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Manuale per trasformare un maschio attivo 13
24.05.2026 |
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"Manuel non controllava più nulla: impossibilitato a venire davanti a causa della gabbia, il suo cervello andò in corto circuito totale sotto i colpi di quel cazzo estraneo..."
La cintura di castità d’acciaio era ormai diventata una parte inscindibile del corpo di Manuel. Non ricordava nemmeno più la sensazione della propria pelle libera dal metallo, né lo scatto autonomo del proprio cazzo, intrappolato da mesi in quella cella fredda che lo costringeva a un’immobilità assoluta. Ogni sua energia vitale, ogni singola pulsazione del suo sangue muscoloso era stata incanalata là dietro, in quell’anello rosa perennemente morbido, dilatato e bagnato di gel industriale. Manuel era una creatura resettata, svuotata di ogni traccia della sua vecchia identità da maschio alfa, ridotta a pura carne ricettiva al servizio del suo pappone.Quel sabato sera, Christian decise che il percorso di Manuel era giunto al suo compimento perfetto. Lo fece salire in macchina ordinandogli di indossare solo un paio di pantaloncini di pelle attillatissimi, aperti sul retro, che lasciavano le chiappe interamente scoperte e le cinghie metalliche in bella mostra.
«Stasera ti porto a una festa privata, cagna,» disse Christian mentre guidava verso una zona residenziale isolata, dove sorgeva una villa circondata da alte mura di cinta. «È il momento di farti vedere dove finiscono i duri come te quando passano sotto le mie mani.»
Manuel non rispose. Teneva la testa bassa, ansimando dal naso, mentre il buco pulsava vistosamente contro il sedile dell’auto, già lubrificato e affamato di cazzo. Non gli importava dove stessero andando o chi avrebbe incontrato; nella sua mente corrotta c’era solo il bisogno disperato che qualcuno usasse quel metallo e quella carne per martellargli la prostata fino al delirio.
Christian lo prese per il collare di cuoio che gli aveva stretto al collo e lo trascinò dentro la villa, giù per una scalinata di marmo che conduceva a una gigantesca taverna sotterranea, illuminata solo da luci rosse soffuse e specchi a tutta parete. L'aria era densa, satura di un odore pesante e inconfondibile: bava, gel industriale, sudore maschio e sperma fresco.
Quando Manuel sollevò gli occhi, lo spettacolo che gli si parò davanti lo bloccò sul posto, mozzandogli il fiato.
Disposti su grandi materassi di pelle nera disposti a cerchio sul pavimento, c’erano altri sette ragazzi. Manuel ne riconobbe subito un paio: c’era un gigantesco istruttore di calisthenics che un tempo dominava la sala pesi della sua stessa palestra, e un pugile di ventisei anni famoso in città per la sua aggressività sul ring. Erano tutti ragazzi imponenti, muscolosi, tatuati, ma le loro espressioni e le loro posizioni raccontavano una realtà identica alla sua. Erano tutti completamente nudi, ognuno di loro imprigionato in una cintura di castità identica a quella di Manuel, disposti a quattro zampe con il petto schiacciato a terra e il bacino sollevato verso l'alto. Le loro chiappe erano spalancate da soli o da cinghie di cuoio, e i loro buchi, dilatati e lucidi di gel, pulsavano all’unisono nell’aria rossa, in attesa.
«Guarda qui, Manuel,» sussurrò Christian con una risata gelida e colma di trionfo, accarezzandogli i capelli corti. «Ti presento il mio harem personale. Ognuno di loro è arrivato qui pensando di essere un attivo puro, un duro irraggiungibile. E guarda come si offrono adesso. Da stanotte sei uno di loro. Sei parte della collezione.»
Il pugile e l'istruttore di palestra non guardarono nemmeno Manuel; continuarono a dondolare lentamente il bacino all'indietro, emettendo lamenti acuti e bagnati, supplicando verso il centro della stanza. La totale demolizione di quegli uomini che un tempo Manuel considerava rivali o modelli di virilità spazzò via l'ultimo briciolo di logica dalla sua testa. L'umiliazione collettiva si trasformò in una fiammata di perversione assoluta.
«Sì... sì, padrone... lasciami qui... voglio essere una delle tue troie...» implorò Manuel, cadendo in ginocchio sul pavimento e strisciando spontaneamente verso il materasso centrale per unirsi alla fila degli schiavi passivi.
Christian lo spinse in mezzo all'istruttore e al pugile. Manuel si mise a quattro zampe, piantando i gomiti sul cuoio nero, arcuando la schiena all'inverosimile per offrire le sue natiche muscolose e cinte d'acciaio verso il centro della stanza. Con le mani tremanti si afferrò la carne dei glutei e si aprì da solo, unendo il suo buco bagnato a quello degli altri sette corpi distrutti.
In quel momento, le porte della taverna si aprirono di nuovo. Tre grossi clienti della zona industriale, camionisti amici di Christian, entrarono nella stanza sbottonandosi i pantaloni larghi, liberando cazzi venosi, duri e sudici. Christian non si svestì nemmeno. Prese il flacone da un litro del lubrificante, lo lanciò ai clienti e disse: «Divertitevi. Sono tutte pronte. Usatele come volete, finché non ne rimane più nemmeno una goccia.»
I clienti si avventarono sull'harem come animali su pezzi di carne da macello. Un uomo tarchiato e peloso si posizionò dietro Manuel, afferrò le cinghie della cintura di castità e con una spinta brutale gli piantò l'intero cazzo dentro, fino alla radice, colpendo con violenza la prostata.
Manuel cacciò un urlo acuto, disperato e intriso di un'estasi indicibile, unendosi al coro di lamenti, pianti e gemiti effeminati degli altri sette ragazzi che venivano sfondati contemporaneamente accanto a lui. Il rumore dei colpi di reni sordi, lo schiaffo continuo delle palle degli uomini contro le chiappe bagnate di gel e metallo, e l'odore della sborra che presto iniziò a riempire i buchi dell'harem saturarono l'aria. Manuel non controllava più nulla: impossibilitato a venire davanti a causa della gabbia, il suo cervello andò in corto circuito totale sotto i colpi di quel cazzo estraneo. Era una macchina da sesso passivo, una puttana d'acciaio felice di raccogliere lo sperma di chiunque all'interno del proprio culo distrutto.
Mentre il festino perverso consumava i corpi dei suoi schiavi, Christian si allontanò dal cerchio dei materassi. Si ripulì le mani dal gel con uno straccio e guardò per un'ultima volta quel capolavoro di demolizione umana: otto giganti da palestra ridotti a cagne belanti, sigillati nel metallo e sottomessi per sempre.
Christian si voltò, salì lentamente la scalinata di marmo e uscì dalla villa, lasciando Manuel e gli altri nel loro eterno inferno di carne. Salì in macchina, accese il motore e tirò fuori il telefono dalla tasca della giacca. Aprì un'app di incontri, scorrendo i profili finché non si fermò sulla foto di un ragazzo di venticinque anni, un rugbista dalle spalle larghe che sul profilo scriveva con spocchia: «Attivo puro, non perdo tempo».
Christian sorrise, un sorriso sottile e implacabile. Scrisse un messaggio veloce: «Ciao. Bello il profilo. Ti va di vederci per una birra stasera?».
Spense lo schermo, ingranò la marcia e partì nella nebbia della notte, pronto a dare inizio alla caccia per la sua prossima vittima.
FINE
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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