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IL F-ANALE ROTTO
15.05.2026 |
3.246 |
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"Ci mettono un po’ a coordinarsi, ma alla fine riescono a spingerli dentro insieme dilaniandomi il culo..."
Ogni tanto, il venerdì sera, mi piace andare in centro P*** a fare una passeggiata indossando abiti succinti, tacchi alti e calze velate. Arrivo in Piazza C*** più o meno alle nove e mezza, ma come al solito trovare un parcheggio è davvero un’impresa. Faccio due o tre volte il giro della zona, finché, in lontananza, non noto un tipo, a piedi, che cammina lungo la fila di macchine parcheggiate. Mi avvicino con la mia macchina, abbasso il finestrino, e gli chiedo:
“Scusa, stai andando via per caso?”
“Sì”, fa prontamente lui. “Guarda, la mia macchina è quella laggiù, la BMW bianca”.
“Perfetto. Ti seguo allora”, gli dico.
Gli vado dietro a passo d’uomo. Credo abbia sulla cinquantina, ben vestito, tarchiato, fisico robusto e un culo marmoreo. Cerco di non pensarci.
Quando finalmente arriva alla sua vettura, fa scattare la chiusura centralizzata, si volta e, sorridendomi, mi dice:
“Eccoci arrivati”.
Poi sale in macchina, avvia il motore e inizia a fare retromarcia.
Una volta uscito dal parcheggio, affiancandomi, mi saluta dal finestrino e io contraccambio salutandolo con un gesto della mano.
A quel parcheggio. Finalmente!
Mi do una rapida sistemata e scendo. Chiudo la macchina e procedo, a piedi, lungo la strada che porta al centro, quando, una ventina di metri più avanti, vedo la BMW bianca del tipo parcheggiata sulla destra, sopra un marciapiede, con le frecce lampeggianti accese.
Cammino in quella direzione con il nodo alla gola per l’eccitazione. Orami mi sto facendo un film mentale senza uguali in nessun cinema porno.
Prima che io riesca a passare a fianco della BMW, vedo che apre la portiera e scende (mi stava tenendo d’occhio dallo specchietto retrovisore?).
“Scusa”, mi fa quando sono a un passo, “se ti disturbo di nuovo, ma uscendo e guardando nello specchietto retrovisore ho notato che hai un fanale posteriore bruciato. Volevo solo avvisarti, prima che ti becchi una multa”.
“Ah, davvero”, dico io un po’ delusa (mi aspettavo ben altro), “grazie mille, allora. Domani la porto dal meccanico”.
“Oh no”, risponde lui, “ma non serve che la porti da un meccanico. È capace di chiederti 30 ero per una stupidaggine del genere”.
“Be’”, faccio io, “io sono proprio imbranata con la riparazione della macchina. Mi tocca”.
“Lascia che ti consigli un tipo che conosco io” (è un amico, lascia intendere). “Lui si diverte con questi lavoretti. Se gli dici che ti ho mandato io, sicuro che te lo sostituisce gratuitamente”.
“Davvero?”, dico, “ma dai, non serve che lo disturbi”.
“No, no, tranquilla, sarà ben felice di cambiare la lampadina”.
“Come vuoi”, gli dico, “se posso risparmiare, meglio. E come si chiama?”
“Guarda, ho un suo biglietto da visita. Te lo lascio”, aprendo il portafoglio e tirando fuori un cartellino, “qui troverai il suo numero e dove si trova. Puoi anche mandargli un semplice messaggio, senza chiamarlo. Sicuramente ti risponde”.
“Sì ma…”, dico, “e cosa gli dico, che mi manda…”
“Walter”, dice lui, “ah, proposito, appunto, piacere, Walter”.
Gli stringo la mano e lo vedo sorridere.
“Okay, d’accordo. Farò così”, dico io. “Non so davvero come sdebitarmi”, continuo. “Sei stato molto gentile”.
“Oh, fa niente. Tranquilla. Ci mancherebbe. Sei una tipa carina, attraente, e mi stai simpatica, tutto qua”.
“Ti ringrazio”, dico, quasi arrossendo.
“Ora vado però”, mi fa. “Mi stanno aspettando”.
Ci salutiamo e lui sale in macchina.
Me vado a passo lento dondolando sui tacchi verso il centro, delusa. Ma conto di trovare qualcuno con cui divertimi, anche se, verso mezzanotte devo arrendermi: in giro c’è poca gente e quindi faccio ritorno a casa.
Il giorno dopo, al mattino, decido di inviare un messaggio Whatsapp sul numero riportato sul cartoncino.
“Ciao”, scrivo, “Walter mi ha dato il tuo numero e mi ha detto che sei bravo con le riparazioni”.
Cinque minuti dopo, ricevo questo messaggio.
“Ciao, mi ha detto, sì, ieri sera, che mi avrebbe mandato qualcuno. Hai un fanale spento, o sbaglio”.
“Sì”, rispondo, “quando posso passare?”
“Ah”, scrive lui istantaneamente, “anche oggi pomeriggio. Sono chiuso, a dire la verità di sabato, ma per gli amici degli amici sono solito fare qualche eccezione”.
“Benissimo. Ti ringrazio”, gli scrivo. “Allora passo per le 16, ok?”
“Perfetto. Ti aspetto”.
Verso le 15 inizio a prepararmi per uscire. Qualcosa mi dice che c’è qualcosa che bolle in pentola, non so perché. Perciò mi metto il mio vestitino bianco, quello cortissimo, con le calze autoreggenti bianche, perizoma color rosso e ai piedi le mie belle scarpe nuove, bianche anche quelle.
Oggi fa particolarmente caldo, nonostante non sia ancora estate, e vestita così va più che bene.
Salgo in macchina, prendo il cellulare, apro Google Maps, individuo la posizione tramite la via e parto.
Sono poco più di cinque minuti di strada, quindi arrivo in anticipo.
Infatti sono lì alle 15.45. Appena arrivo in questo piccolo parcheggio, noto che, di fronte a un capannone, c’è la BMW bianca di Walter.
“C’è veramente qualcosa di grosso che bolle in pentola, allora”, mi ripeto, ridendo tra me e me.
Ma non mi faccio troppe illusioni. Parcheggio accanto alla BMW e scendo. Come mi volto vedo il portone che si apre lentamente.
“Ciao”, sento, “portala pure dentro”. È l’amico di Walter.
Gli faccio ‘okay’ con il pollice, rimonto in macchina e, andando molto adagio, porto la mia macchina dentro questo capannone, con l’amico di Walter che mi fa segno di dove posizionarla.
Parcheggio affianco a un’altra macchina a cui mancano le ruote e scendo.
“Eccola qua”, sento. Questa volta è Walter a parlare.
“Ciao”, dico. “Ce l’ho fatta ad arrivare, visto?”, dico, in tono scherzoso.
“Sì, sì, bravissima”.
Solo in questo momento mi accorgo che con loro c’è anche una terza persona. Un ragazzo, su per giù sui quarantacinque anni, altissimo e robusto, di colore.
“Oh”, fa subito Walter appena lo noto, “tranquilla, lui è innocuo”, dandogli una pacca sulla spalla, “fa il buttafuori nelle discoteche della zona, ma è il classico gigante buono”.
“Non ne dubito”, dico. “Piacere, sono Priscilla”.
“Piacere, io sono Abodin”, mi fa.
“Be’, mi presento anch’io allora… Sono il riparatore”, dice l’amico di Walter.
Poi si mettono a ridere tra loro.
“Ce l’avrai un nome, spero”, gli dico, stando allo scherzo.
“Ma certo, piacere: mi chiamo Paolo”.
Ci diamo la mano e poi lui continua:
“Allora, qual è il fanale posteriore guasto. Quello di destra o di sinistra”.
“A dire il vero non lo so”, faccio io.
“Come non lo sai”, ridacchia lui.
“Quello di sinistra”, interviene Walter.
“Okay… Si sarà bruciata la lampadina. Ci mettiamo un attimo”, dice, e poi, facendomi un gesto come a dire di seguirlo, “ti faccio vedere, su questo modello è abbastanza facile sostituirli, così la prossima volta puoi fare da sol… Solo o sola?”
“Come vuoi. È lo stesso per me”.
“Direi più ‘sola’ che ‘solo’ dall’aspetto”, dice Abodin, facendo l’adulatore.
“Confermo”, aggiunge Walter.
“Allora vada per ‘sola’, visto che sei uno splendore”, dice Paolo.
Poi mi dice di aprire il bagagliaio e mi mostra come svitare le plastiche.
“Vedi questo?”, mi fa, invitando a curvarmi per vedere l’interno del bagagliaio. Così facendo, però, con il vestitino corto, scopro un po’ tutto. Lo tiro giù, da dietro con una mano.
“Sì”, gli dico. “Non posso curvarmi oltre altrimenti quei due dietro vedono il paradiso”, dico, ridendo.
“L’abbiamo già visto”, dice Abodin, scherzando con Walter, “non è vero?”
“E che paradiso”, aggiunge Walter.
Subito dopo Alberto, che non commenta, si mette all’opera e nel giro di dieci minuti ha completato l’operazione di sostituzione della lampadina interna.
“Visto? Finito”.
“Bravissimo, dico io. Sono in debito”.
“Ma no, tranquilla, per gli amici di Walter questo e altro. Non mi devi niente”.
“Sei proprio un benefattore tu, Paolo”, gli dice ironicamente Abodin.
“Preferisco definirmi altruista”, fa lui.
“Io so solo”, insiste Abodin, “che non riesco più a tenerlo dentro i pantaloni. Non so voi due”.
Io, che ero ancora girata di spalle, mi volto e lo guardo. Siamo a quattro, cinque metri di distanza.
“Non farlo soffrire, allora. Liberalo”, gli dico scherzandoci sopra.
“Attenta a scherzare con il pitone di Aborin”, dice Walter ridendo. “È pericoloso”.
“Me ne intendo di serpenti, lo sai?”, controbatto io.
“Non ne dubito”, risponde Walter. La cosa, oltre a divertirlo, lo stava eccitando. E si notava.
A quel punto, Abodin, provocato, viene verso di me, mi afferra per la vita e mi mette a sedere sul cofano di una macchina.
Poi si sbottona la patta dei pantaloni e libera il pitone. Uno di quei biscioni grossi e neri che devi tenere con due mani, per intendersi.
“Soddisfatta?”, chiede.
“Sì”, rispondo estasiata.
“Allarga un po’ quelle gambe. Vogliamo vederlo anche davanti, il paradiso”, continua Abodin.
Allargo le gambe e lui ci guarda in mezzo, mentre si sega.
“Ottimo spettacolo”, dice Walter, tastandosi la patta.
Nel frattempo, Paolo, che si era allontanato un attimo, ritorna trascinando dei grandi cartoni che, subito, distende a terra.
Abodin mi afferra ancora per la vita e mi solleva come se stesse alzando una bambina di 5 anni, il che fa capire quanto possa essere forte e muscoloso, e mi rimette in piedi, a terra, sopra i cartoni.
Nel frattempo Walter si libera dei pantaloni e si massaggia il pacco.
Io mi inginocchio e aspetto che Abodin mi infili il pitone in bocca.
“Apri la bocca e tira fuori la lingua”, dice. “Devi meritartelo, prima”.
Spalanco e faccio scendere la lingua.
Lui, tenendo il cazzo ben stretto in pugno, me lo sbatte sulla lingua una decina di volte.
“Così, brava”, dice, “devi desiderare il mio cazzo”.
Intanto, l’unico ancora misteriosamente vestito (indossa la classica tuta da lavoro verde), è Paolo, che però osserva la scena interessato.
“Lo voglio tutto in bocca”, pigolo io.
“Sei sicura che ci stia tutto”, dice lui schiaffeggiandomi con il cazzo.
Non ne ero affatto sicura, ma ero intenzionata a farmi soffocare da quel palo nero, e quindi ho risposto:
“Sì, tutto”.
Walter si abbassa le mutande e inizia a segarsi. È molto peloso nella zona inguinale. Quasi non gli si vedono le palle. Quelle di Abodin, invece, sono ancora dentro i pantaloni.
“Okay”, fa lui, “l’hai voluto tu”. E poi, rivolgendosi a Paolo, gli dice: “Puoi portare qui quel bancone laggiù? Voglio provare una cosa”.
“C’è della roba sopra”, gli risponde Paolo, “ma posso metterla per terra. Lo sposto, tanto ha le ruote”.
In un attimo mette a terra degli attrezzi che si trovavano sopra e lo avvicina alla zona dove mi trovo ancora in ginocchio davanti al grosso cazzo di Abodin, in silenzio.
Di nuovo mi tira su di peso e mi mette sdraiata sul bancone, con tutto il corpo disteso lungo la superfice tranne la testa che, ovviamente, in quella posizione va all’indietro.
“Adesso ti scoperò per bene questa boccuccia”, mi fa, mettendosi di fronte a me. “Te la sei cercata, troia”.
Nel frattempo si è levato i pantaloni e le mutande. Dalla posizione in cui mi trovo riesco a vedergli bene i coglioni, grossi e duri quanto due prugne.
Poi mi infila il cazzo in bocca e inizia a fare avanti e indietro. Lo spinge talmente dentro e in fondo che ho i conati e tossisco. Per controllare la sua irruenza, afferro la verga con una mano e cerco di tirarla indietro quando va troppo a fondo, ma lui ci dà dentro e io non ho abbastanza forza di respingere il cazzo che mi riempie completamente la bocca, finché a un certo punto non divento quasi rossa paonazza e lui dice:
“Penso che possa bastare”, fa Abodin. “Qualcuno di voi due vuole servirsene?” domanda.
Con la testa all’indietro la saliva mi è arrivata fino agli occhi.
È il turno di Walter, che come prima cosa mi ficca le palle pelose in bocca.
“Stringi bene le labbra e fammi sentire la lingua”, mi dice.
Con le sue palle in bocca cerco di roteare la lingua attorno ai testicoli ma a un certo punto mi viene a mancare il fiato.
“No, no no”, dice lui, “da brava. Tienile in bocca e non costringermi a tapparti anche le narici”.
Sono talmente eccitata che ho completamente sbrodolato il perizoma. Abodin lo scosta un po’, mi alza le gambe e le appoggia alle sue spalle.
Sputo le palle di Walter, tossendo.
“Eh no eh”, protesta lui. “Devi tenerle in bocca, puttana”.
Le riprendo tra le labbra e le serro. Lui intanto si sega mentre gliele ciuccio.
“Brava così”, dice. “L’ho capito dal primo momento che eri una vacca”.
La cosa mi manda fuori di testa. Più mi umilia e più divento porca.
Abodin, intanto, guarda interessato la scena e sorride all’indirizzo di Walter. Non vedo Paolo, ma adesso lo sento incitare Abodin che, senza preavviso, me lo infila dentro fino all’elsa.
Soffoco uno strillo stringendo le palle di Walter in bocca, mentre Abodin inizia a sfondarmi con colpi decisi.
“Lasciala a me”, dice a un certo punto Paolo. Ora lo vedo. Anzi, vedo i suoi coglioni penzolanti. Grossi e lisci. Mi infila il cazzo in bocca e inizia a scoparmela.
Abodin mi assesta colpi decisi; a ogni stantuffata, segue un mio mugolo.
“Voglio sentirti gridare, vacca”, dice Abodina.
Vengo di culo. Sono tutta un tremolio. Gli occhi si voltano indietro.
“Okay, dai”, fa Walter, “tiriamola su”.
Abodin sfila il suo cazzo e mi prende in braccio. Poi mi adagia a terra sui cartoni.
“Girati e testa a terra”, mi dice, schiacciandomela giù con un piede, mentre, sopra di me, mi risbatte dentro la pertica nera.
In piedi fa su e giù col bacino sfondandomi. Io urlo e lui, per tutta risposta, mi rifila due forti ceffoni sul culo.
“Ti piace eh? Troia”, dice Paolo. “Prenderlo tutto, quello di Abodin. Tutto fino alle palle”.
“Entra davvero tutto “, fa Walter. “Pensa che culo sfondato. Brava Priscilla. Sei il top”.
Io strillo e basta e allora Abodin, che è una furia, mi chiede:
“Ne hai abbastanza?”
Ci penso su un attimo. Prendo fiato.
“No”, gli dico. “Rompimi il culo, porco. Fottimelo”.
“Come vuoi, puttana”, dice lui, mettendoci ancora più irruenza.
Vengo di culo per la seconda volta. Ho il perizoma fradicio di latte.
Walter adesso si distende davanti a me. Ha il cazzo duro e venoso e dritto come un’asta. Lo prendo in bocca e lo succhio, anche se, ogni tanto, devo fermarmi e urlare e dira a Abodin:
“Scopami cazzooooo. Scopamiiiii”.
Poi Abodin mi tira di nuovo su, in braccio, e mi rimette sul carrello, questa volta non più tenendo la testa fuori, ma solo il culo e le gambe, aperte.
Paolo infila da di sotto la testa e mi ficca la lingua nel buco, che è apertissimo perché la mazza di Abodin lo ha dilatato e slabbrato. La infila fino infondo e me lo lecca con passione.
Per la terza volta ho un orgasmo di culo.
Intanto Walter si è seduto sulla mia faccia e mi ha rificcato i coglioni in bocca. Deve essere una sua passione.
Ma Abodin, il più creativo dei tre, cambia idea e mi risolleva rimettendomi a terra pancia in giù. Subito dopo, spingendo il cazzo all’indietro, ma mettendosi di lato, sulla sinistra, rispetto alla mie gambe, mi infila il cazzo sedendosi e chiede a Paolo di fare la stessa cosa dandogli la schiena.
Ci mettono un po’ a coordinarsi, ma alla fine riescono a spingerli dentro insieme dilaniandomi il culo.
“Una voragine”, commenta Walter. “Sfondatela”.
Cominciano a fare sue e giù con i due cazzi infilati nel mio buco. Io urlo e gemo e chiedo solo di essere chiamata puttana.
Lo fanno. Vengo ancora e, mentre il clito spruzza, Abodin, con un gesto irruento, afferra il mio perizoma e lo strappa via come se fosse fatto di carta.
Poi lo lancia in mezzo al capannone.
Dopo dieci minuti di sfondamento (nei quali ho quasi perso i sensi due volte), decidono che può bastare e mi voltano.
“Gran bel mollusco”, mi umiliano.
“È il mio clito”, dico, che diventa piccolissimo, quasi microscopico quando sono stra eccitata.
“Sì, troia, è il tuo clito”, dice Walter schiaffeggiandolo.
Abodin, invece, per umiliarmi, lo schiaffeggia con la sua verga.
Io sono distesa a terra, ormai senza forze, senza mutandine e con la mia sborra in mezzo alle gambe.
Paolo si avvicina segandosi vorticosamente.
“Apri la bocca, da brava”, fa.
Lo stesso fanno Abodin e Walter, che però sembrano più lunghi a venire.
“Aughht”, sento. E poi letteralmente una pisciata di sborra in faccia.
“Brava ragazza”, fa Paolo, pulendosi il cazzo sulla mia guancia.
Ora è il turno di Walter che smanetta velocemente. Quando è lì lì per venire si sdraia sopra di me e mi infila il cazzo in bocca.
“Ahhhhhhghht. Ahhhhhghght. Ahhhhhgt”, fa. Svuotando le sue palle pelose nella mia cola.
Poi, avvicinando il cazzo, che sta afflosciando, alla mia lingua, aspetta che gli pulisca la cappella. Lo ripulisco per bene.
“Ottima puttana”, dice.
Infine Abodin, che mi tira su e, non avendo ancora avuto piena soddisfazione, mi prende la testa tra le mani e mi costringe a farmi scendere fino in gola la sua verga.
“Succhia, puttana, succhia”, continua a dire.
Dopo cinque minuti nei quali ho quasi voltato gli occhi all’indietro per il soffocamento, si decide a venire, e mi inonda la faccia con quattro fiotti di sborra densa; sborra che mi cola lungo le guance fino al mento.
Tiro fuori la lingua e lecco tutto intorno alla bocca, fino a dove arrivo con la lingua e poi, dopo essermi tolta la sborra dalla faccia, con le mani, mi lecco le dita.
“Ottima ragazza”, fa Abodin. “Era un pezzo che non provavo una troia simile”.
“Grazie a tutti e tre”, dico io sorridente, mentre si rivestono.
“È stato davvero un piacere conoscerti”, fa Paolo. “Sei uno spettacolo”.
“Davvero complimenti, Priscilla”, mi dice Walter. “Oltre ogni aspettativa. Immaginavo che fossi brava, ma non così”.
Io intanto mi sistemo il vestito. Qua e là ci sono macchie di sperma, ma il vestito è bianco, neanche si notano.
Quando Paolo apre il portone, trascinandolo a sinistra, con nostra sorpresa si trova di fronte una signora.
“Ciao Paolo”, gli fa. Lui con una mano dietro la schiena ci fa capire di nasconderci.
“Ciao Luisa”, le risponde. “Ti serve qualcosa?”
“No, niente, a dire il vero. È che mi è sembrato di sentire delle urla provenire dal tuo capannone. Tutto bene?”.
“Tutto bene, sì. Sarà stata la sega circolare”, inventa lui. “A volte emette dei fischi che sembrano delle urla”.
“Può essere, sì. Scusami. Buona giornata”.
Paolo richiude il portone.
“La sega circolare”, dice Walter mettendosi a ridere.
Rido anch’io.
“Non erano mica tanto circolari le seghe qui”.
“Proprio”, fa Abodin ridendo.
“Lasciatela perdere”, aggiunge Paolo. “È un’impicciona. Ma è meglio che porti fuori io la tua macchina, Priscilla, se non ti dispiace. Tu esci da quella porta laggiù. Io porto la macchina sul retro e poi puoi andare”.
“Va bene, dico”.
“Speriamo di rivederci”, dice Walter.
“Perché no… Al prossimo fanale rotto”, dico io incamminandomi verso la porta sul fondo.
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