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Gay & Bisex

IL RITORNO DI GIANNI


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
03.05.2026    |    4.659    |    4 9.7
"“Racconta! Chissà quanti ne hai presi in questi anni, no? Pure i cazzoni dei negri, secondo me!” Mi rivolsi verso l’armadietto, “Vaffanculo!”, ma lui si accostò alle mie spalle, mi..."
Mia moglie insisteva da settimane. “Fa bene alla schiena” diceva, ma io odiavo l’idea di muovermi a ritmo in una piscina tiepida circondato da sconosciute sorridenti, ma alla fine cedetti. Mi ritrovai di sabato mattina in un centro sportivo appena fuori paese, rimbombante di una musica gracchiante che veniva dagli altoparlanti. Ero in acqua, appoggiato al bordo. C’era un solo altro uomo oltre a me, ma mi si chiuse lo stomaco quando lo vidi.
“Amore, vieni?” disse mia moglie, già immersa fino alle spalle.
Andai verso di lei senza smettere di guardarlo, sperando non mi riconoscesse dopo tanti anni.
I nostri occhi s’incrociarono. Il suo viso cambiò appena, finché una voce femminile accanto a lui: “Gianni, muoviti che inizia!” Sua moglie. Certo, perché il destino non fa le cose a metà.
Durante la lezione evitammo di guardarci. O meglio, fingemmo, perché ogni movimento sincronizzato diventava, forse per entrambi, un ricordo: il treno, gli spintoni, le risate degli altri, il mio silenzio. E poi nei bagni della stazione gli incontri rubati, il modo in cui mi cercava quando nessuno ci vedeva, il sesso in auto, le litigate. Per tutti, Gianni era il bullo ripetente, quello che mi prendeva di mira, quello che spaccava fiche.
Per me cosa era stato? Non lo sapevo con certezza. Di certo mi aveva aperto nuovi orizzonti oltre al culo, ma nello stesso tempo mi aveva “passato” a un gestore di lidi, poi a Maurizio, al suo amico prete, per poi sputtanarmi, consentendomi però di diventare il bocchinaro rottoinculo della mia generazione. Avevo provato i cazzi di mezza scuola, di operai edili, di spacciatori, di netturbini e anche quello di mio cognato… Ed era anche per questo che ero dovuto andar via con la scusa dell’università.
Gianni emerse dall’acqua con un movimento lento e controllato. Le gocce scivolano lungo le spalle larghe e il petto definito da una peluria latina. Aveva quell’aria da uomo che ha superato i quaranta senza subirli davvero. Il fisico era curato e i capelli ancora scuri gli davano un aspetto disinvolto. Il volto portava linee mature, ma rilassate, con una ricrescita di barba brizzolata sul mento.
Scosse leggermente la testa, liberandosi dell’acqua. “Ciao” mi fece, asciugandosi con l’asciugamano e con un accenno di sorriso.
“Ciao.”
“Quanti anni!? Non pensavo di rivederti” iniziò, sfiorandosi il pacco stretto nel costume.
“Nemmeno io”, risposi, non riuscendo a non seguire la sua mano.
“Sei tornato a vivere in paese?”
“Ci sono tornato per poco. Devo mettere in vendita la casa dei miei.”
“Ah, se hai bisogno, lo sai… Io mi adatto a fare tutti i tipi di lavoretti. Sono disoccupato da un po’, il ristorante ha chiuso.”
Le nostre mogli si girarono verso di noi, sorridenti e ignare.
“Ragazzi, andiamo a prenderci qualcosa al bar?” propose la sua.
“Sì, ci vediamo dopo!”, rispose Gianni.
Nello spogliatoio eravamo solo noi e, sinceramente, trovavo la situazione eccitante e imbarazzante allo stesso tempo.
Si calò il costume, mostrando con disinvoltura le sue belle chiappe pelosette e brune. Sperai si voltasse, ma abbassai lo sguardo sul suo pacco solo quando ormai si notava attraverso l’asciugamano che si era messo attorno alla vita per andare in doccia.
Evitai di lavarmi nello scomparto vicino e velocemente tornai a sedermi sulla panca dello spogliatoio, ripetendomi di non fare cazzate. Invece Gianni arrivò e ricominciai a guardarlo mentre si abbassava l’asciugamano, liberando suo membro barzotto e circondato di peli ancora nerissimi e folti.
Sbrigandomi, m’infilai le mutande e iniziai a tirare fuori i vestiti. Impicciato per la mia eccitazione, che cominciava a divenire evidente, mi girai verso di lui che se ne stava in piedi a cazzo duro e scapocchiato, poggiato agli armadietti: “Quando hai intenzione di metterlo dentro?”
Con tono di sfida, Gianni sollevò le braccia, sistemandosi i capelli e sapendo perfettamente quanto mi eccitassero le ascelle pelose: “Dimmelo tu! A te sto aspettando!”
Rimasi interdetto: “Guarda che le cose cambiano. Sono un uomo sposato.”
Il suo cazzo nodoso non cedeva di un millimetro, tagliando l’aria come se fosse un batacchio di legno: “Ah, è per questo che ti depili ancora il buco del culo?”
Non seppi cosa dire, mentre lui, sputandosi sulla capocchia, iniziò a masturbasi. “Racconta! Chissà quanti ne hai presi in questi anni, no? Pure i cazzoni dei negri, secondo me!”
Mi rivolsi verso l’armadietto, “Vaffanculo!”, ma lui si accostò alle mie spalle, mi strinse dal petto e mi baciò sul collo: “Sono così invecchiato che non ti piaccio più?”
Infilò due dita nella mia bocca, obbligandomi a mimare il lavoro orale che presto avrei dovuto fare. Con la destra, infilò agilmente l’uccello tra l’elastico delle mutande e le mie chiappe: “Mi hai fatto eccitare ed è pure tardi. Ora dobbiamo risolvere!”
Cominciò a muovere il bacino: “C’hai una crema idratante? Può essere che non serve neppure, no?”
Come ipnotizzato, gliela passai e la cosparse sul cazzone, lasciandone parte sulle dita: “Posso?”
“Stronzo, fai in fretta!”
Spostò lo slip e il mio bacino cominciò a seguire i movimenti delle sue due dita dentro di me. Me lo tirai fuori, cominciando a masturbarmi.
“Oh, non venire, che ti voglio carico!” mi sussurrò all’orecchio, scostando la mia mano dal cazzo.
Mi fece poggiare all’armadietto e, con un colpo prima lento e poi secco, lo spinse per metà per poi toglierlo subito. Lo strofinò sulle mie crespe anali lubrificate per poi penetrarmi ancora. Lo rifece tre o quattro volte, lasciandomi l’impressione di essere riempito e poi svuotato.
Perso ogni pudore, mi divaricai le chiappe e mi girai a guardarlo: “Fottimi! Quante seghe ti sei fatto ricordandoti di me, eh? Allora approfitta!”
Sfidato dalle mie parole, con un colpo secco affondò fino ai coglioni: “Frocio!”
“Mmmmmh, sììì!”, mi lasciai sfuggire.
“Ti piace?”
“Cazzo! Lo sento tutto!”
“Lo sapevo che sei ancora una culo in calore!”
I colpi si fecero sempre più veloci, fino a quando lo sentii irrigidirsi. Uscì dal mio sfintere e mi disse di rivestirmi. Lo guardai stranito, ma obbedii pensando a un ripensamento, a un senso di pentimento per la moglie. Anche lui indossò la camicia e poi i jeans e le scarpe, ma tenendo la cerniera abbassata con i coglioni e il cazzo duro e lucido fuori. Abbottonandosi la camicia in alto, mi si mise di fonte a gambe divaricate: “Ti ricordi cosa mi piace?”
Mi chinai e iniziai a succhiarglielo e ricominciai a menarmelo, mentre lui stava attento all’ingresso perché fuori, oltre le porte, la vita continuava a scorrere.
Aumentai il ritmo, attaccandomi ai suoi glutei muscolosi. Il mio sguardo cadde sullo specchio a parete e l’immagine che vidi confermò la mia indole.
Continuai a sbocchinarlo imperterrito, finché il canale alla base del cazzo si contrasse, sussultò. Le palle pelose si erano raccolte dure alla base dell’uccello. Gliele solleticai, sentendo lo sperma che m’invadeva la bocca e la lucidità del cervello.
“Sìììiii… Cazzo!”
Non mi staccai dalla cappella, ma con la mano lo segai per farlo godere di più e svuotarlo completamente. Sborrai anch’io sul pavimento, poi mi tirai su, aprii le labbra e, dopo avergli fatto vedere il suo liquido seminale, lo ingoiai.
Pochi minuti dopo ci ritrovammo seduti a un tavolino di plastica a parlare del più e del meno. Poi, inevitabilmente, le mogli si alzarono per andare in bagno insieme e in quel momento un barlume di ragione mi riportò all’idea di come avessi ceduto e fatto godere quello stronzo che mi guardava come se fossi di nuovo una sua proprietà.
Il cameriere ci tolse dall’imbarazzo, fingemmo di litigare per chi dovesse pagare il conto e le nostre mogli uscirono, ridendo per qualcosa. Il tempo si rimise in moto e ci alzammo quasi insieme.
“Magari ci rivediamo” mi disse lui, con un tono neutro che non convinceva nessuno dei due.
“Difficile, partiamo tra due giorni al massimo.”
Ci stringemmo la mano in modo formale.
Mentre le nostre mogli si avviavano qualche passo avanti verso l’auto, lui mi trattenne per un istante. In un angolo tra il distributore automatico di bevande e la porta d’emergenza, lontano quanto bastava per non essere notati: “Domani, in stazione! Nei cessi, primo scomparto. Forse c’è ancora il buco del glory hole… Non ci vado da allora!”
“No!”
“Alle undici… Stanno facendo i lavori e ci sono parecchi operai. Magari becchiamo qualcosa d’interessante”.
“Ho detto di no!”
“Tanto lo so che vieni! Male che vada, ti sborro nel culo e ti offro l’aperitivo!”
Ci staccammo subito e uscimmo, ognuno a prima vista verso la propria vita, con qualcosa che, evidentemente, non aveva mai smesso di esistere.

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