Gay & Bisex
Heimat - 8
17.12.2025 |
2.199 |
5
"Sei qui perché quello che abbiamo fatto insieme in camera tua è stata la cosa più intensa che abbia mai fatto..."
La notizia era di quelle da far esplodere i social media – se solo fossero esistiti. Mattia e la Vale si erano messi insieme. Così, di botto, senza senso.Amici da tempo, forse dalle elementari che abbiamo fatto insieme come anche le medie, nulla aveva mai fatto anche solo immaginare un finale del genere. E invece no, usciti dall’Hobby, una sera si sono attardati a mangiare un panino al McDonald’s. E così la Vale – ubriaca, sì, ma non così tanto da non accorgersi che gli occhi di Mattia frugavano insistentemente nel suo generoso decolleté, amplificato da un push-up di Victoria’s Secret, preso di sgamo durante la vacanza studio a Londra – ridendo al tavolo del fast food si alzò il maglioncino scollo a V e scostò il reggiseno e gliele mostrò spudorata.
“Ti piacciono?”
“Sono meravigliose, Vale. Meravigliose.”
Finirono a casa di Mattia, i cui genitori erano partiti per un viaggio di lavoro, ai genitori della Vale fu detto che l’adorata figliola fosse da me, ch’ero ritenuto persona affidabile. Lo fecero finché Mattia, stremato dall’impeto della sua nuova fiamma, s’addormentò russando come un trattore e lei, un po’ stizzita si girò sull’altro lato del letto e si lasciò andare – soddisfatta – a un sonno profondo.
Beati loro, dissi a mezza bocca durante la telefonata fiume con cui la Vale mi raccontò fin nel più piccolo dettaglio le gesta erotiche della sera precedente, compresi quei dettagli di cui avrei fatto volentieri a meno.
“E tu? Come stai? Sai che io mi sento ancora in colpa per la storia di Carlo? Cioè non avevo capito che gli rodesse il culo così… ma perché ti evita, poi? Sarà mica innamorato?”
“Ma va, Vale… innamorato quello… no, secondo me è solo geloso del non essere più stato al centro delle mie attenzioni. Tutto qua, quello è etero. Confuso ma etero.”
“Io se fossi in lui piuttosto che darlo a Maledetta lo avrei dato a te.”
“Tu dici così perché mi vuoi bene.”
“Questo è tutto da dimostrare, carino!”
La stessa identica telefonata stava avvenendo su un’altra linea telefonica tra Carlo e Mattia, il quale ancora incredulo di aver affondato la faccia e non solo tra le procaci forme della Vale, stava rendendo edotto delle peripezie varie il suo sodale.
“Capisci? Mi ha mostrato le tette al McDonald’s! È matta, ma la amo per questo!”
“La ami? Mattia? Pronto? Mi senti?”
“Sono qui.”
“Ma non è un po’ azzardato essere già innamorato della Vale solo perché ti ha offerto una scapezzolata al Mc?”
“Ognuno sente quello che sente. Tu cosa senti per Enrico invece?”
Colpito e affondato.
“Matt, è complicato sto discorso. Non so se ho voglia di affrontarlo.”
“Non ti ho chiesto se ne hai voglia infatti. Parla, su.”
Durò due ore e mezza quella telefonata. Due ore e mezza in cui, con una lucidità che nemmeno lui stesso aveva previsto Carlo dichiarò i suoi sentimenti e Mattia, con la pazienza che hanno solo certi amici, ascoltò senza giudicare.
Chiusa la telefonata scrisse a Vale.
“Dobbiamo fare qualcosa per Enri e Carlo. Concordi?”
“Sì. Sono due imbecilli.”
La fine dell’anno scolastico, il più tragico dei miei anni scolastici, con un serissimo rischio di bocciatura, si avvicina sempre di più e con lui la gita, detta anche viaggio d’istruzione. Che fa già ridere così.
Destinazione Borgogna, a scoprire i capolavori del Medioevo ad Auxerre e dintorni. Innumerevoli ore di pullman ci separavano dalla destinazione: nove di pullman solo per arrivare sfiancati a Lione, esperiremo strada facendo.
E se ancor prima di partire, l’unico pensiero di tutta la classe erano le magiche combinazioni per le stanze, il parapiglia che si creò nella hall dell’Ibis Hotel di Lione fu qualcosa che non aveva precedenti.
Cova, in evidente difficoltà, stava cercando di sedare le proteste che stavano scaturendo dall’annuncio delle coppie che venivano formate. In un coro di “Buuuuh!” che si levavano ad ogni annuncio, col raschio che gli annega giù nella saliva, si ripeteva tra sé e sé: “Ho promesso. È per una buona causa. O almeno spero.”
Era impensierito, quasi spaventato da questa faccenda da quando, al termine delle lezioni gli studenti Calanchi Mattia e Todeschini Valeria si erano presentati, mano nella mano, nella sala professori delle materie scientifiche.
“Professor Cova, dobbiamo parlarle. Lei è l’unico che ci può aiutare.”
Cova rimase stupito davanti a una richiesta d’aiuto così disperata e accorata.
“Di che si tratta Calanchi?”
“Si tratta di Taramelli, professore. Dobbiamo salvarlo. Ma non lo vede che a scuola è come se non ci fosse, è spento, smorto.”
“Sì, le sue prestazioni sono in crollo verticale. Rischia l’anno.”
“Appunto! Appunto, prof”, gridò Vale presa dall’enfasi della situazione, “e c’è una cosa che lei può fare per aiutarci: le stanze della gita.”
“In che senso?”
“Deve mettere Taramelli in stanza con Carano.”
“Con Carano? Ma non mi sembra una grande idea…”
“Professore, lei si ricorda quando Carano e Taramelli studiavano insieme quanto i loro rendimenti scolastici fossero migliori, quanto fossero più felici? Cazzo, sono due ectoplasmi adesso!”
“Signorina Todeschini, moderi i termini…”
“Insomma, intendo dire che se li mettiamo in camera insieme, in maniera coercitiva… ecco, saranno costretti a parlarsi e a chiarirsi. Se si chiarissero potrebbero tornare a studiare insieme e Taramelli può sperare di salvarsi… vorrà mica che sia bocciato? Non se lo merita, non se lo merita proprio.”
“Ma insomma, Todeschini, si può sapere che diamine è successo tra quei due?”
“Lei è mai stato innamorato, professor Cova, quando aveva la nostra età?”
Sì che lo era stato.
In un attimo fu improvvisamente l’estate del settantasei.
Sabina era bellissima, abbronzata, con quel costume sgambato che faceva girare la testa a tutti. Aveva diciotto anni, i capelli neri come la 127 di suo padre e quel nasino che sembrava un tortellino. Così le ripeteva. Che profumo di salsedine e di crema solare in quella sala professori, d’un tratto. All’epoca Cova non era un professore, era solo Alfredo. E come lo pronunciava lei quel nome, quanta passione c’era in quell’Alfredo sospirato mentre lui le faceva il solletico ai fianchi e lei cercava di accendersi una di quelle Muratti sottili che per tutti erano quelle da finocchio, ma quando le accendeva lei sembrava la Bardot.
“E va bene, non so se servirà a qualcosa ma proviamo…”, disse Cova riavendosi e annunciando la sua decisione con un sospiro a sbuffo come un vecchio furgone.
“Gregori, Lupi e Bertazzoli: stanza tripla numero 442”
Cova sentì il cuore accelerare, non aveva quasi il coraggio di dirla quella coppia. Eppure dovette.
“Taramelli e Carano: stanza doppia numero 444”.
Fu rapido e indolore, né io né Carlo avevamo il coraggio di dire qualcosa. Mentre zitti, stanchi e imbarazzati premevamo il pulsante di prenotazione dell’ascensore, dietro di noi Vale e Mattia si diedero il cinque come due “bro”, ché la missione era compiuta.
La stanza era asettica: priva di colori, di personalità, di mobilia: di quelle con un tubo a cui appendere le grucce coi vestiti, con un letto spoglio, una sedia, un piano d’appoggio con ben sistemata una penna e un blocchetto su cui annotare sì e no un numero di telefono – nemmeno troppo lungo – e un bagno ridotto allo stretto necessario. Pulita, perlomeno.
Carlo si tolse le Nike con la tattica del tacco-punta, lasciandole cadere dove rimbalzavano, come se io non ci fossi, incurante del fatto che le potessi calciare o calpestare.
“Da che lato preferisc…”
Non riuscii a finire la frase che si buttò a peso morto sul lato sinistro del letto, senza proferire parola, col cappuccio della felpa blu tirato sopra a celare i suoi bellissimi capelli, mossi come questi anni che stavamo attraversando.
“Carlo, ti prego: possiamo parlare? Non possiamo andare avanti così. Ti prego, non possiamo ignorarci per sempre.”
“No?”
“No.”
“Io non ho niente da dirti però.”
“Io avrei un sacco di cose da dirti invece.”
“Che io non ho nessuna intenzione e voglia di ascoltare, Enrico. Mi lasci in pace per favore?”
“No, cazzo. No, non ti lascio in pace. E guardami in faccia mentre ti parlo, Cristodiddio!”
Nel girargli il capo verso di me vidi due lacrime, una per lato. Gli occhi spenti brillavano della luce al neon riflessa nella sua iride così lubrificata.
Istintivamente feci scorrere il pollice sulla sua guancia, nel tentativo disperato di fermare quel fiume in piena che stavano diventando i suoi occhi.
“Mi dici che cosa ci sta succedendo?”
“Io non lo so. Io non dovevo innamorarmi di te. Io lo sapevo che sarei stato da cani.”
“Tu… cosa?”
“Ma vaffanculo Enrico! Ma non te ne sei accorto di come ti guardo da mesi, da come ti cercavo, da come ti toccavo quando ci facevamo le seghe insieme?”
“Sono confuso Carlo… io ho provato a baciarti e tu…”
“Io volevo baciarti, cazzo. È che non ce la faccio. Io non sono come te, che ti rendi conto che ti piacciono i maschi e va bene, e tutti ti vogliono bene, e i tuoi genitori ti beccano che scopi in video con un pezzo di merda e va bene, e scopi tutta l’estate con quello di Torino e per tutti va bene, e ti lasciano pure andare a trovarlo. Io ho paura, io ho paura che a ginnastica mi venga duro quando ti guardo che ti cambi e che gli altri se ne accorgano, io ho paura che gli altri cambino, che sono già quello col padre in galera, vogliamo metterci pure frocio? Ho paura di non poter più giocare a calcio, ho paura che mia madre ci rimanga di merda. Ho paura. Lo capisci? E sto male, perché vedo te che vai avanti nella vita, fai un sacco di cose. Tutti ti vogliono bene, sai suonare, scrivi bene i temi e la Ferrario li legge sempre in classe quando ce li riconsegna. E io? Io dove sono in tutto questo?”
Presi la mano di Carlo, me la portai sul petto.
“Tu sei qui. Sei sempre stato qui. Sei qui da quando sei entrato in classe il primo giorno di scuola e non avevo mai visto un ragazzo bello come te, sei qui perché sei la prima persona a cui ho detto di essere gay. Sei qui perché quello che abbiamo fatto insieme in camera tua è stata la cosa più intensa che abbia mai fatto. Sei qui perché la sera che hanno arrestato tuo padre ti ho promesso che non ti avrei mai lasciato solo. È vero, ho avuto altri ragazzi. Ma tu stavi con Benedetta, che ne sapevo io di te? Delle tue paure?”
“Io non ce la faccio Enrico. Io non ce la faccio.”
“Ma ce l’hai appena fatta Carlo! Ti sei appena dichiarato e manco te ne sei accorto!”
Scoppiammo a ridere entrambi tenendoci per mano.
“Non pensavo che sarebbe stato così, speravo di dirtelo in modo più romantico…”
“Non saremmo stati noi.”
“Posso baciarti?”
“Se non lo fai adesso sei un coglione.”
E finalmente io e Carlo ci trovammo bocca contro bocca, lingua contro lingua, corpo contro corpo. Era un conto in sospeso da quella sera del ballo di fine anno di prima superiore dove per la prima volta nella mia vita ho sentito distintamente il mio cuore fare “crack”. Ci rotolammo nel letto, ancora vestiti. Lui sopra di me con la felpa blu col cappuccio e i jeans baggy, io con un orribile maglione raglan finto Missoni e un paio di pantaloni di velluto verde che, con il resto degli indumenti, ben presto volarono sulla moquette beige della stanza.
Non era la prima volta che esploravamo i nostri corpi ma questa volta era diverso.
Le mani che si insinuano ovunque, carne contro carne, fiato dentro il fiato, bocca contro bocca, lingua contro lingua. È una guerra che non conosce ragioni. Le dita si intrecciano, mentre le parole percorrono autostrade sconosciute tra sospiri, grida d’amore e bestemmie morse tra i denti.
Ci liberiamo dell’ultimo indumento che ci rimane, i boxer, restando più nudi di chi è nudo. Adesso anche i nostri cazzi si intrecciano, si strofinano, si bagnano, sussultano mentre noi continuiamo a limonare uno sopra l’altro. Senza respiro.
È Carlo a prendere per primo l’iniziativa, o adesso o mai più avrà pensato, e comincia a scendere dalle labbra al mento, al collo, poi al petto e alle strisce di appena spuntato pelo che congiungono l’ombelico al pube. E da lì il mio cazzo spari nella sua bocca in un solo colpo.
Che fosse la sua prima volta era evidente, il piacere si mescolava ad un sentore di fastidio. Troppo risucchio, troppi denti. Avevo quasi il solletico e mi veniva da ridere.
Per un attimo pensai a Mattia e Vale e a quella conversazione surreale che avevamo avuto in corridoio.
“Guarda che per avere l’apparecchio fa dei soffoconi da paura. Lo vuoi un KitKat?”
Presi il toro per le corna, bello dai, ci siamo divertiti ma adesso tocca a me.
Così lo presi per i capelli lo sollevai dal mio cazzo, lo portai a me e lo baciai ancora. Poi con una spinta lo rovesciai sul letto e mi inabissai nelle profondità del suo corpo. Cominciai leccandogli le palle, mentre con tocco leggero continuavo a scappellarlo. Carlo mugugnava cose senza senso, come se fosse posseduto. Poi quando il cazzo era ben lubrificato lo misi in bocca, con più perizia di quanta ne avesse avuta lui. Improvvisamente anche gli errori del passato avevano un senso, servivano ad arrivare qui. Stefano, Matteo, il sesso e le scoperte che avevo fatto con loro servivano ad essere forse una nave scuola per Carlo, per il ragazzo che desideravo. Quanto sarebbe stato più imbarazzante e difficile se entrambi fossimo stati alle prime armi? Forse il giorno dopo ci saremmo detti che non ci era piaciuto e non era il caso di proseguire. E invece io da quella sera sapevo che avrei voluto passare la vita prono sulle sue pubenda a dargli infinito piacere. Carlo era tutto un sussulto mentre glielo prendevo in bocca, quando il mio naso arrivava a toccare il suo pube era come se il suo corpo fosse attraversato da un’invisibile corrente elettrica. Mi fai impazzire amore, continua.
E chi ero io per dire di no al momento che più avevo atteso in questi tre interminabili anni? Avrei voluto che quel momento non finisse più, che fosse una fellatio infinita, ma la spannung di quel momento terminò in un grido strozzato: “Vengo madonna mia”.
E io anziché staccarmi, accelerai ancora più le pompate. Carlo tirò su il torace di scatto come in preda a uno spasmo, imparerò col tempo che l’ipersensibilità che lo prende nel momento della polluzione è una caratteristica sua con cui fare i conti.
Ingoiai tutto fino all’ultima goccia. Mi parve buonissima, tanta, densa e dolce. O forse ero solo perdutamente innamorato.
“Non vuoi venire anche tu?” mi chiese con una dolcezza sconosciuta mentre, ricomponendomi, mi ero accucciato con la testa nell’incavo della sua spalla.
Feci di no con la testa, ero già in uno stato di felicità a me ancora sconosciuto.
“Mi dispiace di averti fatto soffrire. Non avrei mai voluto.”
“Non fa niente, non ha più importanza ora.”
“Davvero mi ami?”
“Credo di sì…”
“Non siamo troppo giovani? Per quello che vuoi non è troppo presto?”
“No. Il coraggio ce l’hai?”
“Di viverla questa cosa? Sì.”
“Io ancora non lo so. Ma se ci sei tu con me, forse ce la posso fare.”
“Facciamo che ci pensiamo domani?”
“Buonanotte amore”
“Buonanotte”
Amore mio, che buio c’è, che freddo fa, nudi sul letto dove tutto sembra possibile e l’impossibile è certo.
liceo stanza d'albergo bacio fellatio scena di gruppo no due ragazzi coming out viaggio d'istruzione
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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