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Gay & Bisex

GALEOTTO FU IL SANTERNO 2


di SERSEX
24.06.2025    |    1.358    |    1 9.0
"— Sì, così… così… fammi male… Giò gli infilò le dita dentro senza pietà, aprendolo, preparandolo a prenderlo tutto..."
Andrea se n’era andato con una promessa sussurrata all’alba, mentre Giò ancora dormiva tra le sue braccia nude.
— Vado, ma torno. Aspettami.
Lo aveva baciato sulla fronte, poi era salito in moto, diretto a Milano. «Una settimana al massimo», aveva detto. «Chiudo tutto e vengo a vivere con te. Con noi.»
Ma passarono tre giorni. Poi cinque. Poi una settimana. E il telefono rimaneva spesso in silenzio.
Giò non voleva essere uno di quelli che contano i minuti, ma ogni ora sembrava dilatarsi, riempita di assenze, di immagini ripetute — la curva del corpo di Andrea, la sua voce roca, il sapore del suo seme caldo nella gola.
Le mattine le passava a fare esami, distratto, come se ogni studente fosse un'ombra e non un volto. Le notti… le notti erano peggio.
Una sera rientrò a casa dopo una passeggiata al Pratello. Si spogliò lentamente in cucina, lasciando cadere a terra la camicia di lino, poi i jeans, poi lo slip nero. Nudo, si sedette sul divano ancora caldo di sole. Aprì un messaggio vecchio sul cellulare, uno di quelli vocali dove Andrea rideva. Lo ascoltò in loop. Poi si accarezzò, prima piano, poi con più decisione.
Si stese, divaricando le gambe sul divano, chiudendo gli occhi.
— Andrea… — mormorò, strofinandosi il glande già bagnato. — Bastardo… dove cazzo sei…
Le dita scivolarono tra le natiche, lentamente, come lui aveva fatto al fiume. Il ricordo era così vivo che gli venne da ansimare.
Si infilò un dito, poi due, allargando piano, cercando la stessa sensazione profonda e piena di quella mattina al fiume. Immaginava Andrea sopra di lui, che lo prendeva da dietro, con le mani forti e la bocca sporca di parole.
— Te lo sei dimenticato com'è scoparmi, eh?
La voce gli usciva rotta, arrochita dalla mancanza. Venendo forte, si sporcò il petto, il ventre, la mano. Rimase a occhi chiusi, tremante, col cuore che batteva come se stesse correndo verso qualcosa. Ma non c’era nessuno.
Il giorno dopo provò a chiamarlo. Una, due, tre volte. Poi un messaggio:
"Se non torni tu, verrò io. Ma almeno dimmi se mi hai mentito."
Silenzio.
Il pomeriggio lo passò in moto, sgasando per i colli come se potesse dimenticare. Salì verso la Futa, poi ancora più su. Si fermò a guardare il tramonto su Monghidoro, il vento che gli scompigliava i capelli. Ripensava a quando Andrea glieli aveva tirati mentre lo scopava da dietro, con una forza animalesca, mordendogli il collo e sussurrandogli:
— Sei mio. Non scappi più.
E invece era sparito.
Quella notte dormì poco. Si svegliava a intervalli, sudato, agitato, il cuscino ancora impregnato del profumo della pelle di Andrea.
Alle cinque del mattino, un rumore di moto sotto casa lo fece sobbalzare.
Scostò la tenda.
Era lui.
Andrea. Sporco, disfatto, col casco ancora in testa. Appoggiato alla sua porta.
Giò non disse nulla. Scese le scale nudo, aprì la porta, lo guardò.
Andrea lo fissava. Gli occhi rossi, stanchi, vivi.
— Mi mancavi da fare schifo — sussurrò. — E ho avuto paura. Paura vera. Perché quando le cose sono vere, fanno paura.
Giò lo tirò dentro, con forza. Gli strappò il casco, lo spinse contro il muro.
— Non farmelo più — disse. — O la prossima volta ti cerco e ti faccio male. Ma nel modo più bello possibile.
Andrea sorrise. Gli prese la mano e se la portò sulla patta dei jeans.
— Allora fallo adesso.
E Giò lo fece. Con rabbia, con desiderio, con amore. Lì, contro il muro, senza fiato, senza pietà. Lo spogliò come un animale, gli strinse i polsi, lo leccò, lo prese fino a farlo urlare. E Andrea si lasciò fare tutto, mentre le prime luci dell’alba entravano dalla finestra.
Fu sesso sporco, selvaggio, pieno di frasi strozzate e morsi. Ma anche amore. Amore che puzzava di sudore, di sperma e di paura vinta.
E quando vennero, insieme, fu come se il mondo si fosse fermato lì. Tra un ritorno e un respiro.
Andrea rimase a vivere da Giò. All’inizio non avevano nemmeno bisogno di parole. I loro corpi parlavano per loro, ogni sera, ogni pomeriggio rubato, ogni mattina lenta e sudata.
Dormivano poco.
Facevano l’amore ovunque: in cucina, in garage sulla moto parcheggiata, nel bagno del dipartimento, dietro una porta appena socchiusa.
Una notte, rientrarono dopo una cena in via del Pratello. Andrea si tolse la maglietta senza dire nulla, si sdraiò sul tappeto e disse:
— Fammi come se non ci rivedessimo più.
Giò non rispose. Gli salì sopra a cavalcioni, gli sputò sul petto, poi iniziò a leccarlo con lentezza feroce, mordendogli i capezzoli, graffiandogli il ventre.
Lo girò di forza, gli strappò i jeans e lo slacciò con i denti, le mani già bagnate.
Andrea gemeva, e ogni suono era una supplica.
— Sì, così… così… fammi male…
Giò gli infilò le dita dentro senza pietà, aprendolo, preparandolo a prenderlo tutto. Lo sentiva fremere, aprirsi, vibrare come un animale in attesa.
Quando lo penetrò, fu un colpo secco, profondo, da far tremare i vetri. Andrea si piegò in avanti, ma non scappò.
— Vienimi dentro — ansimava. — Ti voglio dentro per sempre, bastardo.
Giò lo tenne stretto per i fianchi e iniziò a muoversi, lento, poi sempre più veloce, fino a colpirlo con forza, con foga, con un desiderio che aveva poco di umano. L’odore del sudore, dello sperma, delle parole che non erano più necessarie.
Quando venne, lo fece urlando il nome di Andrea, tremando come un ragazzo al primo orgasmo.
E Andrea venne subito dopo, senza nemmeno toccarsi, con la schiena rigata dai graffi.
Il giorno dopo si svegliarono tardi. Andrea nudo sul letto, il culo ancora arrossato. Giò preparava il caffè, nudo anche lui, col grembiule sporco di gocce di sperma.
— Mi fai impazzire — disse Andrea, abbracciandolo da dietro e infilandogli una mano tra le gambe.
— Smettila o mi toccherà scoparti anche sul tavolo.
— È quello che voglio.
E lo fece. Lo fece di nuovo, senza togliersi il grembiule, con la moka che borbottava sul fornello e la città che si svegliava.

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