore?”.
Poi si abbassa. Io attendo che me le metta in bocca. Noto che è un tantino imbarazzato. Ma fa niente. Le stringo tra i denti. In effetti sono ancora bagnate.
A quel punto arriva una frustata sull’altra chiappa. Il mio urlo è ora soffocato in bocca.
Un’altra ancora, e poi un’altra.
A quel punto Giulio decide che possa bastare.
“Bello rosso, così mi piace. Che te ne pare, eh, Franco”.
Ma Franco non dice granché.
Poi Giulio mi ficca il cazzo nel culo e affonda il colpo tenendomi per i fianchi. Mi sbatte talmente forte che due, tra volte le braccia mi cedono e cado mento a terra.
“Lurida vacca”, dice. “Te l’avevo detto che te lo avrei rotto questo culo”.
Franco è in sega da un po’ e sembra sul punto di venire. Lo comunica a Giulio.
“Sono quasi arrivato anche io”, fa lui. “Girati e mettiti in ginocchio”, mi dice.
Franco è il primo a venire. Mi schizza dappertutto: sulla faccia, in bocca, sul top, sulla gonna...
Poi lascia spazio a Giulio che ha accelerato le operazioni e ora si sega velocemente.
“Aght. Aght”, fa. “Troiaaaa. Ti sborro in bocca, troiaaaaa”.
E alla terza volta che lo ripete, avvicina la punta del cazzo alla mia bocca e ci svuota completamente le palle dentro.
Un sborrata lunga, che sembra non finire più e che mi riempie la bocca.
“Giù”, fa. “Buttala giù, vacca”.
Ingollo.
Il sapore della sua sborra è abbastanza simile all’odore del suo cazzo. Solo molto più salato.
Dopo di che, ricoperta di piscio e sborra Giulio, sputandomi in bocca, dice:
“Mi sei piaciuta, Priscilla. Veramente brava. Unica”.
Io sorrido e gli dico che adesso avrei bisogno di cambiarmi, perché sono tutta bagnata.
“Resta qui”, mi dice lui, gentilmente. “Ti prendo due o tre cose di mia moglie che sono nel ripostiglio da una vita e vai via con quelle”.
Esce e rimaniamo io e Franco. Lui si è appena rivestito.
“Mai avrei immaginato una cosa simile”, mi dice.
“A volte”, dico io, “le cose più belle capitano inaspettatamente. E questa è stata una di quelle”.
Mi sorride e mentre aspettiamo Giulio che ritorni con gli abiti della moglie, chiacchieriamo un po’ del più e del meno come due vecchi amici.
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