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Schiava e Cagna


di AntonellaTrav6
25.02.2024    |    4.931    |    8 9.7
"E voglio vederti in faccia mentre lo faccio..."
Eravamo dentro il portone di casa, io e il medico veneziano che era diventato ufficialmente il mio padrone. Mi aveva sottratto dalla mani le chiavi del mio appartamento, e per questa ragione lo supplicai di farmi rientrare perché ero stanca e avevo anche voglia di addormentarmi. Me lo concesse, ma ad un patto: dovevo leccare e lustrare le sue scarpe! Cosa che feci con la paura che qualcuno scendesse le scale e mi vedesse. Una volta eseguito l'ordine mi restituì le chiavi. Rientrando, quella sera, capii realmente cosa significasse appartenere e provai anche l’orgoglio di appartenere finalmente ad un Padrone. Compresi cosa fosse la devozione, vedendo il piacere del mio padrone come il più importante strumento nelle mie mani per compiacere, renderlo orgoglioso di possedermi, sentirmi brava, sentirmi sua.
Essere sottomettessa, paradossalmente,  divenne per me la più grande forma di libertà. Quel giorno avevo sperimentato il piacere che nasce dalla mente e pervade il corpo tutto. Il giorno dopo ci rivedemmo a casa mia. Non aveva ancora chiuso la porta di ingresso che Lui mi sbatte contro il muro, il volto quasi schiacciato contro la parete mentre mi abbassava i pantaloni e mi strappava di dosso il perizoma.
" Ti prego, potrebbe arrivare mia madre!!!!" supplicai...
"Me ne fotto, anzi meglio cosi vede ciò che sei in realtà!!! "
Rimasi vestita solo dell'intimo e della sottoveste; mi prese per un braccio e mi portò in stanza da letto.
"Ora lo farai con me nel tuo letto e sarai la mia schiava; togliti le mutandine, il buttplug e toccati il buchino mentre mi spoglio cagna". Mi rendevo conto del pericolo che correvo ma ero inebriata, inebetita, vogliosa. Osservavo il suo corpo nudo mentre mi scopava con le dita.
" Ti piace il cazzo del tuo uomo vero? Vieni a succhiarmelo svelta...inginocchiati!"
Succhiai come la più esperta delle puttane: l'asta, la cappella e le palle. Nemmeno un millimetro veniva dimenticato dalla mia lingua, pompavo come un'ossessa ma non volevo che mi venisse in gola. lo volevo dentro di me. Mi stava succedendo una cosa sconvolgente mi stavo innamorando del mio Padrone:volevo essere la sua donna.
"Distenditi e apri le gambe voglio scoparti come la femmina che sei.....e voglio vederti in faccia mentre lo faccio ...voglio baciarti e farti gustare il sapore della mia saliva e della mia lingua in bocca...devi imparare a baciare gli uomini troia!"
Detto questo mi infilò la sua virilità dentro di me, mi chiavava nel mio letto e ogni colpo sembrava una stantuffata prima lenta poi veloce: il culetto pulsava attorno il suo membro. Impazzivo. Ma la cosa non durò molto perché uscì, mi guardò negli occhi e io languidamente dissi: "Perchè Padrone?"
"Perché non lo meriti puttana! Ora me ne vado, ma mi farò vivo presto, ti contatterò  via WhatsApp e seguiranno vari ordini. Se ne andò lasciando nel mio corpo il vuoto. Mi osservai allo specchio: ero vestita come una troia in calore e dietro di me un tatuaggio che nessuna donna con il cervello a posto avrebbe mai potuto farsi disegnare. Quel pomeriggio mentre mi scopava e mi sottometteva lo guardavo e pensavo che quell'uomo sapeva perfettamente chi fosse lui, sapeva cosa voleva, cosa gli piacesse e cosa no. Curioso di sperimentare, conosceva bene il suo corpo e le sue potenzialità ma conosceva ancora meglio il mio di corpo, il corpo di una femmina e porca. Era esperto, abile. Navigato in un mondo che per me non era ancora totalmente definito. Gettata in questo mondo senza troppe spiegazioni e senza aver mai fatto una reale scelta e nessuna consapevolezza. Ma col mio Padre accanto, pratica dopo pratica, esperimento dopo esperimento, idea dopo idea, sarei cresciuta. Quello che mi attirava di lui erano le sue parole, i suoi toni, come modulava la sua forte personalità attraverso le parole. La sua personalità era diventata una calamita per me. Nella sua dominazione ho capito cosa significasse appartenere. L’ho scoperto con lui che appartenere significa sentirsi in ogni momento la cosa più preziosa, più voluta, più curata e desiderata. Significa vivere nella costante consapevolezza che tutto ciò che sono, tutto ciò che faccio, tutto ciò che realizzo, tutto ciò che desidero gli appartiene. Ho scoperto che significa che ogni cosa che il mio corpo, la mia testa, la mia emotività riesce a produrre è sua. Significa svegliarsi con in mente il suo primo ordine, quello che rende orgoglioso il mio Padrone. Significa non riuscire ad andare a dormire se non ho eseguito l’ultimo ordine della giornata. Appartenere significa l’orgoglio di dire sua e di poter affermare avanti agli altri “sua. Appartenergli è dargli tutto perché so che nelle sue mani è tutto meglio. Ho scoperto l’orgoglio. L’orgoglio di appartenere a un uomo che è il mio Padrone. Ho imparato che posso arrendermi. Posso farlo. E ciò che ne ricavo è impagabile. Non sono mai il suo mezzo. Sono il suo fine. Al caos ha fatto posto l’ordine. Ogni pratica, ciascuna sensazione, ogni stato mentale…si incastona alla perfezione in un preciso percorso con capo e coda. Io sono la schiava del mio Padrone. Non una schiava. Non una sottomessa. La sua schiava, la sua sottomessa. Sono tale perché sono sua. Senza lui non lo sarei nulla. Senza il mio Padrone io non sarei tale. È lui che mi forgia, mi modella, mi indirizza e mi crea.
Mi stavo sedendo decisa a spogliarmi e cambiarmi quando mi suonò il cellulare. Numero sconosciuto.
"Pronto? Ciao troia, sono il tuo tatuatore, sto per venire a casa tua su indicazionedel tuo padrone... tra una mezzora...." Accesi la luce del comodino e guardai la sveglia erano le 16:15 ,osservai il cellulare visto che lo avevo silenziato: nessun messaggio ne telefonata. Suonò il campanello di casa, dopo poco.
“Chi è?" ( chiesi al citofono)
"APRI TROIA, mi manda il tuo Padrone".
Aprii e in un attimo salì le scale, entrò in casa mia e mi prese la testa tra le mani e mi ficcò la lingua in bocca senza nemmeno dire una parola. Tira fuori da uno zaino un collare e me lo aggancia al collo, dopo di che si siede su una poltroncina del salotto. Lui mi sta tenendo per il guinzaglio ai suoi piedi. Non resisto e comincio a leccarli. Prima uno poi l’altro. Lucido bene le Sue scarpe con la mia stupida lingua. Poi tolgo le calzature e lecco bene i piedi. Sento che vengo tirata per il guinzaglio verso l’alto. Il padrone mi indica il Suo sesso. Volentieri sbottono i pantaloni, abbasso la lampo ed estraggo dall’indumento intimo il Suo osso di carne. Comincio a leccarlo. Parto dalle palle per salire prima con colpetti di punta, poi con lappate lente e piene. Mi soffermo sul glande per poi infilarmi solo la punta in bocca. Scendo poi nuovamente a leccare le palle e a mettermele in bocca. Con brevi lappate salgo nuovamente. Lo infilo in bocca poco per volta e poi fino in gola. È magnifico sentire il sesso maschio dentro la mia umile bocca. Sentire una parte di Lui pulsare dentro di me. Ha un buon sapore. Lo sento indurirsi ancora. Ogni tanto il mio proprietario mi carezza affettuosamente la testa così come si farebbe con un cane. Per un’ora circa lecco alternativamente i piedi ed il membro. Mi sento sottomessa bene. È una sensazione magnifica. L’atto di sottomissione mi fa sentire Sua ma pure del mio Padrone che ha fortemente voluto quell'incontro. La durezza del Suo membro per me è motivo di orgoglio. Spero che poi mi consenta di abbeverarmi. Mi sento eccitata. Sono una cagna in calore. Con un po’ di fatica mentre lecco i piedi  carezzo le palle ed il membro. Il padrone ha goduto in bocca. Sono riuscita a bere tutto quanto mi è stato donato. Lo sento rilassarsi e mi accuccio nuovamente a terra per leccare ancora i piedi. Per evitare di sporcarseli, pongo le mie mani sotto di essi e lecco, lecco, lecco. Per stare più comodo ogni tanto posa un piede sulla mia schiena. È un contatto che mi rende felice. Sapere di essere sotto di Lui. Ripenso a poco prima quando mi si è seduto sopra. Dimentico il dolore che ho provato e ricordo solamente il piacere di stare sotto di Lui. Mi bagno ancora e lecco, lecco, lecco. Sento un nuovo strappo al collare. Rialzo la testa. Il Suo membro ora è molle. Lo infilo nuovamente in bocca. Poco dopo sento che il sangue ricomincia a circolare ed a rendergli il giusto tono e vigore. Mi concentro sul glande mentre carezzo le palle. Infilo una mano sotto il Suo sedere e gli carezzo il buchino mentre ora ho il membro tutto in bocca. Spero sia contento di me. Spero che ora non sia più adirato con me. La Sua gioia è la mia. Mi sento Sua lecco, lecco, lecco. Alterno ancora piedi e membro mentre la mia mano sotto il Suo culo carezza, carezza, carezza. Gode nuovamente nella mia bocca. Naturalmente ingoio tutto ancora. Ha un buon sapore. Comunque tutti gli ordini che  provengono dal mio padrone mi piacciono. Anche questo essere condivisa da quelli del suo giro. Io sono una cagna e come tale devo eseguire ordini. So che così vuole il mio Padrone ed il sapere di eseguire un Suo ordine, che potrebbe rendergli piacevole la mia vista e vicinanza, mi fa dimenticare ogni cosa. Così naturalmente non mi lamento. Sopporto tutto, come la mia natura di cagna mi impone di fare. Guardo dal basso il tatuatore,  emissario del mio Padrone, con occhi che comunicano la mia umiltà verso di lui.  Voglio fargli sapere che sono anche Sua umile e sottomessa schiava e cagna. Un colpetto con il guinzaglio su una coscia serve per indicarmi di prendere un bicchiere dal tavolo. Mi dice di restare in ginocchio e mettere il bicchiere fissato tra i seni. Cosa dovrò fare? Non so, eseguo e basta. Così devo fare. L’eccitazione mi fa dimenticare ogni cosa. Mi sento umiliata. Prende il cazzo e lo dirige sulle tette per urinare nel bicchiere. Cosa dovrò fare ancora? Non capisco. Poi mi viene ordinato di bere la Sua urina. Come farò? Ho paura di sbagliare a di farLo arrabbiare. Sudo ancora di più e non solo per il caldo. Mi contorco un poco ma alla fine ci riesco.
Nel frattempo il tatuatore mi omaggia del resto del Sua urina riversandoLa sul corpo e sul mio viso, in particolare negli occhi. Bruciano. Mi sforzo di tenerli aperti ma non ci riesco. Bevo e con la lingua cerco di asciugare ciò che mi scorre sul viso. Mi sento umiliata. Alla fine il getto finisce. Vengo slegata. Sono una cagna e e mi accuccio nuovamente ai Suoi piedi che lecco con passione. A quel punto mi spinse verso il balcone di casa e mi scopò come un’ossesso. Non si fermò nemmeno quando suonarono il campanello: accellerò solo i movimenti e mi sborrò dentro . "Adesso cagna vai ad aprire con lo sperma che ti scende caldo giù per le mie cosce…."
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