L’aria condizionata
chupar
Avevamo chiamato l'assistenza per l'aria condizionata perché c’era una riunione importante alle sedici. Avrei dovuto preoccuparmi di altro e non del fatto che la stanza sembrava una serra.
Sentii bussare, spinsi il tasto del citofono: «Avanti».
Aprì la porta principale: «Sono quello del condizionatore».
«Finalmente».
Mi sorrise appena e in modo non particolarmente espansivo: «È solo?»
La domanda mi sembrò strana: «Perché?»
«Per sapere se posso lavorare tranquillo».
«Non dovrebbe esserci differenza».
Chiusi la porta alle sue spalle un po’ preoccupato delle sue intenzioni e sentii il clic della serratura più di quanto avrei dovuto.
M’indicò la giacca: «Non ha caldo?»
«Molto».
«Ha pure la cravatta! Perché non la toglie?»
«Abitudine e regolamento». Lo guardai: «Lei fa sempre tutte queste domande ai clienti?»
«Solo a quelli che rispondono».
Sorrisi, infastidito da quell’arroganza.
Posò la borsa a terra e prese la scala che, per accelerare i tempi, gli avevo fatto trovare di fianco alla finestra. Per qualche minuto lavorò senza parlare ed io cercai di tornare al computer, pur continuando a percepire ogni suo movimento alle mie spalle. Era un gran bel pezzo di maschio sulla cinquantina, rozzo, con barba brizzolata e incolta. A giudicare dalle occhiate furtive che avevo lanciato alla sua patta, era pure ben dotato. Mentre fingevo di leggere mail, iniziai a ricordare i film porno che proponevano un maschio come quello mentre spaccava un culo o che riempiva bocche vogliose di sperma.
Cercai di tornare lucido e mi voltai a guardarlo: «Tutto bene?»
«Sì» mi rispose, ma avendo addosso una maglietta bagnata di sudore, la tolse, restando a torso nudo: «Oggi il caldo non si regge!»
Aveva un torace ispido, mal depilato, ma molto definito. Andai in agitazione e cercai di porre fine a quella situazione con un’affermazione acida: «Sto aspettando che finisca».
Sorrise beffardamente: «Mi sembra che stia aspettando altro».
«Cioè?»
«Che tutto funzioni, no?»
«Lei è sempre così sicuro di quello che pensano gli altri?»
«No». Si avvicinò di più al condizionatore: «Ma qualche volta ho delle buone ragioni».
Aprì il pannello: «Qui il filtro è completamente ostruito, ma andrebbe cambiata la macchina. Questo è quello che posso dirle professionalmente».
Lo guardai incuriosito: «E non professionalmente?»
Si fermò con una mano ancora dentro l’apparecchio: «Non so se è il caso».
«Perché?»
«Non dovrei dirle che un gioiellino come quello che ho davanti andrebbe aperto con cautela e subito dopo montato e rimontato a dovere».
Mi sembrò che stesse camminato lungo un limite che avevo solo intuito, ma che il luogo mi suggeriva di non verificare. «Immagino abbia ragione. Non sono del mestiere», dissi, «ma non c’è tempo».
Tornò al suo lavoro, ma ovviamente qualcosa era cambiato e il silenzio aveva assunto un diverso significato.
Dopo qualche minuto il condizionatore ripartì e l’aria fresca cominciò a scendere dall’alto: «Ecco fatto».
«Quindi per oggi può andar bene comunque?»
«Dice il condizionatore?»
Lui non si mosse ed io: «Cos’altro?»
Non mi rispose: «Il filtro va sostituito».
«Domani?»
«Domani».
«Alla stessa ora?»
Mi guardò dall’alto della scala, tastandosi il pacco in modo quasi casuale: «Se vuole anche ora. Non ci metto tanto per come sta messo». Abbassò gli occhi per un istante, indicandomi con lo sguardo il volume che premeva nei suoi pantaloncini scoloriti, «Ma sarebbe meglio che fosse lei a dirlo».
Sentii qualcosa stringersi nello stomaco. Magari mi aveva diretto una frase non volutamente ambigua, magari avevo capito male e rischiavo di fiondarmi in un approccio non desiderato. Pur avendo la quasi certezza che entrambi sapessimo esattamente cosa significasse quel modo di fare, mi alzai dalla scrivania: «Va bene anche ora, se davvero ci mette poco. Ho una riunione a breve».
Eravamo abbastanza vicini da sentire il rumore dell'aria uscire dalle bocchette sopra di noi. Lui, restando serio, si tirò giù la zip e lentamente si calò i pantaloncini che scivolarono lungo le cosce pelose, fino alle caviglie. Mentre si abbassava le mutande, emerse il suo inguine peloso e riccioluto. Rimase con il cazzo a mezz’asta, scuro e spesso che penzolava sui coglioni non depilati. Se lo scappellò, ripulendosi la punta, passandoci su la mano: «Che vuoi fare?»
Iniziai a masturbarlo, non sapendo dove poter arrivare senza rischiare troppo sul posto di lavoro. Era davvero bello grosso, pieno di venature e con una cappella da sfondamento. Sapevo che, se gliel’avessi chiesto, con quel batacchio mi avrebbe massacrato il culo e quest’ipotesi mi eccitò non poco. Indietro non potevo tornare, l’ufficio stava per riempirsi di colleghi e volevo soddisfarlo in poco senza rischiare inutilmente.
«Succhiamelo!»
Mentendo spudoratamente, gli dissi che non sapevo se tradire o meno la mia compagna, facendo un pompino a uno sconosciuto. Non devo essere stato molto convincente, dato che mi prese per la cravatta e mi portò a pochi centimetri dal suo uccello.
«Ma davvero non ti ricordi di me? Sono così invecchiato?»
Annuii, mentendo e cominciando a spompinarlo abilmente, mentre con una mano lo masturbavo e con l’altra gli tastavo le palle.
Dopo poco, «Cazzo! Così vengo! Vacci piano!» e m’allontanò dalla sua nerchia, che scattò verso l’alto tanto era in tiro.
Mi riaccostai e cominciai a leccargli le palle. Me le portai alla bocca, prima una poi l’altra, con i peli che mi invadevano il palato: «Vuoi venirmi in faccia?»
Sudato come non mai, non mi rispose, ma si passò la lingua sulle labbra. Io cominciai di nuovo a dedicarmi all’asta, mentre lo guardavo dal basso e mi masturbavo delicatamente.
Mi fermò di nuovo: «Se ti metti a pecora te lo metto nel culo».
Squillò il telefono. Il destino non avrebbe potuto essere più collaborativo con lui!
Era il mio superiore. Mi disposi a novanta, divaricando leggermente le gambe, offrendo all’operaio quello che stava aspettando.
L’uomo mi stava sollevando la giacca grigia quando il mio capo mi avvertì che con il gruppo della riunione avevano appena finito di pranzare e mi chiese se l’operaio fosse intervenuto. Mentre mi calava pantaloni e mutande, «Sì, ci sta mettendo mani giusto ora». Mentre con un fiotto abbondante di sputo quello m’inumidiva l’ano, «Ah ok, bene, bene! E tu hai sudato abbastanza?», mi domandò divertito lo stronzo.
«No, no!» dissi contemporaneamente a entrambi, visto che il manovale mi stava per aprire il culo senza preservativo. «Cazzo, che male!» sussurrai, senza potermi trattenere, quando riuscì nell'intento. «Però mi sono fatto il culo al posto vostro, restando in ufficio», ribattei, mentre l’operaio forzava il mio sfintere.
«Non ti sento bene! Fa una cosa, metti in vivavoce e fammi dire direttamente da lui», mi disse il capo per poi rivolgendosi all’operaio «Salve, il condizionatore è a posto?»
Senza smettere di chiavarmi e dopo avermi tappato la bocca: «Dotto’ sì, ma dovrò tornare per controllare almeno un paio di volte».
«Immaginavo», replicò quello, «l’impianto è stato sfruttato parecchio».
«Questo è sicuro, ma le tubature stanno ancora una favola». Si fermò un attimo. «Però», affondando di nuovo il cazzo fino alle palle, «bisogna sempre andare a fondo».
L’uomo non aveva ancora finito la frase che uno schizzo partì in picchiata dalla mia capocchia, andando a planare sul pavimento sotto la scrivania. Quello sghignazzò, senza però interrompere subito la chiamata: «Chiudo, che finisco il servizio».
Sentendo il cazzo del mio maschio ormai al massimo dell’erezione, capii che stava per venire. Provai a scostarmi e a dirgli di venirmi in bocca, ma mi spinse in basso: «Come ai vecchi tempi...» Mi bloccò la testa sulla scrivania e cominciò a fottermi duramente, finché mugolò in maniera sommessa e prolungata, sborrandomi nel culo.
Quindi, fece un respiro profondo e si scostò da me. Si spostò sul lato corto della scrivania, afferrò la mia cravatta e si ripulì il cazzo ancora duro.
«No, cazzo fai?» gli chiesi.
Mi ignorò e, senza nemmeno asciugarsi il sudore, cominciò a rivestirsi.
Con estrema fatica mi sollevai. Mentre lui prendeva i suoi attrezzi, cercai di pulirmi con la mano il culo che spurgava la sua sborra. «Tie’» mi disse e mi passò una pezza sporca di olio e di grasso. Era meglio di niente.
L’accompagnai alla porta, sperando che le mie mutande riuscissero a tamponare quel fiume durante la riunione.
Aprii l’uscio, notando che la segretaria era già rientrata dalla pausa pranzo. Quello, prima di uscire, si fermò sulla porta: «Mi lascia anche il suo numero? Perché se domani cambio programma, vorrei poterla avvertire in tempo».
«E potrebbe succedere?»
«Magari mettono di turno un altro, ma io ormai so dove mettere le mani e non mi va di spiegare tutto a uno nuovo».
Gli dettai il numero e lui: «Come la registro?»
«Come preferisce».
Digitò: «Fatto».
«Cos’ha scritto? Per curiosità».
Mi mostrò lo schermo: “Culo e camicia”.
Trattenni a stento una risata: «È terribile».
«Ma funziona ed è pure una pizzeria».
«E le serve per ricordarsi di me?»
«Credo proprio di sì».
Fece per andare ma lo bloccai. «Aspetti». Si voltò ad ascoltarmi con aria interrogativa: «Domani forse prendo un giorno».
Per un istante rimase immobile, cercando di capire dove volessi andare a parare. Mi avvicinai in modo da abbassare la voce: «Ho lo stesso problema a casa».
Diede un’occhiata alla segretaria, accertandosi che fosse abbastanza lontana da non sentire: «Alle cinque smonto dall'azienda e di solito faccio lavoretti a nero in giro. Mia moglie lo sa e non mi aspetta...»
«Alle cinque, allora».
Gli dissi il mio indirizzo di casa.
Annuì: «E la cravatta?»
«Quella la metto, se ci tieni» gli bisbigliai.
Finalmente sorrise: «Bene».
«Perché?»
«Perché sono curioso di vedere se è davvero un’abitudine».
Rimasi qualche secondo fermo sulla soglia dell’ufficio, vedendolo uscire dalla porta principale, seguito dallo sguardo voglioso della segretaria. Poi tornai alla scrivania, misi la cravatta lercia di sperma in un cassetto con il culo dolorante, mentre il condizionatore funzionava perfettamente.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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