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Gay & Bisex

Facciamo una cosa veloce!


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
03.02.2026    |    5.133    |    9 9.5
"“Ahhh!” reagii, ma fui messo a tacere dal ragazzone che mi coprì la bocca con la mano..."
Ero in attesa di sedermi a una cena insieme a mia moglie, ospite di un uomo che in passato era stato il mio amante. Il fatto, remoto ma non abbastanza da essersi dissolto, s’imponeva alla mia attenzione con una chiarezza fastidiosa. Nulla, nel nostro comportamento, avrebbe dovuto tradire quella confidenza che sopravviveva come memoria e imbarazzo. Era molto cambiato, forse in meglio, rispetto a quando lo avevo conosciuto. All’epoca era un laureato in medicina che lavorava come medico in un villaggio turistico. Ormai aveva sui quarantacinque anni, era divenuto un primario e aveva quell’eleganza discreta che non ha bisogno di ostentazioni. Indossava un completo scuro perfettamente tagliato, una camicia chiara appena aperta sul collo, un Rolex classico che tradiva gusto più che status. I capelli, leggermente brizzolati alle tempie, incorniciavano un volto sul quale l’esperienza non aveva tolto fascino. Quando aveva sorriso al maître, lo aveva fatto con un’espressione capace di mettere immediatamente a proprio agio chi gli stava davanti.
Le nostre donne, colleghe sul lavoro e unite da una recente amicizia, erano rimaste al bar del ristorante a bere un drink, in attesa che il tavolo si liberasse. Ridevano con naturalezza, ignare della tensione silenziosa che, invece, si stava formando tra me e lui. Eravamo soli, ma non abbastanza da poterci parlare liberamente. A entrambi conveniva non fare cazzate, eravamo vicini ma costretti a misurare ogni gesto, ogni parola, come se fossimo stati sotto osservazione.
"Non avrei mai pensato di rivederla", mi disse lui.
"Nemmeno io, caro dottore", risposi. "Ci sono incontri che sembrano appartenere a un’altra vita."
"E invece ritornano", disse. "A volte senza essere invitati."
"O perché qualcuno li invita di proposito", replicai.
Lui sorrise appena. "Davvero non potevo sapere che le nostre mogli potessero conoscersi, anche se lei vuole alludere."
"È un’abitudine che ho preso anni fa", risposi. "All’epoca era necessaria."
"Per capirsi senza parlare troppo."
"Per capirsi senza farsi capire", sussurrai.
Si sbottonò la giacca con l’aria di un uomo che aveva visto e deciso molto e che si concedeva il lusso raro di una serata senza urgenze: "Esatto", disse lui con aria quasi annoiata. "Ora però non ce n’è bisogno."
"Forse", risposi indicando con gli occhi le nostre mogli non molto distanti. "Ma certe precauzioni non fanno mai male."
"Sicuramente dopo, quando saremo in compagnia", dichiarò guardando con la coda dell’occhio la tavola che stava per liberarsi. Fece una breve pausa. "Lei ricorda ancora certi dettagli immagino!?"
"Solo quelli che contano", risposi maliziosamente.
"E quali sarebbero?"
"Quelli che non si possono raccontare", controbattei.
Il primario annuì, mentre il maître si distanziava ulteriormente da noi.
Dandomi improvvisamente del tu: "Sai cosa mi piaceva? Che ti facevi riempire senza fare storie!”
“Ero molto preso da te!”
“Eri molto preso da mezzo villaggio! Ti sono venuto a cercare per reputazione, diciamo.”
“Non ricordo.”
“Eh, già…Con chi eri?”
“Con mio cognato e mia sorella in tenda.”
“Giusto. A un certo punto hai litigato con lui e ti sei dato da fare, mi pare. Ti ricordi quella volta che mi portai dietro mio infermiere in spiaggia? Tu eri con il cazzo di un russo in bocca, mi pare. Che seratona! Sai, ogni tanto ci sentiamo e ci ricordiamo della nostra inculata doppia. Nessuno ce l’ha più fatta fare così.”
"Certi ricordi sono i più dolorosi".
“Eh, come no? Ti lamentavi, ma cazzo, come godevi! Ti sei preso dentro un litro di roba tra tutti e tre.”
Il maître si avvicinò a noi con un’eleganza studiata. Indossava l’abito impeccabile del ruolo, giacca scura e cravatta annodata con cura, ma c’era qualcosa che tradiva una raffinatezza più appresa che naturale. Ci chiese di pazientare ancora qualche minuto. Si allontanò di nuovo. Io sorrisi e risposi al mio amico: "Certe cose sono pericolose".
"Allora non ce ne curavamo."
"Ci bastava godere."
Lui mi guardò per un istante più a lungo del necessario. "Andiamo nel parcheggio interrato a parlare dei vecchi tempi."
Gli diedi del matto, ma lui con voce melliflua aggiunse che desiderava solo un pompino per scaricare la tensione lavorativa della giornata.
"Non sono una troia!"
"Chi nasce troia, resta troia! Senza offesa, è una vocazione! Come fare il medico o l'infermiere per aiutare il prossimo."
A quelle parole avvertii un brivido di piacere, anche perché lui spinse leggermente in avanti il bacino e abbassò gli occhi, indirizzandoli al suo cazzone che spingeva nel pantalone grigio: "Facciamo una cosa veloce. Basterà uscirne puliti."
Dopo aver dato un’occhiata insistente alla sua patta, cosa che lo stronzo considerò con un sorriso orgoglioso, mi venne una gran voglia.
"Magari non te lo ricordi, ma è davvero un uccello importante!"
Finsi di pensarci ancora su, dicendogli di sentirmi in colpa per mia moglie, ma ormai la scelta l’avevo fatta e uno così non si prende in giro facilmente.
Senza aspettare conferme, andò verso il maître, gli passò una banconota chiedendogli di tardare nell’assegnazione del tavolo. L’uomo annuì e noi ci dirigemmo verso il parcheggio sotterraneo, dicendo alle nostre mogli che aveva dimenticato il cellulare in auto.
Arrivati, senza dire una parola, mi prese la faccia tra le mani e cominciò a leccarmi le labbra, a mordicchiarle, cercando di entrare con la lingua nella mia bocca. Catturato dal piacere, abbracciandolo al collo, presi a baciarlo anch’io. Le sue mani mi toccavano la nuca, il petto, la schiena, i fianchi, il culo. Mi fermai. M’inginocchiai, gli tastai la patta. Gliela sbottonai estraendo un uccellone che venne fuori come una molla. Era spesso, pieno di venature e con una cappella gonfia e incredibilmente eccitante.
Ero consapevole che quasi certamente non avrei retto alla tentazione di farmi sborrare in bocca. Eppure era quella consapevolezza di troiaggine che mi spingeva a restare, a farmi desiderare ancora di più il suo cazzo, la sua sborra. Eccitatissimo gli calai i pantaloni e i boxer fino alle caviglie. Gli chiesi di divaricare le gambe e m’infilai per leccargli le palle. Apprezzò, ma mi bloccò: “Non abbiamo molto tempo. Fatti una bella mangiata di cazzo!”
Scatenai la mia lingua avida e risalii lungo l’asta fino alla punta, per poi farlo affondare in gola. Lo spompinai con passione ma intanto, per accelerare, gli tiravo una sega. All’improvviso, dopo aver guardato il suo Rolex, lo sentii forzarmi la gola, per poi pomparmi senza pietà.
Mi riempiva. Sbavavo tantissima saliva che fuoriusciva dagli angoli delle labbra, unica valvola di sfogo perché la bocca era completamente occlusa dal suo cazzo. Lo tirai fuori grondante di bava e liquido seminale, lui l’impugnò ed io ricominciai a leccargli la capocchia, ingoiando ciò che la ricopriva. Ricominciai a pompare avanti e indietro e, sentendolo vibrare, capii che non ne poteva più. Così, gli poggiai le mani sulle cosce, serrai le labbra sulla cappella e la titillai dall’interno, mentre lui mi reggeva dalla nuca e m’implorava di continuare. Mentre lo guardavo negli occhi, mugolò in maniera prolungata. Avvertii una forte resistenza al movimento della lingua e percepii il sapore della sborra calda che m’inondava la bocca, dopo essersi scontrata con la lingua.
Mi regalò una sborrata incredibile. Il primo schizzo fuoriuscì e un rivolo denso e copioso prese a colarmi sul mento. Cercai di trattenerlo, ma intanto lui continuava a sborrare e altri fiotti mi arrivarono in faccia, in bocca, in gola mentre avidamente ingoiavo il possibile.
Una voce ci raggelò: “Signori, le vostre mogli vi attendono e hanno mandato me per sollecitare!”
Il maître d’hôtel ce lo disse come se ci avesse trovati a fumare una sigaretta di nascosto.
Il primario non si perse d’animo. Come un uomo di mondo, si scrollò l’uccello, chiedendo: “Io ho finito, non vuole favorire?”
Quello, perplesso: “Io veramente non so se…”
Il medico gli fissò la fede al dito, poi lo guardò: “Mi creda, non ci sono problemi e ne vale la pena!”
“Non ho un preservativo.”
“Caspita! Sono o non sono un medico?! Se le dico che non ci sono problemi, non ci sono.”
L’uomo si guardò intorno e rassicurato si calò la zip, tirando fuori un gran bel randello, tozzo e spesso.
Non mi ero sbagliato su di lui. Aveva mani robuste, da uomo abituato a lavori più concreti di quanto il suo incarico lasciasse intendere. Il sorrisetto era troppo spontaneo per essere sofisticato e negli occhi scuri brillava un’energia che sapeva di quartiere periferico più che di cristalli e porcellane.
“No, cazzo, è tardi!” ebbi solo il coraggio di obiettare.
Il mio amico, in cerca di un testimone silenzioso, mi sollevò, mi girò e mi appoggiò sul cofano della sua Mercedes col sedere in bella esposizione: “Il signore farà una cosa veloce!”
Capii che la complicità di quell’uomo avrebbe potuto salvare entrambi i nostri matrimoni. Non aggiunsi nulla, vedendo che dal cruscotto stava prendendo della crema per le mani, immagino di sua moglie. Mi scostò lo slip e m’infilò due dita in culo ricoperte da quell’improvvisato lubrificante: “È pronto e pulito!”
L’altro puntò il cazzo, “Ah, io pensavo che già lei…”
“No, no…Ma le cedo volentieri il posto. Non sono più un ragazzino e ho bisogno di tempo per riprendermi.”
“Io vado allora…”, spingendo facilmente la capocchia.
“Ahhh!” reagii, ma fui messo a tacere dal ragazzone che mi coprì la bocca con la mano.
Il dottore chiese: “Com’è?”
“Abbastanza stretto, ma si sente che è sfondato!”
“Immaginavo.” commentò come se mi avesse conosciuto quella sera.
Lo sentii chiaramente mentre si faceva strada in me fino alla fine, fino a farmi sentire i peli pubici: “Siihh, cazzo! È tutto dentro!”
“Sì, lo sento! Ora sfondami, inculami.”
“Certo, e tu vuoi fammi godere in questo culetto rotto?”
"Sihhh..."
Quindi cominciò a darsi da fare e mi spaccò con colpi di reni secchi, ruvidi e profondi, capaci di far vibrare anche l’auto.
“Cazzo! Cazzo! Aperto come una figa, te lo lascio!”
Dopo parecchi colpi e parolacce, lo sentì gonfiarsi. Mi venne dentro, allagandomi il retto, per poi estrarre il suo cazzone e innaffiarmi con gli ultimi schizzi il culo. L’addetto alla sala lo infilò e ricominciò subito a fottermi, “Dai, vieni bello! Vieni!”, facendomi godere sulla ruota della Mercedes.
Si tolse, si pulì con un fazzoletto e, guardando il mio ano espellere la sua sborra, commentò: “Stai come un bignè ripieno, guarda che bella crema!” Si girò verso il medico, “Fortuna che vi ho sentito parlare prima in sala! Grazie amico!”
Il primario, di nuovo in tiro per la scena a cui aveva assistito, lo guardò come a voler porre le giuste distanze.
Quindi, si chinò, prese il cellulare dai pantaloni accasciati alle caviglie: “Amore, scusa, avevo la batteria a terra. Ho dovuto chiedere aiuto al marito di Francesca per riattivarla, ma ho dovuto aspettare finché il maître ci ha prestato il suo cavetto. Io ne avevo solo uno da poter usare”. E concluse: “Ah, amore mio, non abbiamo ancora risolto. Voi cominciate pure con gli antipasti. Stasera la cena la offriamo noi per il disturbo.”
Chiuse la chiamata. Si rivolse al complice: “Può andare! Ovviamente sarà mia premura darle la meritata mancia!” Il maître mi guardò e il clinico capì: “Certo, nessuno la obbliga, ma immagino che anche sua moglie e il direttore sarebbero curiosi di sapere della nostra serata.”
Quindi, muto, riprese il suo ruolo e si allontanò.
Stavo per ricompormi quando vidi che il dottore si stava smanettando: “Non vorrai per caso…?”
Mi rispose con uno sguardo da porco: “Vado pazzo per i bignè riempiti da altri! Facciamo una cosa veloce!”


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