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Gay & Bisex

L’Editto Bulgaro


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
12.02.2026    |    4.089    |    6 9.8
"Il domatore mi afferrò per i capelli: Bokluk! E mi tirò indietro la testa quel tanto che bastava per farmi inarcare ancora di più..."
Quando vidi il domatore entrare nella gabbia della tigre, rimasi senza fiato. Avrà avuto una trentina d’anni. Il viso abbronzato, segnato appena da qualche ruga agli angoli degli occhi, come se avesse sorriso molto o fissato a lungo il sole. I capelli scuri, leggermente scompigliati, cadevano sulla fronte con un’aria che sembrava in armonia con le bestie che comandava. Indossava una camicia chiara, aperta sul collo, che lasciava vedere una peluria nerissima. I pantaloni bianchi e attillatissimi mettevano in risalto un gran bel pacco e due gambe solide, tese mentre si muoveva con sicurezza nella segatura. Ogni suo passo era deciso, ogni gesto misurato. C’era qualcosa di magnetico in quel ragazzo. Mentre tutti trattenevano il fiato per l’animale, io lo trattenevo per lui.
Per tutto lo spettacolo non pensai ad altro. Sentivo un’agitazione che mi faceva tremare le gambe. Ero in fiamme, forse perché ero rientrato in paese per le festività natalizie e non provavo un uccello da quasi dieci giorni. Fatto sta che a metà show inventai una scusa con la mia comitiva e trovai il coraggio di cercarlo e avvicinarlo. Dopo avermi redarguito per essermi avventurato in un posto non sicuro per gli spettatori, gli balbettai qualche parola per complimentarmi.
Lui mi guardò dall’alto della sua calma, con un mezzo sorriso stanco ma gentile. Non parlava molto bene italiano, mi disse solo di essere bulgaro. Riuscii a convincerlo a fare due passi, lontano dalle luci e dove l’aria era più pesante, intrisa dell’odore acre degli animali e della paglia umida.
La gabbia della tigre era a pochi passi e il cuore mi batteva forte, quasi quanto il ruggito che poco prima aveva fatto vibrare il tendone. Non pensai a nulla, né al rischio né alla stranezza di quel momento sospeso tra l’odore di bestia e di ferro. Mi avvicinai e lo baciai. Fu un gesto rapido ma pieno di un coraggio. Avrebbe potuto allontanarmi, picchiarmi o sputtanarmi. Invece non reagì, non partecipò al bacio ed io mi allontanai con le guance accese e la sensazione di aver fatto una cazzata.
Mi voltai per scappare, ma quello mi tenne per il braccio: Tu sei peder? Vuoi mio cazzo in tuo zadnik, come si dice? Culo?
Sì, - gli risposi – ma qui?
Si guardò attorno e mi strinse il pacco con entrambe le mani: Molto bello grosso! Qui sicuro!
Senza smettere di guardarmi negli occhi si calò la chiusura lampo e tirò fuori davvero una gran bella mazza nodosa, scura, circoncisa e costellata di peli nerissimi che si distribuivano tra la carne e la zip metallica. Tirò su con il naso, si smanettò l’uccello e mi ordinò di girarmi con un semplice gesto della mano. Replicai chiedendogli come mai non volesse farsi spompinare prima, ma lui con il dito mi fece cenno di girarmi. Obbedii, tirai giù pantaloni e slip e poggiai le mani su una cassa. Inarcato la schiena e aprì le gambe. Sentii la sua lingua insinuarsi nel mio ano, succhiarlo, leccarlo, mentre i miei brividi diventavano incontenibili ogni qual volta mi penetrava con due dita.
Si sollevò e mi si avvicinò con il cazzo turgido. Lo accolsi in bocca, mentre le mani di lui mi afferravano i capelli per darmi il giusto ritmo. Aveva un sapore intenso, non so se per il sudore o se sia una loro caratteristica dipendente da ciò che mangiano. Ovviamente non mi fermai per questo, sentendolo mugolare di piacere, almeno finché non fu lui a staccarsi e a esaminarmi come dubbioso.
Mentre mi voltavo per ammirare la sua eccitazione, sentii dei passi. Un uomo emerse dall’ombra. Alto, sulla cinquantina, non bello ma con la faccia da porco, si fermò a circa tre o quattro metri.
Non mi mossi. Considerai solo il bulgaro che lo guardò come in attesa. Lo sconosciuto annuì e l’altro, senza battere ciglio, mi afferrò per i fianchi e mi tirò verso di sé con un gesto secco: Kur da ti eba.
Quando entrò, lo sentii fino in fondo in una sola spinta, violenta ma perfetta: Ummmh… Kuchka!
Serrai gli occhi per godermi quella sensazione, lasciando venire fuori un gemito lungo.
Iniziò a muoversi, mentre io spingevo indietro per accoglierlo fino in fondo, stringendolo dentro ogni volta che provava a uscire.
Sentii su di me lo sguardo vicino dell’altro che si era abbassato la zip, tenendo una sigaretta tra le labbra: E bravo Branimir!
- Tu non dire, vero?
- Ma no… Almeno non ingravidi di nuovo tua moglie!
Più forte! - ansimai fregandomene dello stato di famiglia bulgaro.
Il domatore mi afferrò per i capelli: Bokluk! E mi tirò indietro la testa quel tanto che bastava per farmi inarcare ancora di più.
Ogni affondo divenne più profondo, quasi brutale ma bellissimo. Sentivo il rumore dei nostri corpi che si scontravano, il suo respiro spezzato contro il mio collo.
Quello che si stava masturbando si fermò a pochi centimetri. Non disse niente, continuando solo a pomparsi. Potevo vedere le vene gonfie del suo uccellone tozzo, il modo in cui la pelle si tendeva e si rilasciava. Alzai gli occhi su di lui e quello accelerò il ritmo. Fece un altro mezzo passo in avanti con il cazzo puntato verso di me. Con quel gran toro che mi scopava dietro, con il corpo in fiamme, avrei voluto sentire anche quell’altro sapore anonimo, ma deve aver avuto un ripensamento. Esitò un secondo con il pugno ancora stretto intorno al cazzo, poi si accostò al mio dominatore mentre tenevo gli occhi inchiodati sulla sua mano che saliva e scendeva veloce sul cazzone che pulsava: Fammi spazio! Eccolo…Eccolooohhh.
Sborrò sull’uccello del più giovane che si fermò per farsi cospargere di quel piacere porco. Quindi, mi afferrò i fianchi, affondò con un colpo secco, riempiendomi della sborra altrui e strappandomi un gemito conclusivo. Inarcai la schiena e lasciai che l’orgasmo mi travolgesse. Il bulgaro venne subito dopo con schizzi potenti che mi annegarono l’intestino, sussurrando qualcosa tipo: Pichka ti materina.
Uscì da me. Il guardone fece un passo indietro, richiuse i pantaloni senza fretta, mi fece un cenno con la testa, forse un saluto: Noi stiamo qui altri due giorni e c’ho un sacco di dipendenti affamati, neri, gialli, rossi…Non farti più vedere o farai casini! Faccio pure io l’editto bulgaro come Berlusconi!
Poi fissò il domatore: E meno male che poi rompi i coglioni a tutti con il ramadan!
- Tu non dire!?
- E cazzo! Ho detto di no! - E sparì nel buio.
Io e l’ammaestratore rimanemmo lì, ansimanti. Mi guardò serio, si accese una sigaretta e mi fece cenno di sbocchinarlo perché voleva fare una doppietta. Avevo appena iniziato quando una voce femminile lo chiamò: Branimir! In fretta si rimise la mazza nei pantaloni aderenti e se ne andò dopo aver sputato per terra e tirato su con il naso.
Non l’ho mai più rivisto, ma ogni volta che ripenso al circo, rivedo la sua figura sicura sotto le luci dell’arena, i pantaloni aderenti impolverati di segatura, e sento ancora i colpi furiosi del suo uccello bulgaro.

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