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Piccola Troia e Brava Cagna.


di AntonellaTrav6
03.02.2024    |    4.909    |    7 9.8
"Notai che stavamo deviando verso la campagna, e, devo essere onesta, cominciai ad avere un po' di timore..."
Un nuovo regime prese piede in quella casa. Ero sottomessa completamente alla volontà del mio nuovo padrone mentre gli altri due ragazzi, già l'indomani, furono avvertiti del cambio di musica: io mi trasferii in camera di Salvo, e Antonio il Calabrese e Giuseppe in quella che era stata la mia cameretta fino ad allora. Non ci furono proteste palesi, ma il malumore serpeggiava sottotraccia. Salvo prese a pretendere, tra le altre cose, che in camera nostra indossassi sempre calze nere con la riga, un reggicalze nero e rosso smerlettato, che mi aveva regalato lui con un reggiseno dello stesso colore, e e poi sempre come divisa d'ordinanza un babydoll trasparentissimo. Mi eccitava molto restare chiusa in camera con lui, vestita in quel modo da puttana a fare la zoccola e provocarlo. Capitò che nei giorni tra il 25 aprile e il primo maggio, Salvo partì per raggiungere la sua fidanzata in Sicilia. Mi ritrovai sola, così, in quella casa dove la freddezza nei rapporti interpersonali regnava sovrana. Antonio e Giuseppe non erano mai andati d'accordo, ma adesso, però, avevano un nemico comune, Salvo. Presa dallo sconforto di stare in casa con loro da sola, ero andata il sabato pomeriggio a comprarmi in Montagnola un paio di scarpe con tacchi da cubista. Rientrata, stavo in camera a provarmele con delle nuove autoreggenti nere a rete e un gonnellino di pelle, quando mi arrivò una fortissima sculacciata che mi spinse in avanti e mi fece scappare un gridolino. Mi voltai di scatto e lo vidi. Era quel delinquente di Antonio, ormai acerrimo nemico di Salvo. I due, per colpa mia, non si sopportavano proprio e ogni motivo era buono per alzare la voce: liti assurde sui piatti da lavare, le pulizie del bagno, il parcheggio auto, gli schiamazzi notturni. Mi spaventavano molto quelle liti. Un pomeriggio arrivarono quasi alle mani se non fosse stato per il rapido intervento dell'altro siciliano, Giuseppe. Da allora, tra i due, era sceso il gelo totale. Quando lo incontravo io, negli spazi comuni, non mi degnava di uno sguardo e tirava dritto o, peggio ancora, imprecava. Alto, muscoloso, dalla carnagione scura, in quei mesi si era fatto crescere due baffi che lo facevano assomigliare al capo di un cartello della droga sudamericano. Era il classico maschio desiderato dalle femminucce come me. Quel sabato sera sembrava parecchio ubriaco. Con le sue mani grosse mi prese e mi portò verso di sè, dopo quella sculacciata fortissima, poi prese a stringere i fianchi, mi tirava e mi toccava le cosce. Decisi di approfittarne anche io di quella situazione elettrica. Era la mia occasione per tradire, ma anche per tornare ad assaggiare un po’ di quella mascolinità esuberante. Non avrei avuto altre occasioni al ritorno di Salvo e, con un po’ di fortuna, per via della sbronza, lui avrebbe potuto dimenticare quasi tutto. Antonio mi tirava verso la sala, ma sapevo che di là ci fosse Giuseppe, e quindi rischioso, dunque, con alcuni movimenti di bacino sul suo cazzone duro, che emergeva prepotentemente da sotto i pantaloni, senza troppa fatica riuscii a portarlo in un angolo scuro della cameretta.
Mi inginocchiai sul pavimento con fatica, a causa della gonnellina di pelle troppo succinta, gli slacciai i pantaloni, scostai le mutande e vidi saltare fuori quel grosso cazzo con cui avevo avuto molta familiarità. Pompai quella minchia a più non posso, muovendo con foga la lingua attorno al cappellone. Sentivo la pressione delle sue mani premermi sulla nuca, tant'è che, ad un certo punto, siccome ero senza fiato, forzai la sua presa per liberarmi la bocca e riprendere fiato con un profondo sospiro. Antonio, nel frattempo, mi ripeteva frasi come “succhia stronza” e “lurida puttana”. La combinazione di pompino, insulti e trasgressione, mi fece bagnare le mutandine almeno tre volte. Ormai era lui a dominare la situazione. Sentivo le sue palle gonfie e lievemente pelose contro il mento e sulla lingua avevo un sapore pungente di precum. Mi sparò la sua sborra direttamente in gola, causandomi colpi di tosse e singhiozzi. Nel rimuoverlo rapidamente dalla mia bocca, alcuni schizzi, che quel cazzone non smetteva di eruttare, mi presero in pieno volto. Rimasi ferma ai suoi piedi, godendomi il sapore dello sperma; la saliva ai lati della bocca e la consapevolezza di non aver appena fatto un pompino all’uomo delle mie fantasie più torbide. Quello che seguì fu un turbinio di seghe, di pompini, di leccate di culo, di palle e dopo vennero le inculate. Le sue prestazioni furono instancabili, proprio come le ricordavo io, e quando ebbe finito di armeggiare col mio culo erano circa le 2 di notte. Poi, accadde qualcosa che non avevo previsto, Antonio mi scattò alcune foto col cellulare. Inebetita dal piacere, i vari flash mi sorpresero come fulmini. Lo sentii armeggiare con la zip dei pantaloni e andarsene. Non ebbi nemmeno la forza di rivestirmi: la gola e il sedere mi bruciavano, il gusto di sperma pervadeva le mie labbra, la lingua, la gola e il palato. Quando tornai in me comincia a essere terrorizzata dalla prospettiva che quelle foto potessero finire sotto gli sguardi di Salvo. E così accadde. Un messaggio sul telefonino lo raggiunge in Sicilia con " Guarda la tua Troia, non ha perso tempo !", con allegato quegli scatti inequivocabili. Al rientro Salvo, apparentemente, pareva tranquillo. Tra tutti loro, il solito gelo e nessun riferimento a quel messaggio. Nei miei riguardi una inaspettata dolcezza. Mi volle portare a mangiare la pizza fuori, chiedendomi di mettere intimo e calze velate, e sulla strada del ritorno si inoltrò per una strada sconosciuta. Notai che stavamo deviando verso la campagna, e, devo essere onesta, cominciai ad avere un po' di timore. Fermò l’auto vicino a un casolare di campagna abbandonato e mi disse di spogliarmi e rimanere solo con il mio intimo e di uscire poi dalla macchina. In seguito mi fece piegare verso il cofano e mi avvisò che mi avrebbe colpita con la cinghia. " Tu sai il motivo" - solo questo disse, poi trenta colpi per natica. Aggiunse solo che non avrei dovuto urlare, ma solo sopportare. La durata della punizione sembrava eterna, non urlai come da accordi, ma piansi come una bambina. Quando vidi che si fermò stavo per rialzarmi ma lui mi spinse nuovamente contro l’autovettura e senza nemmeno curarsi di ungermi mi scopò… mi dava dei colpi terribili sembrava volesse rompermi tutta, per spingere ancora più forte afferrava le mie carni martoriandole. Il mio buchino mi sembrava fosse stato dato alle fiamme. Non provavo piacere, ma solo dolore. Ad un certo punto mi sollevò e mi scaraventò per terra con il suo cazzo saldamente dentro di me, persi una scarpa e il mio piedino sinistro rimase coperto unicamente dalla mia calza velatissima. Pensai a cosa avrebbe pensato qualche eventuale passante a quella visione, quando sentii il bastone di carne uscire da me, e il mio aguzzino prendermi per i capelli e trascinarmi verso l’albero più vicino. Persi anche la seconda scarpa. Mi fece sedere con il culo nudo a contatto con la terra e i sassi e mi schiaffeggiò e mi costrinse a spompinarlo. Dentro e fuori dalla gola, e poi venne il turno di farsi leccare il buco del culo, poi di nuovo il cazzo, poi le scarpe e poi il culo. Schiaffi sputi e poi di nuovo in gola, finché con un grunito non mi venne in bocca. Ingoiai tutto fino all’ultima goccia e crollai a terra.
“Pensi di fare la siesta puttana? “ disse aprendo il portabagagli. “Entra qui dentro, non vorrai mica sporcarmi i sedili vero?” Ero in uno stato terribile: calze rotte e non avevo più le scarpe e il babydoll mezzo strappato e il corpo sporco di terra. Salii come potevo dentro il bagagliaio e mi distesi: piansi come non avevo pianto mai. Il portello si richiuse.Trascorse un bel po' di tempo e il percorso fu piuttosto impervio; buche, strade scoscese e curve a non finire finchè l’auto non si fermò e io fui fatta scendere dal portabagagli non senza fatica. “Siamo arrivati, piccola troia". Rimasi dieci minuti imbambolata, in mezzo a quella strada, lacera e sporca e mezza nuda e con la sensazione di mille occhi che potessere vedermi, deridermi. I piedi mi dolevano, le calze erano quasi sparite e le unghie smaltate cozzavano con lo sporco. Avevo anche freddo e c'era un cancello davanti a me, come in una fotografia di Ghirri, che si chiudeva sul nulla di una distesa padana. Salvo mi esortò a camminare a 4 zampe fino ad arrivare al cancello dove era lui. " Come una brava cagna",  mi disse . Non potevo far altro che obbedire, e capivo anche il motivo di quella punizione orribile che sembrava non finire mai, anche se lui non ne aveva fatto menzione mai. Feci la cagna fino al cancello con il culo indolenzito ancora dalle tremende trenta scudisciate.
Quando arrivai, notai che il cancello era aperto; mi guardai attorno ancora più stranita e, a quel punto,  mi disse: "So tutto di quello che è accaduto durante la mia assenza. Quel porco calabrese ha abusato di te e per spregio mi ha inviato pure le fotografie su come ti ha ridotta..." . Iniziai a piangere prima piano e poi sommessamente e mi appoggiai a uno dei due pilastri che sorreggevano il cancello. "Non devi piangere, perché io so che tu non ne hai colpa. Tu sei buona! Ma so, anche, purtroppo che hai goduto, e, io, per quello una punizione te la dovevo dare. Non potevo fartela passare liscia. Vieni qui, adesso piccolina, perché è tutto finito..." - si mise davanti a me, mi si appoggiò contro e in men che non si dica le sue labbra furono sulle mie e mi spinse la lingua dentro. Iniziammo a limonare e giocare con le nostre lingue, mentre io gli abbassai la cerniera dei pantaloni, e gli infilai la mano negli slip. Il suo membro era di nuovo grosso, turgido, durissimo, bollente. Iniziai così a masturbarlo, lentamente, mentre lui iniziò ad emettere dei gemiti ed a slinguarmi sempre più intensamente. Volevo gustarlo tutto, intanto in bocca, così mi abbassai, e gli aprii del tutto la cerniera dei pantaloni. Glieli abbassai, e feci altrettanto con gli slip. Il suo cazzo fuoriuscì scattante e duro, ed in un attimo dopo qualche leccata esplorativa lo presi in bocca. Iniziai a succhiarglielo a lungo, a leccarlo, a leccargli le palle e poi di nuovo il suo bel batacchio che era gonfio e turgido da paura. I suoi gemiti di piacere mi infoiavano ancora di più. Lo volevo nel buchetto, tutto, a riempirmi. Così mi alzai, lo slinguai con passione e libidine, dopodichè lo guardai negli occhi, mi girai, mi misi con le mani contro il pilastro protendendomi a novanta gradi. Lui era con lo sguardo infoiato e quel cazzo bello dritto, dietro di me. Mi sfilai quindi le mutandine fino alle ginocchia, lui mi alzò il gonnellino e io presi in mano il suo arnese, lo indirizzai con la cappella contro il buchetto. Lui se lo bagnò con la saliva, e me lo spinse dentro...uhmmm mi allargai bene ed iniziai a gustare quello stantuffo rigido e caldo che mi penetrava. Poco dopo il leggero bruciore finì, ed iniziai a godere. "Scopami...sì...così...di più... tutto... dammelo tutto!...". Iniziai ad incitarlo e da quel momento prese ad  esistere solo quel cazzo così turgido che spingeva, roteava, stantuffava deciso, facendomi sentire totalmente appagata e riempita di cazzo. Era anche bravo a controllarsi quella notte all'aperto, e così mi sbattè per un bel po' di tempo. Intanto io venni gemendo, cosicchè anche lui al massimo dell'eccitazione gridò "Ti riempio...ti riempio, tesoro!" Ebbi appena l'istinto di togliermi, rigirandomi inginocchiata davanti a lui, con la bocca aperta e la lingua fuori, lui con tre colpi di mano e rantolando mi riversò in bocca e sul viso una quantità incredibile della sua sborra sublime, con un gusto che mi piaceva da matti. Slinguammo ancora, nonostante avessi ancora il suo nettare sparso sulle labbra. Ci ricomponemmo, e tornammo a casa.
"Andremo via da quella casa, prima possibile. Da soli io e te in una nuova casa!" . Avevo fatto per la prima volta l'amore con il mio Salvo e mi stava prospettando una nuova vita e una diversa possibilità per me.
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