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Prime Esperienze

Alla stazione dei treni


di AntonellaTrav6
26.04.2024    |    9.559    |    9 9.1
"Avevo le mutandine fradice ed ero disorientata da fantasie indecenti..."
Sin dalla giovane età mi eccitava da matti andare in stazione indossando sotto i jeans mutandine e vestiti intimi da Donna. Il cuore ogni volta mi batteva fortissimo, la cosa mi eccitava tanto ed ero in preda a sensazioni uniche. Ci tornavo sempre con il desiderio fisso di essere riempita da qualche maschione. Fu una volta, in piena estate, che in stazione ci trovai un cugino della mia stessa età che era fermo alla Centrale di Bologna per un cambio treno direzione Liguria. Da bambini spesso eravamo assieme ed era capitato qualche sfregamento contro il mio culetto, mentre impersonavo il ruolo di una qualche eroina in qualche gioco di ruolo. Con malizia, dopo un caffè al bar della stazione, mi chiese di accompagnarlo in bagno. Lo segui e lui dopo averlo tirato fuori dai pantaloni della tuta, mi lancia uno sguardo divertito. A quel punto mi sono fatta avanti e ho iniziato a prenderlo in mano come un indemoniata e dopo ho iniziato a leccarlo e prenderlo in bocca. Per niente sorpreso e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ha iniziato a gemere, dicendo che era una vita che sognava di mettermelo in bocca e che aveva sempre saputo e intuito che io fossi femmina dentro. Ad ogni sua spinta mi faceva eccitare moltissimo fino a che non mi ha sborrato in faccia: una sensazione da batticuore forte che mi ha fatto godere come una vera troia. Ma non ero ancora completamente felice perché mi sono messo a pecorina, con le mie mani mi sono aperta il culo e l'ho pregato di rompermi il culo. Lui come un toro e con i suoi 22 cm mi ha rotto per bene il culo, e ad ogni colpo mi sentivo una puttana in paradiso. Finalmente la puttana del mio cugino tanto desiderato in adolescenza. In quella stazione, a distanza di 800 km dal nostro paesello natale, mi ha scopato selvaggiamente in diverse posizioni fino a sborrarmi nel culo e fammi aver un dolore vero. Dopo aver goduto, gli altoparlanti hanno annunciato il suo treno in partenza, per cui mi ha salutata frettolosamente ed è scappato al binario, mentre io sola in quel cesso e in un mare di sborra avevo appena capito che ero una puttana da montare in qualsiasi posizione e in qualsiasi luogo. Faccio appena in tempo a ricompormi quando vedo un omone nero comparire dal bagno adiacente a quello in cui ero stata appena posseduta e ingravidata. Si avvicina e mi afferra per un polso. «Mollami!», strillo, ma la sua presa si fece più forte e, con vigore, mi tirava e strattonava verso il bagno da cui era improvvisamente sbucato. Era un gigante nigeriano e indossava dei pantaloni molto stretti e una maglietta attillata che metteva in evidenza muscoli molto definiti. Mentre mi tirava mi urlava alcune parole in francese, riuscii solo a sentire «salope blanche», ossia «puttana bianca», e «pute». A ripensarci ero conciata davvero come una puttana con quell'intimo molto sexy e lui aveva visto e osservato tutto. Ebbi un moto di terrore quando, stufatosi di tirarmi per il braccio, mi afferrò prepotentemente per il collo. La sensazione delle sue potenti dita che si stringevano intorno alla mia gola mi fece, inaspettatamente, gocciolare il cazzetto nelle mutandine, mentre i miei capezzoli si fecero duri e doloranti. Un pensiero folle lampeggiò nella mia mente: «rendimi la tua cagna, bastardo». Avevo smesso di urlare e, istintivamente, appoggiai la mia mano sulla patta dei suoi pantaloni. L'arrivo di alcune persone indussero il nero a mollare la presa e io ne approfittai per correre via. Lo sentii urlare alle mie spalle parole incomprensibili, mentre mi fiondai nell'auto che avevo parcheggiato nel piazzale della stazione. Afferrai il volante con forza, singhiozzando come una ragazzina e respirando affannosamente, tremante di paura ed eccitazione. A spaventarmi, però, non era stato tanto il comportamento dell'africano, ma la mia irresponsabile reazione a esso. Avevo le mutandine fradice ed ero disorientata da fantasie indecenti. Come avevo potuto pensare di lasciarmi usare da lui in quel bagno? Provavo una gran vergogna. A differenza di molte trav e femminucce varie, non avevo mai provato attrazione per i neri, ma da quella notte iniziarono a esercitare una magica forza su di me. Nei giorni successivi, il segno rosso che mi aveva lasciato sul polso, mi apparve come un marchio di sudditanza, come la gabbietta per il cazzetto che alcuni uomini mi facevano indossare. Nel tempo libero presi a bighellonare, in abiti maschili, nei pressi della stazione ferroviaria, alla ricerca dell'uomo di quella notte. Osservavo i gruppi di neri nel piazzale davanti alla stazione, li guardavo oziare sulle panchine e spacciare dell'erba scadente, e sognavo di farmi scopare da tutti loro, diventare il loro giocattolo sessuale, la spompinatrice ufficiale della gang di neri. Mi vergognavo di avere fantasie così audaci e violente, ma non riuscivo a pensare ad altro. Poi, un giorno, finalmente, vidi passare il mio "molestatore". Era molto più alto e muscoloso di quanto ricordassi, con una faccia squadrata e minacciosa. Avanzava svogliatamente con un borsone sulle spalle, mi passò davanti senza nemmeno vedermi. Il cazzetto mi venne immediatamente duro e il culo iniziò a pulsarmi. Decisi di seguirlo per un tratto, fino a quando non lo vidi entrare nel bagno pubblico da cui era uscito quella fatidica sera. Aspettai qualche secondo, poi buttai un occhio all'interno: stava pisciando in un gabinetto a muro, i pantaloni larghi erano calati quasi fino alle ginocchia, permettendomi di vedere il suo culo nero, muscoloso, sodissimo e tutto da leccare. Mi allontani con un cerchio alla testa e la mutandine, di nuovo, bagnate. Una sera, stanca di lunghissime sessioni masturbatorie, presi la mia decisione. Una notte, mi vestii da baldracca, e decisi di tornare nel sottopassaggio della stazione. Il bagno era abbastanza maleodorante, le pareti ricoperte di scritte e disegni osceni, la luce piuttosto debole. Vidi il nero sdraiato su delle coperte, dormiva accanto a della lattine di coca-cola e di birra, mi avvicinai cercando di non fare troppo rumore coi tacchi. Mi inginocchiai tra le sue gambe, armeggiai delicatamente coi pantaloni e ne estrassi il cazzo. Sebbene molle era lunghissimo e spesso, circonciso, penzolava da un pube ricoperto di peli ricci e crespi. Aveva un odore fortissimo. Afferrai quel bastone e iniziai a fargli una sega. Dopo qualche minuto, il nero si destò, si alzò in piedi di scatto, cerco di tirarsi su i pantaloni che, però, continuavano a cascargli, tentai di mettermi in piedi anche io ma lui mi afferrò per il collo e mi sbatte contro il muro urlando: «Que voulez-vous?».
Provai a calmarlo: «calme-toi, tu m'as déjà vu».
Lo vidi placarsi, sorridere sconciamente, ma continuare a stringermi il collo. Con una mano mi tastò tra le gambe e la sua risata si fece più rumorosa, spalancò la bocca mostrandomi due file di denti bianchi. Dovevo apparirgli ridicolo, d'altronde ai suoi occhi ero un maschio fallito, una femminuccia coi capelli rosa, vestito come una Barbie-puttana. Allungai avidamente le mani verso il suo cazzone. Lui mollò la presa e io m'inginocchiai tra le sue gambe muscolose. L'odore era forte, il gusto salatissimo, ma glielo lavorai con la lingua di gusto. Con una mano mi tenevo appoggiata ai suoi pantaloni, con l'altra gli massaggiavo le palle dure e pelose. Mi teneva le mani premute sulla testa, spingendomi nella gola il suo cazzone sudato. L'odore, invece di disgustarmi, mi spinse a pomparlo ancora più intensamente, al limite delle mie energie, fino a quando non mi spruzzò, quasi direttamente in gola, dello sperma vischioso e amarissimo. Me lo tolse dalle labbra e tentati di rimettermi in piedi, nel tentativo di allontanarmi, mi vergognavo un po' di averlo succhiato spudoratamente, ma lui mi afferrò forte un braccio e disse: «où vas-tu, salope?».
Mi spinse sulle sue coperte. Mi misi a quattro zampe e si trovò il mio culo completamente esposto alle sue voglie. Mi strappò via le mutandine di pizzo con uno strattone violento e poi cominciò a sfregare il cappellone umido sul mio candido buchetto rosa. Con un deciso colpo di reni me lo spinse dentro. Affondai le mie unghiette nelle coperte. Il mio povero culetto, poco lubrificato, a causa dello sfregamento iniziò a bruciare. Non riuscivo a stare ferma sotto a quei colpi, agitavo le mie gambe e mi abbandonavo a vergognosi "ooooohh". Una copiosa sborrata mi riempì lo stomaco. Il mio cazzetto, duro ed eccitato, sgocciolava sulle su coperte. Quando riaprii gli occhi, che avevo chiuso per l'estasi, vidi attorno a me una selva di scarpe, ciabatte e piedi nudi. Si era formato un capannello di neri attorno a me, tutti col cazzo in mano, decisi a sfruttare l'opportunità di una bella bocca. Succhiai tutti quei cazzoni caldi. Ognuno di loro mi sborrò in faccia o in gola, era uno sperma denso e giallastro, simile a burro. Qualcuno mi sputò in faccia, in pieno occhio, una saliva altrettanto densa, che mi staccò una ciglia finta che avevo tanto accuratamente indossato. Solo allora, quando si furono tutti svuotati, mi permisero di alzarmi e mi scortarono verso l'uscita. Ero scalza, mi avevano tolto le scarpe, i miei costosi tacchi rosa, e se li lanciavano come una palla. Una volta arrivati all'uscita mi spinsero via e mi buttarono addosso le scarpe, poi, uno di loro urlò nella mia direzione: «reviens bientôt!», «torna presto!».
Mi guardai nello specchietto dell'auto. Il mio volto era un'amalgama di trucco e sperma nero. Provai un profondo imbarazzo, ma sapevo che non sarebbe stata l'ultima volta.
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