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Gay & Bisex

Cabina letto privata


di gserpe
13.07.2026    |    8    |    0 6.0
"Scaricò fiotti potenti e densi di sperma caldo direttamente nello stomaco del ragazzo, tenendogli la testa premuta contro il pube peloso fino all’ultima goccia..."
Luigi aveva scelto una cabina letto singola proprio per godersi quella privacy assoluta. Lo spazio era piccolo ma intimo: cuccetta comoda, lavandino, armadietto e una porta che si chiudeva con un chiavistello solido. Si spogliò restando in boxer neri aderenti e si sdraiò, lasciando che il dondolio delle rotaie lo cullasse verso Milano.

Il controllo arrivò verso l’una di notte. Tre colpi secchi. «Polizia ferroviaria. Documenti e biglietti.»
Aprì. Il collega anonimo fece il suo lavoro in fretta e uscì. Domenico rimase. Quell’uomo era pura dominazione: quasi due metri di massa muscolare e pelosa, spalle enormi, petto villoso che tendeva la camicia della divisa, pancetta sporgente ma soda e potente. La barba nera curata incorniciava una mascella dura. Gli occhi scuri emanavano autorità assoluta.

«Luigi,» disse con voce bassa e controllata, riconoscendolo. Controllarono i documenti. Poi Domenico propose: «Un caffè al vagone bar? Offro io.»

Al bar quasi vuoto sedettero uno di fronte all’altro. Le ginocchia si sfioravano nello spazio ristretto. Domenico parlava con tono calmo di turni, famiglia, ricordi lontani, ma il suo sguardo era predatorio: studiava il collo di Luigi, la bocca, le mani, il modo in cui deglutiva. Non una parola esplicita, solo silenzi carichi, sguardi prolungati, una coscia possente che premeva contro la sua senza ritirarsi. Luigi si sentiva osservato, valutato, desiderato da un uomo che chiaramente era abituato a prendere ciò che voleva. La tensione era palpabile, elettrica, ma tutto restava discreto, pericolosamente civile.

Tornato in cabina, Luigi chiuse a chiave e si masturbò furiosamente pensando a quel corpo imponente, venendo con un gemito soffocato prima di addormentarsi.

Ore dopo, tre colpi decisi alla porta.
Luigi aprì assonnato. Domenico entrò subito, richiuse la porta e girò il chiavistello con un gesto definitivo. La cabina singola diventò una prigione privata.

«Domenico, aspetta… che cazzo fai?» protestò Luigi con voce incerta, indietreggiando di un passo.
Non servì a niente. Domenico lo afferrò per le spalle con mani enormi e lo sbatté con forza contro la parete. Il corpo massiccio del poliziotto si incollò al suo da dietro, schiacciandolo completamente. Luigi sentiva la pancetta calda e pelosa premere contro la schiena, il petto villoso contro le scapole, le cosce potenti che gli aprivano le gambe senza possibilità di fuga.

«Zitto,» ringhiò Domenico all’orecchio, la voce roca e autoritaria da maschio alfa. «Da quando ti ho visto in quel bar ho deciso che ti avrei preso. Questa cabina è mia stanotte. E tu sei il mio buco.»

Luigi provò a divincolarsi debolmente. «Aspetta… qualcuno potrebbe—»
Domenico gli bloccò entrambi i polsi sopra la testa con una sola mano e gli morse il collo con forza. Con l’altra si abbassò la cerniera dei pantaloni della divisa, li calò insieme ai boxer fino a metà coscia. Il suo cazzo schizzò fuori come una mazza: lungo, spesso, venoso, con un prepuzio carnoso e abbondante che copriva solo parzialmente il glande gonfio e violaceo. Era già bagnatissimo, fili densi di precum che colavano copiosi.

Sputò sulla mano, lubrificò brutalmente il buco di Luigi e spinse. Il grosso glande forzò l’anello stretto con violenza. Luigi gemette di dolore e piacere mentre veniva aperto senza pietà. Domenico non diede tregua: affondò fino alle palle con un unico colpo potente, riempiendolo completamente.

«Cazzo… troppo grosso…» ansimò Luigi, il viso premuto contro il muro freddo.
«Prendilo,» ordinò Domenico, iniziando a fotterlo con spinte brutali, profonde, da vero alfa. Ogni colpo faceva tremare il corpo di Luigi. Il suo buco veniva sfondato senza sosta, le pareti interne sfregate e dilatate dal cazzo spesso e dal prepuzio carnoso che entrava e usciva portando fiumi di precum. La pancetta pelosa sbatteva ritmicamente contro la schiena sudata di Luigi, il sudore di Domenico colava copioso, mescolandosi al suo. L’odore maschio, forte, riempiva la cabina.

Domenico lo scopava come se ne avesse diritto assoluto: colpi violenti, pelvis che sbatteva contro il culo, una mano sulla nuca a tenerlo fermo, l’altra che gli strizzava un fianco. Luigi sentiva ogni dettaglio: il bruciore del buco dilatato oltre il limite, il piacere devastante quando il cazzo toccava la prostata, le palle pesanti che colpivano le sue. Le gambe gli tremavano, il cazzo duro gocciolava contro la parete.

Domenico lo girò di scatto, lo sollevò quasi di peso e lo mise sulla cuccetta con le gambe sulle spalle possenti. Lo inculò in questa posizione guardandolo negli occhi con dominio puro, sbattendolo con forza animale. Poi lo voltò a quattro zampe e lo prese ancora più brutalmente, una mano sulla nuca a spingergli la faccia sul materasso, l’altra che gli schiaffeggiava il culo rosso.

«Senti come ti apro? Questo buco è mio,» grugniva mentre lo sfondava senza pietà.
Alla fine ringhiò come una bestia, tirò fuori il cazzo lucido e lo spinse brutalmente in gola a Luigi. Scaricò fiotti potenti e densi di sperma caldo direttamente nello stomaco del ragazzo, tenendogli la testa premuta contro il pube peloso fino all’ultima goccia.

Si tirò su i pantaloni della divisa, sistemò la camicia e uscì senza una parola.

Poco prima dell’arrivo a Milano la porta si aprì di nuovo senza bussare. Domenico entrò, autorità pura.

Luigi dormiva supino in mutande. Il poliziotto si avvicinò, abbassò l’elastico e poggiò il prepuzio carnoso e ancora bagnato sulle labbra del ragazzo. Strofinò con decisione, copioso di precum.

Luigi si svegliò di soprassalto. «Domeni—»
«Apri la bocca,» ordinò Domenico con tono che non ammetteva repliche. Gli infilò il cazzo in gola e gli scopò la faccia con possesso brutale, tenendo la testa ferma con entrambe le mani. Poi tirò fuori e gli scaricò potenti schizzi di sperma su tutta la faccia: fronte, guance, naso, labbra, occhi, marchiandolo come sua proprietà.
Si pulì il cazzo sulla guancia sporca di Luigi e disse con voce bassa e autoritaria: «Bravissimo. E la prossima volta non protestare.»

Uscì.
Il treno entrò in stazione. Luigi, sporco di sudore e sperma, il buco ancora pulsante e dilatato, sapeva che avrebbe rivissuto quella notte di dominazione per molto, molto tempo.
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