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Gay & Bisex

L’amico etero: tensione


di gserpe
15.10.2025    |    959    |    0 9.4
"“Cazzo, è stretto, ” commentò Antonio, infilando un dito dentro di me senza preavviso..."
Dopo quell’incontro selvaggio sul divano, la mia vita era diventata un turbine di desiderio, confusione e sensi di colpa. Antonio si era insinuato in ogni mio pensiero, un’ossessione che mi teneva sveglio la notte, il ricordo del suo cazzo che mi scopava la gola, del suo odore che mi aveva stordito. Lo desideravo con un’intensità che mi spaventava, ma amavo Caleb, il mio compagno da dieci anni, con una devozione che mi legava a lui come un’ancora. Eppure, ogni volta che pensavo ad Antonio, il mio corpo tradiva il mio cuore, e Caleb sembrava accorgersene. Non diceva nulla, ma i suoi sguardi, quel sorriso enigmatico che mi rivolgeva quando tornavo a casa con la testa altrove, mi facevano sentire nudo, vulnerabile.


Antonio, dal canto suo, sembrava divertirsi a spingermi oltre ogni limite. Al bar sotto casa, dove ormai ci incrociavamo quasi ogni mattina, aveva preso l’abitudine di sfiorarmi in modi che sembravano casuali ma erano calcolati. La sua mano che si posava sul mio braccio mentre ordinava il caffè, il suo ginocchio che premeva contro il mio sotto il tavolino, il suo respiro caldo quando si chinava per sussurrarmi: “Daniè, oggi sei più bello del solito.” Ogni tocco era una scarica elettrica, e io dovevo combattere per non afferrarlo e baciarlo lì, davanti a tutti. Una mattina, mentre eravamo al bancone, mi passò una mano sulla coscia sotto il tavolo, stringendo appena, le dita pericolosamente vicine al mio cazzo che si induriva nei jeans. “Antò, cazzo, smettila,” sibilai, guardandomi intorno per assicurarmi che nessuno ci stesse osservando. Lui si limitò a sorridere, quel ghigno malizioso che mi faceva perdere la testa. “Rilassati, Daniè, nessuno ci guarda,” sussurrò, lasciando la mano lì ancora per un momento prima di ritirarla.


In palestra, la tensione era insostenibile. Negli spogliatoi, Antonio sembrava fare di tutto per provocarmi. Si cambiava lentamente, il suo corpo perfetto sempre in mostra, il cazzo che pendeva pesante sotto l’asciugamano o, a volte, senza nemmeno quello. Una volta, mentre mi stavo togliendo le scarpe su una panca, si piazzò davanti a me, nudo, le mani sui fianchi, il cazzo a pochi centimetri dalla mia faccia. “Daniè, mi aiuti con ‘sta cerniera?” disse, indicando la sua borsa, ma il tono era così provocatorio che capii subito il gioco. Quando mi chinai, lasciò cadere l’asciugamano, il suo cazzo semi-duro che oscillava davanti ai miei occhi. “Ops,” disse con un sorrisetto, senza fare nulla per coprirsi. Mi alzai di scatto, il cuore che mi martellava nel petto, e scappai verso le docce, il suo sguardo che mi bruciava sulla schiena. Era un gioco crudele, e lui lo sapeva.


Caleb, nel frattempo, sembrava percepire ogni cosa. La sua calma mi destabilizzava. Una sera, mentre eravamo sdraiati sul divano, mi guardò con quel suo sorriso strano, l’accento americano che rendeva ogni parola più intensa. “Ti stai divertendo, amore?” chiese, e il tono non era accusatorio, ma c’era qualcosa nei suoi occhi che mi fece sentire in colpa. “Non so di cosa parli,” mentii, ma lui si limitò a ridere e a tirarmi a sé, baciandomi con una passione che mi ricordò quanto lo amassi. Eppure, anche mentre facevo l’amore con Caleb, la mia mente vagava verso Antonio, verso quel cazzo enorme che mi aveva posseduto, verso il suo odore che mi aveva stordito.


La tensione tra me e Antonio esplose quando decidemmo di invitarlo a casa nostra per un aperitivo. Caleb, con il suo solito entusiasmo, aveva insistito. “Dani, smettila di fare la scolaretta,” disse ridendo. “Invitiamo il tuo amico, ci divertiamo un po’. Voglio conoscerlo meglio.” Il modo in cui disse “amico” mi fece gelare il sangue, ma non potei oppormi. Sapevo che Caleb aveva capito tutto, e la sua calma mi spaventava più di qualsiasi scenata.


La serata iniziò in modo tranquillo. Antonio arrivò con una bottiglia di vino rosso, vestito con una camicia bianca aperta sul petto, che lasciava intravedere i suoi pettorali definiti, e un paio di jeans che gli fasciavano il culo in modo quasi indecente. Caleb, con il suo fascino americano, alto e muscoloso, con i capelli castani e un sorriso da pubblicità, era rilassato, chiacchierando di lavoro e architettura mentre preparavo i drink. Io, invece, ero un fascio di nervi, incapace di rilassarmi sotto lo sguardo di Antonio, che mi studiava come un predatore mentre sorseggiava il suo gin tonic.


Dopo un paio di drink, l’atmosfera si fece più carica. La musica in sottofondo, un misto di jazz e elettronica, creava un’energia densa, quasi palpabile. Caleb, seduto sul divano accanto a me, mi posò una mano sulla coscia, un gesto possessivo che non sfuggì ad Antonio. “Allora, Daniè,” disse Antonio, appoggiandosi allo schienale della poltrona, le gambe divaricate in modo provocante. “Com’è vivere con un americano? Ti tiene in riga?” Il tono era scherzoso, ma i suoi occhi grigi erano fissi su di me, brucianti. Caleb rise, stringendo la mia coscia. “Oh, Dani è bravo, ma ogni tanto ha bisogno di essere… guidato,” disse, e il doppio senso mi fece arrossire.
Non so come accadde, ma l’alcol e l’atmosfera ci portarono oltre. Caleb si alzò, prese Antonio per un braccio e lo tirò verso di noi. “Vieni qui, architetto,” disse con un sorriso che non ammetteva repliche. “Vediamo se sei all’altezza del tuo fascino napoletano.” Antonio non si fece pregare: si sedette accanto a me, così vicino che il suo calore mi fece tremare. Caleb, con un movimento fluido, mi prese il mento e mi baciò, un bacio profondo e dominante che mi fece gemere. “Sei proprio una puttanella, Dani,” sussurrò, e prima che potessi rispondere, Antonio mi girò verso di lui e mi baciò a sua volta, la sua lingua che esplorava la mia bocca con una fame che mi fece quasi svenire.


Caleb prese il controllo. “Andiamo in camera,” ordinò, e ci alzammo come in trance, seguendo il suo passo deciso. Una volta in camera, Caleb mi spinse sul letto, a pancia in giù, e iniziò a spogliarmi con gesti rudi, strappandomi la camicia di dosso. “Hai voluto giocare, Dani,” disse, la voce bassa e autoritaria. “Ora vediamo quanto sei bravo a prendere due cazzi.” Antonio, accanto a lui, si stava già togliendo i jeans, il suo cazzo enorme che spuntava dalle mutande bianche, già bagnate di pre-cum. Caleb, altrettanto dotato, si spogliò rapidamente, il suo cazzo duro e venoso che mi fece venire l’acquolina in bocca.


Caleb mi girò sulla schiena, sollevandomi le gambe e aprendomi il culo con le mani. “Guarda che bel buchetto,” disse ad Antonio, che si avvicinò e sputò direttamente sul mio ano, lubrificandolo con la saliva. “Cazzo, è stretto,” commentò Antonio, infilando un dito dentro di me senza preavviso. Gemetti forte, il mio corpo che si inarcava sotto il loro tocco. Caleb, senza dire nulla, mi prese il viso e mi infilò il suo cazzo in bocca, soffocando i miei gemiti. “Succhia, puttana,” ordinò, e io obbedii, la gola che si apriva per accoglierlo mentre Antonio continuava a giocare con il mio buco, infilando due, poi tre dita, preparandomi per ciò che sarebbe venuto dopo.
Antonio non perse tempo: si sputò sul cazzo e lo spinse dentro di me con un colpo deciso, facendomi urlare contro il cazzo di Caleb, che mi teneva la testa ferma, scopandomi la gola senza pietà. “Prendilo tutto, Daniè,” ringhiò Antonio, pompando con forza, il suo cazzo che mi dilatava al limite, bruciando ma mandandomi in paradiso. Caleb, nel frattempo, mi schiaffeggiava leggermente il viso, il suo cazzo che entrava e usciva dalla mia bocca, la saliva che colava sul mio mento. “Sei la nostra troia stasera,” disse Caleb, e il tono possessivo mi fece venire la pelle d’oca.


Cambiarono posizione: Antonio si sdraiò sul letto, tirandomi sopra di lui. Mi fece scendere sul suo cazzo, cavalcandolo mentre Caleb si posizionava dietro di me. “Adesso vediamo se reggi due cazzi,” disse Caleb, e prima che potessi protestare, sentii il suo cazzo premere contro il mio buco già pieno. Urlai, il dolore e il piacere che si mescolavano mentre Caleb spingeva, entrando lentamente accanto al cazzo di Antonio. Ero pieno, straziato, ma il piacere era così intenso che venni senza nemmeno toccarmi, il mio sperma che schizzava sul petto di Antonio. Loro non si fermarono: Antonio mi scopava dal basso, Caleb da dietro, i loro cazzi che si sfregavano dentro di me, i loro gemiti che si mescolavano ai miei.


Dopo quella che sembrò un’eternità, Caleb uscì e venne sul mio culo, il suo sperma caldo che colava sulle mie cosce. Antonio, con un ultimo affondo, scaricò dentro di me, riempiendomi con una quantità di sborra che sembrava non finire mai.


Crollai sul letto, esausto, il corpo tremante, mentre loro si sdraiavano accanto a me, ansimando.
Ma Caleb non aveva finito. Mi tirò su, portandomi in bagno. “Ora pulisciti, puttana,” disse, spingendomi sotto la doccia. Antonio ci seguì, il suo cazzo ancora semi-duro. Mentre l’acqua scorreva, Caleb mi fece inginocchiare e mi pisciò addosso, il getto caldo che colpiva il mio petto e il mio viso. “Apri la bocca,” ordinò, e io obbedii, lasciandolo pisciare direttamente nella mia gola. Antonio, ridendo, si unì a lui, il suo piscio che si mescolava a quello di Caleb, marcandomi come loro proprietà. “Svuotati, Dani,” disse Caleb, e io lasciai andare, il piscio e la sborra che colavano dal mio culo sul pavimento della doccia, mentre loro mi guardavano con sorrisi soddisfatti.


Dopo quella notte, nulla fu più lo stesso. Ero innamorato di Antonio, ma amavo Caleb. La tensione tra me e Antonio cresceva ogni giorno: i suoi tocchi al bar, i suoi giochi negli spogliatoi, le sue parole sussurrate che mi promettevano altre notti come quella. Caleb, invece, sembrava accettare la situazione, ma ogni tanto vedevo un’ombra nei suoi occhi, come se sapesse che il mio cuore era diviso. Ero incastrato, innamorato di due uomini, intrappolato in un desiderio che mi consumava. E ogni volta che vedevo Antonio, con quel suo sorriso da predatore, sapevo che non sarei mai riuscito a liberarmi di lui.
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