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Gay & Bisex

Innamoramento e Amore ... Parte seconda


di Membro VIP di Annunci69.it PassMatVoglioso
06.04.2020    |    326    |    3 9.5
"“Non mi fermare adesso, so che provi orrore e disgusto per me ma non troverò mai più il coraggio di parlare apertamente e sei l’unico con cui condividere..."
Una di queste sere, l’architetto chiese al figlio del suo lavoro e dopo una iniziale timidezza, Matteo cominciò a parlare con sempre maggiore fervore dei suoi studi, dell’Università, degli anni passati in vari Atenei, scoprendo l’uomo che era stato e che era diventato. Al padre non sfuggì che in questi racconti mancava sempre qualcosa ma non aveva intenzione di fermare quel fiume di parole che lo inorgoglivano perché finalmente conosceva questo figlio lontano, che da ragazzo apparentemente insicuro e distratto si era trasformato in uomo che aveva saputo dirigere la propria vita, indirizzarla verso le sue passioni, ottenendo successo professionale e soddisfazione personale.
Il giorno successivo Matteo andò in cantiere come al solito, entrò nel container per il rito del caffè di prima mattina e si ritrovò una scena inconsueta. Era già strano che dovesse aprire con le chiavi, di solito veniva aperto da Louis che arrivava molto presto e una volta entrato scorse un movimento brusco sul pavimento che lo fece sussultare. Era Louis che si stava alzando dalla brandina di fortuna…evidentemente aveva passato la notte lì anziché tornare a casa. Borbottando qualcosa di incomprensibile andò in bagno e si palesò subito dopo, crollando stanco e stropicciato sulla poltrona della scrivania. Matteo cercò di controllarsi e di mantenere la calma ma lo spettacolo che gli si era offerto lo aveva turbato non poco. Il capo cantiere aveva dormito in mutande e canottiera, ormai faceva caldo e quello che aveva visto era bastato per sentire il cuore balzargli in gola. La visione era stata magnifica, un maschio dalla pelle scura, la barba lunga, con una canottiera verde militare che gli fasciava il petto e la pancia lasciando scoperte le ampie spalle e le braccia muscolose e un paio di slip bianchi che a stento trattenevano un pacco di tutto rispetto! Cercò di armeggiare con la moka il più possibile dando le spalle per nascondere il volto che sentiva avvampare e che certamente doveva essere rosso peperone ma calcolò male i tempi perché si girò proprio mentre Louis rientrava nel container e si accasciava sulla poltrona a cosce larghe, mostrandosi in tutta la sua conturbante bellezza. Tremando ma cercando di recuperare compostezza, Matteo versò il caffè e dispose tazzine, zucchero e cornetti davanti all’uomo che sembrava cominciare a svegliarsi. Louis si vergognò della propria nudità e cercò di recuperare almeno i pantaloni. Balbettando scuse sconnesse e biascicando mezze frasi accennò ad un litigio con la moglie, motivo del suo mancato ritorno a casa, bevve il caffè e con il cornetto in bocca uscì, o meglio scappò dal container per raggiungere gli operai che stavano arrivando. Matteo si accasciò su una sedia e riprese a respirare con regolarità, una strana calma gli scese addosso ed ebbe la sua rivelazione: quell’uomo gli piaceva più di quanto avesse avuto il coraggio di ammettere, fisicamente ne era attratto ma si rese conto che c’era qualcosa di più della semplice attrazione sessuale. Ne era innamorato come mai gli era successo in passato e senza rendersene conto cominciò a piangere. Inizialmente furono solo due lacrime ma poi fu travolto da un pianto sempre più scomposto, pianse come non gli accadeva da anni, a singhiozzi ripetuti e sempre più affannosi, sempre più disperati. Gli ci volle un po’ prima di riuscire a ricomporsi e ringraziò il cielo che le macchine del cantiere avessero cominciato il loro concerto infernale perché era stato sicuramente molto rumoroso. Finalmente calmo, ebbe chiaro il motivo di tanto sconvolgimento. Non era l’amore in sé a fargli paura, quanto la sofferenza di essere innamorato di un uomo che non avrebbe mai potuto ricambiarlo, di non poter vivere quell’amore con una persona che sembrava essere il suo alter ego, la sua nemesi ed il suo completamento. Rimase in una sorta di trance, con lo sguardo fisso nel vuoto per un tempo infinito e si alzò dalla sua sedia solo quando sentì le gambe intorpidite, il caffè freddo e le mani formicolanti. Uscì al sole e si dovette coprire gli occhi, si incamminò verso la macchina e lasciò il cantiere. Alla guardia all’ingresso disse di riferire al capocantiere che non si sentiva bene e che tornava a casa prima, oltretutto era ora di pranzo e a breve sarebbero tutti andati in pausa. Guidando lento e assente, giunse a casa senza sapere neanche come era riuscito ad arrivarci, si sdraiò sul letto abbracciando il cuscino e … ricominciò il suo pianto. Il suono del citofono lo svegliò di soprassalto, si era addormentato pesantemente e ora quel trillo fastidioso lo stava riportando in vita. Barcollò verso la porta e aprì il portone, era il padre che di nuovo lasciato solo dalla iperattiva moglie veniva a cenare con lui. Lo spettacolo che si offrì all’architetto fu ben strano … la casa era avvolta dalle tenebre, il caldo era insopportabile e Matteo sembrava essere appena uscito da una centrifuga. Stropicciato, assonnato, incurvato aveva a malapena aperto la porta per poi fuggire in bagno a darsi una sistemata ma il danno era fatto. Il padre cercò di non scomporsi più di tanto, non aveva mai visto il figlio in quelle condizioni ma non poté fare a meno di preoccuparsi. Sapeva che non erano problemi di lavoro ad avere investito il figlio e non poteva essere nemmeno la salute, perché, seppur attualmente malmesso, Matteo era in ottima forma. Entrò in cucina, i fuochi erano spenti ed era chiaro che se non avesse preso in mano la situazione avrebbero digiunato. Disse al figlio che lo avrebbe portato a cena fuori e dal bagno si sentì rispondere che non aveva fame, che avrebbe preparato qualcosa al volo. Ma il vecchio architetto non era abituato a ricevere un no per risposta e quando Matteo comparve in cucina il padre lo stava aspettando in piedi e con le chiavi della macchina in mano, Si arrese, non aveva né la voglia né la forza di opporsi e quindi uscirono. In macchina non fecero alcun accenno a quello che poteva essere accaduto, il padre guidava sicuro per le vie della città senza dire molto, il figlio assente, guardava i quartieri srotolarsi l’uno dietro all’altro, senza veramente realizzare dove stessero andando. Parcheggiata la macchina, scesero e il padre prese sottobraccio il figlio, con la scusa di farsi sorreggere ma in realtà per offrirgli lui il suo sostegno. La stagione permetteva ormai di sedersi all’aperto e presero un tavolo in un ristorante con il patio sul retro. Fu solo allora che Matteo chiese dove fossero e la risposta lo gelò. Il padre lo aveva portato al ristorante della famiglia di Louis, disse che tante volte era stato invitato ad andarci ma non lo aveva mai fatto e ora gli era sembrata l’occasione giusta per cenare col figlio e per vedere finalmente il posto che da tanto tempo gli era stato raccontato e consigliato. Matteo non ebbe il tempo di reagire, erano già seduti e un cameriere era già arrivato a portare dell’acqua fresca. Il ragazzo, sui vent’anni aveva un che di familiare e infatti era il nipote di Louis, figlio di uno dei suoi fratelli, uno dei tanti che si occupava dell’azienda di famiglia. Ricevettero una speciale accoglienza, sembravano tutti a conoscenza di chi fossero e furono trattati con molta deferenza, come degli ospiti d’onore! La serata passò rapida tra ottimo cibo, tanto vino e interventi di ognuno della famiglia di Louis che, a turno, li andava a salutare. Conobbero tutti i componenti, i genitori, i fratelli e sorelle e relativi nipoti perché ognuno di loro, a vario titolo e con diverse mansioni, lavorava al ristorante diventato ormai grande e famoso in quella periferia romana dove si erano stabiliti tanti anni prima e dove erano tutti cresciuti. Il turbinio di pietanze e chiacchiere ebbe l’effetto di disperdere, seppur temporaneamente, l’angoscia di Matteo che finalmente rilassato riuscì anche a godere della compagnia del padre scoprendone un lato sconosciuto. L’architetto aveva lasciato i panni del ricco e famoso imprenditore per indossare quelli dell’uomo comune che gode della compagnia di persone socievoli ed intraprendenti, facendo uscire la sua natura gioviale e conviviale e rendendo chiaro il motivo per cui la collaborazione con Louis funzionava così bene. Seppur distanti anni luce per estrazione sociale, razza e cultura, i due uomini avevano entrambi un’indole fatta di genuina spontaneità, inclini al riso, autoironici e pronti alla battuta. Fu una piacevole sorpresa per il figlio vedere il padre fuori dal suo solito ambiente lasciarsi prendere dalla conversazione con i parenti di Louis e farsi loro pari come se fossero amici di vecchia data. Matteo sorrise tra sé al pensiero di quello che avrebbe detto la madre se lo avesse visto in quella situazione, e dovette essere abbastanza evidente il suo pensiero perché incrociando lo sguardo del padre, lo vide sorridere e ricambiare un cenno di intesa, proprio come avrebbero fatto due cospiratori. La serata giunse al termine e dopo mille abbracci, scambi di saluti e promesse di farsi rivedere presto, padre e figlio ripresero la macchina per tornare a casa. Matteo, più sobrio, portò il padre fino al suo appartamento e per non lasciarlo senza auto il giorno dopo, dormì a casa dei genitori. Aveva bevuto un po’ anche lui quindi fortunatamente il sonno lo rapì non appena mise la testa sul cuscino ancora vestito. Si svegliò presto e uscì senza far rumore, evitando di incontrare la madre, deciso a non fare parola della serata un po’ allegra appena passata col padre. Finalmente a casa, si infilò sotto la doccia e cominciò a schiarirsi la mente. Louis non si era visto e non ne aveva notizie ormai da due giorni; a parte l’incontro nel container non si erano parlati nelle ultime 48 ore e non sapevano cosa fosse accaduto ad ognuno di loro. Con l’asciugamano intorno alla vita andò in cucina e stava per farsi il caffè quando sentì il citofono. Rispose e nonostante facesse caldo già di prima mattina, si gelò. Louis era venuto da lui inaspettatamente, non pensava nemmeno che sapesse il suo indirizzo e ora gli chiedeva udienza. Matteo era impietrito, voleva vestirsi, rendersi presentabile, fare finta di nulla ma rimaneva fermo davanti alla porta in attesa che l’ascensore arrivasse e decise che era troppo stanco per fare qualunque cosa, lo avrebbe accolto così, senza darsi troppa pena. Gli fu subito chiaro che anche Louis doveva aver dormito poco; seppur sbarbato e docciato non aveva un aspetto migliore rispetto al giorno precedente, quando lo aveva sorpreso seminudo nel container. Chiusa la porta, si diressero mesti in cucina, il capocantiere sapeva dove andare e alla sorpresa di Matteo rispose che anni prima il padre gli aveva affidato la ristrutturazione di quella casa che quindi conosceva benissimo. Si ripeté il rito del caffè mattutino ma stavolta il silenzio regnava sovrano. Matteo rifletté sul fatto che da quando si erano conosciuti non avevano mai smesso di parlare, avevano sempre avuto mille argomenti di conversazione ed invece ora l’assenza di parole pesava come un macigno sulle loro spalle. Ruppe il silenzio con la prima banalità che riuscì ad estrarre dalla testa e gli raccontò che erano stati ospiti del ristorante di famiglia la sera prima. Louis annuì, gli avevano già raccontato tutto ma chiese invece come mai era scappato dal cantiere il giorno prima. Si scusò per essersi fatto trovare in quello stato, non avrebbe dovuto fargli vedere quello scempio ma non si era svegliato in tempo. Erano già due mesi che viveva nel container, facendo sparire le sue tracce al mattino presto per non far capire la situazione in cui si trovava. Il suo matrimonio era finito già da tanto; da quando i figli erano ormai diventati autosufficienti, i motivi per stare insieme erano venuti a cadere. Si erano sposati per rispettare le regole imposte dalla società, si volevano bene ma non si erano mai veramente amati e stando insieme avevano capito che, a parte i figli, nulla li teneva insieme. La moglie si era innamorata di un altro uomo e aveva tenuto la storia segreta finché anche l’ultimo dei loro figli non aveva lasciato la casa dei genitori per andare incontro alla sua vita. Per questo non avrebbe avuto più senso continuare a convivere ma si rendeva necessario lasciarsi, così lei avrebbe potuto finalmente unirsi al suo grande amore, visto che anche lui aveva recuperato la sua libertà. Louis sapeva già da tempo dell’esistenza dell’altro ma non aveva reagito, sorpreso dal fatto che non provava neanche una punta di gelosia. Non si sentiva il “cornuto” rassegnato allo status di tradito bensì sollevato dal pensiero che la moglie potesse trovare in un altro l’amore che lui non sapeva darle. Già, l’amore… parola a lui sconosciuta, di cui non sapeva il significato, di cui non aveva mai conosciuto la potenza, la forza e l’inganno. Si, inganno, perché aveva per tutta la vita confuso un pallido sentimento di affetto e complicità sessuale con l’amore, quello che ti fa sbattere il cuore, ti scuote nel profondo, ti fa fare follie ed affrontare tutte le controversie. Aveva permesso che gli usi e le tradizioni prendessero il sopravvento, che le convenzioni sociali guidassero le sue scelte di vita, che gli altri in definitiva conducessero la sua esistenza senza opporre resistenza, senza interrogarsi su ciò che lui avrebbe voluto. Riuscì a fermare il diluvio di parole che li stava sommergendo, che aveva abbattuto la diga tra quello che si può dire e l’indicibile e che soprattutto aveva infranto la barriera di convenienze sociali in essere tra loro. Dal canto suo, Matteo era rimasto in silenzio, non osava né interrompere né domandare, gli avrebbe fatto troppo male conoscere la verità, o quello che lui riteneva fosse la verità, fino in fondo. Lo immaginò innamorato di un’altra donna, una che avrebbe preso il posto della moglie, che avrebbe avuto il piacere di essere amata da Louis, l’oggetto del suo desiderio! Sentiva le lacrime fare capolino nei suoi occhi ma non poteva esporsi, respirava a fondo per contenere il cuore che sembrava lanciato al galoppo nel suo petto e rassegnato aspettò il colpo finale. Nella sua testa iniziò a formulare frasi di circostanza che avrebbe potuto dire per non far nemmeno immaginare quanto potesse stare male, si vide consigliare l’amico su cosa sarebbe stato meglio fare nell’immediato, incoraggiarlo che tutto si sarebbe sistemato e poi si immaginò fare ritorno negli Stati Uniti dove avrebbe ripreso il suo lavoro e seppellito ogni cosa sotto strati di sofferenza ed inquietudine. Louis ora lo guardava e fraintese quello che vide: pensò che Matteo fosse disgustato da lui ma ormai si era spinto troppo oltre e doveva dirgli tutto. “Non mi fermare adesso, so che provi orrore e disgusto per me ma non troverò mai più il coraggio di parlare apertamente e sei l’unico con cui condividere quello che sto provando …. Ti prego, fammi finire e poi….”. Matteo sospirò e deciso a bere l’amaro calice fino in fondo, lo incoraggiò a proseguire.
Louis aveva sempre evitato di chiedersi cosa realmente desiderasse nella vita, la paura di scoprirlo lo aveva reso distratto verso sé stesso, incapace di aprire quegli armadi dove albergavano scheletri sconosciuti e che tali dovevano rimanere. Ma il tarlo era caparbio, la sua tana era ben nascosta nella sua testa e quando voleva, quasi a tradimento, si svegliava e ricominciava a grattare. Si divertiva alle sue spalle, lo stuzzicava mormorando infido che il desiderio aveva infettato anche lui e prima o poi il torpore in cui si era trascinato sarebbe scemato e lo avrebbe fatto inciampare. E lo sgambetto, come annunciato, era giunto, lo aveva colpito all’indomani della separazione coatta con la moglie, una mattina di primavera, in un container, davanti ad una tazzina sbeccata ricolma di caffè. E infine tacque.
Matteo rimase pietrificato, non poteva essere vero, aveva capito male! Rimase in silenzio ma si sentiva avvolto da vampate di calore seguite da brividi di gelo e cominciò ad agitarsi sulla sedia. Louis, si alzò e gli dette le spalle, incapace di guardarlo. Gli disse che era consapevole di essersi spinto troppo oltre con lui ma considerasse che aveva superato il limite soprattutto con sé stesso, nel momento esatto in cui allo specchio aveva dovuto ammettere che il tarlo aveva finalmente avuto il suo trionfo, mettendogli davanti il desiderio. Calato il velo, aveva dovuto ammettere che l’intimità con un altro uomo era ciò che voleva, il senso di inadeguatezza e di inquietudine ora avevano un nome ed un significato. La rivelazione lo aveva colpito come uno schiaffo ben piazzato, il cuore aveva perso parecchi battiti ma la paura e la vergogna lo avevano abbandonato quasi immediatamente, lasciando il posto ad una sensazione di leggerezza. Si era sentito liberato dal fardello che aveva trascinato con fatica per tutta la vita, che gli aveva oppresso il petto impedendogli di respirare a pieni polmoni e tutto grazie ad un uomo di pochi anni più giovane, più colto e ricco di lui, un uomo onesto che meritava di sapere che, pur donandogli il tormento del desiderio, lo aveva salvato proprio dai fantasmi di una vita.
Ormai era quasi pomeriggio, ma la luce intensa della giornata estiva non entrava in cucina, rimasta al buio per le persiane ancora accostate. Scese il silenzio rotto dai lontani rumori della strada. Louis si sentiva svuotato, doveva andarsene ma non riusciva a muoversi e un leggero tremore cominciò ad impossessarsi di lui. Ebbe paura, paura di aver vinto la battaglia con sé stesso ma di avere perso la guerra, la più importante della sua vita. Si sorprese a leccare con la lingua una lacrima che silenziosa ma inesorabile aveva infranto la barriera del suo essere e che ora scivolava beffarda a scavare un solco che lui ritenne indelebile sulla sua guancia. La mente gli imponeva la fuga ma le gambe si rifiutavano di rispondere ai comandi e tutto il suo corpo rimaneva pietrificato in quella cucina, in quel momento che aveva cancellato il passato ed il suo futuro davanti ad una finestra chiusa. Il presente irruppe potente in quell’attimo, silente e immobile, sotto forma di due braccia che arrivarono tremanti a cingergli il petto. Sentì la testa dell’amato posarsi nell’incavo tra collo e spalla, avvertì il suo respiro, caldo e pacato e lentamente si girò. Strinse Matteo a sé, lo abbracciò quasi a soffocarlo e si rannicchiò sul suo petto, raggomitolandosi come un orsetto che, finita la sua tana, felice e finalmente appagato, si prepara al suo lungo letargo invernale.
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