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Storia della mia vita 28


di Moltoesigente1
08.06.2024    |    2.120    |    2 9.1
"Poi, esausto, ritornai verso casa..."
Continuazione da STORIA DELLA MIA VITA 27

CAPITOLO 28 - LA TRAGEDIA PIU’ GRANDE

Passarono diversi anni di serenità e di tranquillità. Qualsiasi convivenza porta, nel tempo, a momenti di tensione e di stanchezza che vengono normalmente superati se gli elementi della coppia si amano e scendono agli ovvi compromessi necessari per un vivere costantemente uniti.

Per noi, invece, non si poneva assolutamente la questione. Io non avevo alcuna mia volontà ed ero assolutamente felice di cedere su tutto e di obbedire ed ossequiare costantemente la mia padrona.

Ingrid, peraltro, non conculcava in modo completo quel poco di personalità che mi rimaneva, ma mi lasciava un minimo di libertà di esprimermi, pur esercitando un dominio assoluto su di me.

Se poi voleva proibirmi qualcosa, sapeva farlo in modo così autorevolmente pacato che non potevo far altro che chinare il capo e fare atto di sottomissione.

Mi sentivo davvero appagato e non chiedevo altro dalla vita.

Purtroppo, una terribile sciagura era in agguato. La mia esistenza stava per subire uno spaventoso sconvolgimento.

Era un tardo pomeriggio di autunno e stavo preparando tutto in attesa del rientro di Ingrid, come facevo tutte le sere. La mia padrona tornava a casa solitamente piuttosto tardi e io preparavo una cena leggera di frutta e verdura, che avremmo consumato insieme dopo che l’avevo servita e aiutata a fare una doccia ristoratrice.

Poco prima delle sette squillò il telefono. Rimasi sorpreso. Non era una cosa consueta.

Risposi. L’interlocutore si qualificò come un ufficiale della polizia.

Mi chiese se poteva parlare con un parente stretto della signora Ingrid. Risposi che la signora Ingrid non aveva parenti.

Mi chiese se io ero un componente della casa e che tipo di rapporti avessi con la signora Ingrid. Sempre più allarmato gli risposi che ci conoscevamo da tanto tempo e che eravamo praticamente fratelli. Non sapevo cosa dirgli e pensavo che rispondergli che eravamo conviventi sarebbe stata una cosa che la mia padrona avrebbe disapprovato, quindi rimasi sul vago.

“Purtroppo devo comunicarle che la signora Ingrid è rimasta vittima di un incidente.”

Rimasi senza fiato: “Che cosa? Cosa è successo? Dov’è adesso? Cosa si è fatta?” Erano domande convulse le mie e per qualche secondo, che mi parve un’eternità assoluta, dall’altro capo del filo ci fu silenzio.

Poi: “La signora è stata investita verso le due da un autocarro che non ha rispettato le strisce pedonali.” “Ma cosa si è fatta? Si è fatta molto male? Dov’è? All’ospedale?”

Ancora un attimo di silenzio e poi la sentenza terribile. “Mi dispiace, signore. Ma non c’è stato nulla da fare. Mi dispiace davvero. Se lei la conosceva bene, è necessario che si presenti domani presso la camera ardente dell’ospedale civile per il riconoscimento. Mi dispiace.”

Rimasi seduto sul divano, gli occhi fissi alla parete di fronte. Non so quanto tempo. Ma non ci credevo. Ero convinto che da un momento all’altro avrei sentito il rumore dell’auto che entrava nel vialetto e quello delle chiavi nella serratura. Oppure il suono del campanello che la mia padrona premeva talvolta per farsi aprire.

Non accadde nulla. Rimasi solo tutta la sera, alzandomi di scatto per andare alla porta oppure per guardare alla finestra appena sentivo un qualsiasi rumore che venisse dall’esterno.

Le ore passavano. Tutto era silenzio. Verso l’una mi sdraiai sul letto, ma non dormii. Folle di pensieri nella mia mente. Non piangevo. Ero semplicemente inebetito. Non sapevo cosa fare, e cosa avrei potuto fare per uscire da quell’incubo e tornare ad avere la mia adoratissima padrona Ingrid.

Mi addormentai vestito sul letto, ma era un sonno estremamente agitato. Ad un tratto mi parve che Ingrid fosse lì, accanto a me. Fui felice per una frazione di secondo e allungai un braccio, ma la sua parte del letto era desolatamente vuota.

La mattina dopo mi accinsi a fare quello che mi aveva detto l’ufficiale di polizia. Andai all’ospedale civile e chiesi della camera ardente.

Mi ci recai con la morte nel cuore e fui accolto da un paio di impiegati che con fare molto burocratico mi dissero che occorreva effettuare alcuni adempimenti di rito fra cui anche il riconoscimento del cadavere.

Dissero proprio così e mi sembrò qualcosa di terribilmente estraneo a me e alla mia esistenza. Mi mostrarono vari oggetti personali chiedendomi se li riconoscevo come appartenenti a Ingrid. Dissi di sì, ma chiesi anche di vederla. Mi risposero che non era possibile. La salma non poteva essere vista. Fu una tragedia nella tragedia. Mi avevano talmente sfigurato la mia Ingrid che neppure potevo vederla per l’ultima volta.

Misi le firme dove dovevano essere messe, e me ne andai. Mi sedetti su una panchina del parco dell’ospedale lontano da tutti e a questo punto mi sciolsi in un pianto dirotto, assolutamente disperato.

Avevo perso tutto nella mia vita. Avevo perso la mia straordinaria mamma tanti anni prima e ora avevo perso lei, Ingrid, che aveva dato un senso al mio esistere.

Rimasi a piangere per tante ore su quella panchina. Poi, esausto, ritornai verso casa.

La mattina dopo mi telefonarono per l’organizzazione dei funerali. Ero completamente spaesato. Delegai tutto all’impresa perché non sapevo cosa fare.

Il giorno del funerale mi recai all’obitorio. C’era anche Giovanna, il transessuale che era praticamente il braccio destro di Ingrid nella sua impresa. La cerimonia fu molto breve e semplice con poche persone, nessuna delle quali mi era nota. Al termine, rimanemmo solo io e Giovanna, che mi abbracciò e ci mettemmo a piangere insieme.

Giovanna mi chiamò due giorni dopo. Era molto carina e comprensiva con me, perché condivideva il mio dolore. Mi disse che purtroppo il momento della pena per la morte di una persona vicina è sempre interrotto dai problemi pratici che si presentano immediatamente.

Il primo problema era l’azienda. Bisognava decidere cosa fare.

“Ma io non posso decidere nulla!” Obiettai. “Prima di tutto perché non so niente dell’azienda e non so neppure cosa sia un’azienda. Poi, perché io non ho alcun diritto su niente.

Anzi. Ora non ho neppure il diritto di rimanere in questa casa e mi sono già domandato ieri sera dove potrò andare. E non ho neppure un soldo di mio. Qui è tutto proprietà di Ingrid….. Lo ero anch’io.”

Giovanna accennò una risata triste. “Si, certo, anche tu eri sua proprietà. Ma io credo che lei abbia fatto qualcosa. Lasciami verificare. Poi ci risentiamo. Ciao.”

Il giorno dopo ricevetti una telefonata dallo studio notarile che seguiva l’azienda di Ingrid. Il notaio mi dava un appuntamento per il pomeriggio dell’indomani. Temetti fortemente che il notaio mi intimasse di lasciare subito la casa e di non usufruire più di ciò che era proprietà di Ingrid: tutto doveva essere lasciato così com’era per gli eredi e qualunque cosa facessi sarebbe stato abusivo. Anche se non avevo idea di chi potessero essere gli eredi, dato che Ingrid mi aveva sempre detto di non aver alcun parente, neppure lontano.

Mi sedetti nel sontuoso studio del notaio, e mi preparai al peggio. Il notaio si accertò della mia identità e aprì una serie di pratiche, prendendone fuori una busta.

“Questo è il testamento olografo della signora Ingrid. Non ci sarebbe stato bisogno che lo depositasse presso di me, ma lei ha voluto comunque così.

In seguito le illustrerò la prassi che deve essere seguita in questi casi. Ora le leggerò il contenuto del testamento, visto che la signora Ingrid l’ha voluta nominare sua erede universale.” Cominciò a leggere, ma il mio cervello non percepiva nulla.

Cosa? Cosa aveva voluto fare la mia meravigliosa padrona Ingrid? Ero confuso, non riuscivo a costruire un pensiero logico.

Il notaio terminò di leggere e disse: “Come ha sentito, si tratta di un patrimonio considerevole. Se vuole un consiglio, chieda l’aiuto di qualcuno per amministrarlo. Ma deve essere una persona molto fidata.”

Poi preparò una serie documenti che dovetti firmare. Lo feci in una specie di trance. Non sapevo cosa firmavo e d’altra parte non avevo capito nulla di tutto quello che il notaio mi aveva detto.

Prima di congedarmi aggiunse: “Mi pare che la signora Ingrid avesse in essere una importante assicurazione sulla vita, quindi verifichi anche quella. Inoltre, siccome l’incidente è avvenuto sulle strisce pedonali, l’assicurazione dell’investitore dovrà pagare un cospicuo risarcimento. Si informi.”

Come quando ero uscito dall’obitorio, cercai una panchina nascosta, perché venni assalito da una irrefrenabile crisi di pianto.

Ingrid mi aveva protetto sempre e aveva voluto proteggermi anche dopo la sua morte. Mi aveva reso suo schiavo assoluto e quindi non possedevo nulla. A qualunque mio bisogno provvedeva lei finché era in vita. Ma dopo la sua morte sarei rimasto privo di tutto. Quindi aveva pensato anche a quello. Era la più straordinaria dimostrazione d’amore che potesse darmi.

Giovanna mi chiamò il pomeriggio successivo chiedendomi se il notaio mi avesse contattato.

La mia convocazione da parte di quel professionista era evidentemente opera sua. Sapeva che Ingrid aveva fatto qualcosa dal notaio relativamente alla sua eredità, ma non immaginava che mi avesse lasciato tutto.

Mi disse che ne era veramente molto, molto contenta ed ebbi l’impressione che fosse davvero sincera. Aveva sempre stimato moltissimo Ingrid e la sua ammirazione per lei crebbe ulteriormente anche per questo.

Mi disse cose bellissime al telefono su di lei e io mi commossi ancora fino alle lacrime: “Ingrid pensava sempre a tutto. Era straordinariamente lungimirante. Nel lavoro come nella vita. L’azienda ha avuto questo bel successo perché lei era veramente eccezionale. Sapeva guardare molto più avanti di tutti noi ed era sempre preparata a fronteggiare tutti gli avvenimenti, perché li prevedeva.”

Nei giorni successivi concordai con Giovanna una strategia per la società. Avrei ceduto la maggioranza delle azioni a un investitore finanziario, ma avrei conservato una quota che consentiva di aver voce in capitolo nella gestione. Poi avrei formalmente delegato Giovanna a rappresentarmi.

In questo modo, Giovanna non solo era sicura di conservare il suo posto di lavoro, ma avrebbe potuto influire sulle decisioni relative alla azienda stessa. Io, invece, avrei incassato i proventi della vendita e i dividendi futuri relativi alle mie azioni residue, senza dovermi occupare di qualcosa di cui non avevo mai sentito parlare.

Andai poi a incontrare il gestore di patrimoni della banca che seguiva il conto di Ingrid e anche lì dovetti firmare una quantità di documenti. Mi chiesero se volevo confermare le scelte di investimento di Ingrid e naturalmente non mi posi neppure il problema.

Infine, Giovanna mi presentò il commercialista dell’azienda a cui Ingrid aveva affidato anche tutte le questioni relative alle sue proprietà. Confermai tutte le scelte di Ingrid. Il commercialista si prese anche l’incarico di seguire tutte le pratiche relative alle assicurazioni di cui aveva parlato il notaio.

Quando finalmente tutto questo girare si concluse, mi rinchiusi in casa. Avevo bisogno di rimanere solo.

Ingrid, andandosene, mi aveva procurato il più grande dolore della mia vita, pari solo a quello della perdita della mia mamma, ma mi aveva lasciato ricco. Veramente ricco.

Piansi, piansi ininterrottamente per due giorni di fila.

Seguirà: CAPITOLO 29 - UN MONDO DI RICORDI

Titolo: STORIA DELLA MIA VITA 29
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